La coppettazione in medicina cinese

di Paola Massi, operatrice Tuinà

Le coppette sono un antico metodo terapeutico che nel corso dei secoli, ha trovato utilizzo in numerose culture, risalendo sino a quella della Mesopotamia dove si trovano testimonianze di un medico che le utilizzava già nel 3300 a.C. Oggi la coppettazione è ormai diffusa anche in occidente dove viene particolarmente apprezzata da chi svolge attività sportiva. Cerchiamo di capire come funziona e quali sono i benefici di questa tecnica millenaria. L’utilizzo delle coppette si basa sulla teoria della Medicina Tradizionale Cinese, secondo la quale l’energia vitale – qi – circola attraverso canali ben definiti, i meridiani, che la trasportano in tutto il corpo, raggiungendo gli organi e tutti i sistemi funzionali. Secondo la concezione cinese, le malattie sopraggiungono nel momento in cui la circolazione di questa energia è alterata o bloccata. Utilizzate da sole o all’interno di una seduta di agopuntura o di massaggio Tuina (antico massaggio cinese), le coppette rappresentano un valido metodo terapeutico per ripristinare il libero fluire dell’energia.

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Esistono diversi tipi di coppette: quelle in vetro o in bambù sono “tradizionali”, ma in commercio se ne trovano anche in materiale plastico. Possono essere applicate con metodi diversi a seconda dello scopo che si vuole raggiungere: a ripetizione, strisciate o fisse. Per fare in modo che aderiscano al corpo (tipo ventosa), si scaldano inserendo una piccola fiamma all’interno che brucia l’ossigeno creando un vuoto, procedura che conferisce alla coppetta l’effetto aspirante sui tessuti. La suzione e il calore prodotto provocano un maggiore afflusso di sangue e linfa, favorendo la circolazione locale e il nutrimento degli organi riflessi collegati alle zone trattate. In questo modo si riesce a stimolare e ripristinare la circolazione dell’energia nel corpo. Grazie alla loro azione antalgica sui dolori, energetica, meccanica e circolatoria, le coppette trovano impiego in diversi disturbi
• Nelle patologie articolari e muscolari, reumatismi, lombosciatalgie, torcicollo, gonartrosi, periartriti della spalla, distorsioni, tendiniti
• Nei disturbi dell’apparato respiratorio come tosse, bronchite o asma
• Nei disturbi viscerali, quali problemi digestivi o ginecologici legati al ciclo mestruale
• Nel trattamento della cellulite, poiché mobilizzano i liquidi del corpo che vengono poi drenati con un massaggio
Naturalmente a seconda del problema che si intende risolvere, le coppette andranno sapientemente posizionate in diverse parti del corpo utilizzando la tecnica più appropriata. La coppettazione ha alcune controindicazioni. È sconsigliata in gravidanza, in caso di assunzione di anticoagulanti o in presenza di varici, in caso di dermatosi o di escoriazioni. Per quanto riguarda gli effetti collaterali, l’unica segnalazione da fare è che sulle zone della pelle dove sono state applicate le coppette, subito dopo il trattamento tendono a formarsi delle macchie rosso-violacee che scompariranno in qualche giorno. Niente di preoccupante! Sono le tossine che, mobilizzate e richiamate in superficie dalla suzione, possono essere smaltite più velocemente.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Benessere Corpo e Mente

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La Corte dell’Oca apre alle idee

e cerca nuovi collaboratori per raccontare storie ai più piccoli

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La Corte dell’Oca è un’associazione culturale che propone un modello diverso d’incontro tra gli artisti e tutti coloro che amano il mondo dell’arte, un cenacolo dove espressioni artistiche diverse possono confrontarsi e crescere, per dare vita a forme espressive uniche e originali. Nata nel 2003, ha lo scopo di promuovere, favorire e sostenenre l’educazione, l’istruzione e la formazine nel campo della cultura e dell’arte e di diffondere la cultura artistica nell’ambito sociale. Creare collegamenti tra culture diverse, sviluppare i rappori tra differenti discipline artistiche, incoraggiare l’uso della creatività come stumento educativo e formativo per bambini, adulti, anziani e disabili, differenziando e adattando l’intervento. Nella sede ospitata nell’Atelier di Roberto Crivellaro, convergono artisti che trovano un ambiente favorevole allo scambio di idee, al lavoro creativo, alla conversazione e gli strumenti per la realizzazione di incisioni, libri d’artista ed ex libris, libri per bambini e molto altro.

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I fondatori della Corte dell’Oca organizzano e partecipano attivamente a tantissime iniziative, in particolare con bambini, legate all’espressività artistica, attraverso sopratutto la lettura di storie. Ad esempio, Librinfiore che si è tenuto a Comignago il 23 Aprile, giornata mondiale del libro; oppure La Piazza sui Tetti (figlio del precedente Il Portico Racconta) verso fine Settembre al Parco della Rocca di Arona. L’Associazione cerca giovani e meno giovani che abbiano spirito di partecpiazione e che da spettatori diventino attori, immergendosi e anche proponendo nuove attività e idee. Vuoi aiutare un’associazione che promuove un modo differente di esprimersi, in una società che va via via omologandosi? Vuoi lavorare con i più piccoli e mettere a frutto nuove idee e capacità, in uno scambio continuo? Vuoi copartecipare alle iniziative che rendono vivo culturalmente il tuo territorio rivolgendosi anche ai piccoli? Contatta la Corte dell’Oca per conoscere i dettagli!

Contatti: bobcrive@gmail.com
facebook: associazione culturale la corte dell’oca – il portico racconta

L’idea del reddito di base: l’uomo è creativo, giusto ed empatico

di Thomas Richter

Il cosiddetto reddito di base incondizionato**, è un importo sufficiente per vivere che viene pagato dallo Stato ad ogni cittadino per tutta la vita e che non dev’essere restituito. Immaginatevi di poter vivere senza dover guadagnare soldi. Quando ho chiesto ad alcuni amici italiani cosa ne pensassero, mi hanno risposto: “Va beh, non funzionerebbe per gli italiani, smetterebbero subito di lavorare”, ma anche nel mio paese di provenienza, la Germania, hanno risposto in modo simile e devo dire che fino poco tempo fa anch’io la pensavo così. Ma siamo proprio così pigri noi esseri umani che dobbiamo essere spinti dalla necessità di sopravvivere per impegnarci? Non c’è forse un’altra motivazione, per esempio lasciare un’impronta bella e utile per gli altri, per dare un senso alla vita?

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Però lavorare per gli altri, forse non è solo una realtà consolidata nella società moderna, ma anche profondamente voluta. Ma le condizioni, come stipendio e partecipazione al processo di produzione, magari anche la scelta di cosa viene prodotto e non solo ciò che porta soldi, devono essere giuste. Con la situazione attuale di scarsità di posti di lavoro e le prospettive dell’industrializzazione 4.0, non sembra restare altro che tornare all’ideale di autosufficienza, avere un orto e far da soli quanto possibile, come si faceva una volta prima della rivoluzione moderna. Però tornare indietro è duro, un po’ solitario e in generale dovuto alla necessità più che ad una precisa scelta. Vorremmo dispiegare i talenti, partecipare al sociale e contribuire in modo produttivo e con compenso giusto, ma esiste veramente un concetto che soddisfa tutti questi aspetti?

La risposta è , esiste un concetto che considera ed abbina gli aspetti dell’economia, della giustizia e delle proprie capacità. Questi ambiti vengono messi al posto giusto per renderli funzionanti e soddisfacenti per ogni cittadino, partendo dalla differenziazione della società nel senso del cosiddetto “organismo sociale”. Questo termine è stato creato da Rudolf Steiner*, l’ispiratore delle scuole Waldorf, dell’agricoltura biodinamica e ricercatore delle leggi animico-spirituali in tanti altri settori. Colpito dal caos generatosi a seguito della 1a Guerra Mondiale, diceva che il problema era dovuto all’ignoranza del fatto che la vita sociale richiede un’articolazione invece di essere uniforme. Vedeva la vita sociale come un organismo intero, ma faceva una suddivisione ovvero “tripartizione sociale”, poiché secondo lui, la vita sociale si compone di tre campi distinti.

Rispetto all’organismo umano che deve il suo funzionamento alla coordinazione degli organi con compiti differenziati, come il cuore, il cervello e gli intestini, sosteneva che anche il campo sociale fosse composto da tre ambiti ben distinti, anzi complementari. Questi svolgono ciascuno il proprio compito con una certa indipendenza, ma collaborano per il funzionamento complessivo totale. Sono l’economia, la politica e lo spirito individuale. Per la salute dell’organismo sociale nessuno di questi elementi può dominare gli altri. Iniziamo con le capacità individuali, i talenti e la creatività che ognuno possiede, quindi tutto ciò che ci contraddistingue dagli altri. Sono la scuola e la cultura che le promuovono, ma nel caso ideale si esprimono in tutti i settori della vita, per esempio nella professione. L’ideale di questo ambito naturalmente è la libertà.
Il secondo campo tradizionalmente è quello dello Stato, cioè la politica ma anche la giustizia, quindi tutto ciò che riguarda noi in quanto cittadini e soggetti con precisi diritti. Qui la libertà ha un senso limitato in quanto tocca quella degli altri, invece il valore più adatto è l’eguaglianza.
La terza parte è l’economia, cioè la produzione, il commercio e il consumo dei beni. Per questo ambito se riflettiamo un po’ ovviamente non serve come ideale la libertà e neanche l’eguaglianza. Cosa succede se uno dei tre sistemi diventa predominante rispetto ad un’altro? Per esempio se lo Stato prescrive i contenuti, metodi e l’accesso alla scuola, possiamo assumere che tutta l’educazione avrà lo scopo di servire agli interessi dello Stato e l’individualità dovrà sottomettersi a questi cioè magari seguendo uno schema. Se invece le ditte comandano, per esempio in quanto pagano le università, vuol dire che determinano i contenuti e accettano solo chi si sottomette ai loro interessi. Consideriamo l’individuo: se una persona domina la politica e la giustizia abbiamo una dittatura, se possiede un potere illimitato nell’economia diventa un monopolio. Se l’economia regge lo stato abbiamo l’utilitarismo, se invece al contrario c’è un’economia dello Stato, avremo il socialismo.

Tutti questi estremi sicuramente non sono desiderabili. Ma che cosa può essere l’ideale dell’economia? Ci si arriva ricordandosi alle parole della rivoluzione Francese: liberté, égalité, e fraternité. Quindi quello che manca è la fratellanza che sembra un elemento lontanissimo nell’attuale applicazione dell’economia. Infatti sembra difficile trovare un collegamento, ma Steiner offre una spiegazione stupenda quando scrive che la divisione del lavoro, realizzata sempre di più nella storia, incorpora proprio questo ideale. Poiché l’uomo, in questo sistema produttivo, non produce per se stesso ma per gli altri, porta avanti un altruismo non sentimentale, ma reale e pratico, tramite il suo lavoro. Ne risulta quindi che i tre sistemi descritti sopra, contribuiscono in modo complementare ed efficiente ad una sana vita sociale. Per riprendere l’argomento del reddito di base, questo si giustifica dalla convinzione che non solo esiste l’uomo economico oppure l’uomo politico, ma anche l’uomo individuale che vorrebbe sviluppare e manifestare le sue capacità in modo libero per il bene del tutto.

*Rudolf Steiner: https://it.wikipedia.org/wiki/Tripartizione_dell%27Organismo_sociale
**http://iniziativa-redditodibase.ch/reddito-di-base-incondizionato/

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

Il bio: così esclusivo

di Fabio Balocco

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Questo che sto scrivendo è un post da uomo della strada. Io ammetto di non avere le competenze per giudicare se quello che sto per dire sia giusto o sbagliato. Mi limito a osservare.
C’è un elemento che accomuna il bosco verticale e la pasta di Kamut. Sono molto cari. Un appartamento nel bosco verticale di Milano dell’architetto Stefano Boeri costava (sono andati a ruba) 15.000 euro al metro quadro. Le spese condominiali medie si aggirano sui 1.500 euro al mese. Decisamente più abbordabile un alloggio nel 25 Verde di Torino dell’architetto Luciano Pia. Qui siamo su circa 5.000 euro al mq.
La pasta di Kamut. Mediamente costa tre/quattro volte tanto la pasta trafilata al bronzo che adesso va tanto di moda. Mi si dirà, sì vabbè ma lì paghi il marchio registrato. Vero, ma se compro la pasta di Khorasan, che non è marchio registrato, la pago uguale se non di più. Adesso giustamente vengono recuperati grani antichi, come la varietà Senatore Cappelli o quella Gentil Rosso. Il discorso non cambia: sempre cari sono i prodotti. Eppure farebbe tanto bene mangiare questa pasta anziché quella della grande distribuzione, che pare assodato che contribuisca quanto meno all’aumento della celiachia. Farebbe anche bene abitare in città in un appartamento con tanto bel verde attorno…

In genere, tutto ciò che è bio, tutto ciò che è sano non è certamente alla portata di tutti. A Torino quel furbastro di Farinetti vendette Unieuro, per creare in città il primo supermercato del mangiare bene, Eataly, che è oramai una consolidata multinazionale del cibo. Io ogni tanto vado a comprare da Eataly, perché solo lì trovo certi prodotti, anche umili, che non hanno altrove. E ogni volta mi stupisco quando alle casse vedo i carrelli pieni e le spese fatte solo con le carte di credito. E Torino è una delle metropoli più povere della penisola.
Il discorso non è molto diverso se vogliamo acquistare i prodotti del commercio Equo e Solidale. Bio o non bio, pur non essendoci intermediari (in teoria), i prodotti Fairtrade costano decisamente di più dei prodotti che gli intermediari li hanno.
Forse questo articolo l’avrebbe dovuto scrivere il filosofo Franco Fusaro, mio collega: lui avrebbe individuato nel capitalismo e nel libero mercato la causa di questo fenomeno.
Io mi limito a osservare che tutto ciò che è bio in senso lato nella nostra società è fortemente esclusivo e non inclusivo. E mantenersi sani e in salute costa molto e, considerato il trend, saranno sempre meno le persone che se lo potranno permettere.
Io conobbi Sefano Boeri anni fa. Pranzai con lui quando ci fu la nascita di Salviamo il Paesaggio a Cassinetta di Lugagnano. Lo stimo molto. Il bosco verticale è una bella invenzione. Certo che se invece di essere abitato da rapper, D.J., calciatori, fosse abitato da poveri e immigrati all’interno di un programma di edilizia economico popolare, beh, preferirei. Quella sì sarebbe una bella rivoluzione.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

Una facile salita adrenalinica Rocca d’Argimonia – cresta Est – (Bielmonte)

di Mauro Carlesso – scrittore e camminatore vegano

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La scheda
Località di partenza: Bocchetta di Luvera (mt.1.292) –BI-
Località di arrivo: Bocchetta di Luvera o Bielmonte (mt.1.482) –BI-
Cime sul percorso: Rocca d’Argimonia (mt. 1.610)
Dislivello: mt. 320 circa
Tempo di percorrenza: ore 4 (soste escluse)
Difficoltà: EE (con qualche tratto F+); presenza di vari tratti esposti con presenza di corde fisse
Periodo: Primavera e Autunno (evitare in giornate piovose)

L’invito
Per quei camminatori infaticabili, ai quali piace salire vette senza blasone ma ugualmente ricche di storia o ammantate di leggenda e che regalano anche un po’ di adrenalina, la Rocca d’Argimonia nel Biellese è la cima ideale. Si tratta di un itinerario collocabile tra l’escursionismo estremo e la prima fascia di alpinismo, che si cela in un contesto di grande fascino storico naturalistico. Gita comunque da non sottovalutare tecnicamente, nella quale è frequente l’uso della mani per progredire in sicurezza.

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L’itinerario
Da Romagnano Sesia si transita per Trivero e da qui, attraverso la spettacolare Panoramica Zegna, si sale verso Bielmonte. Poco prima di raggiungerlo si tocca la Bocchetta di Luvera con locanda ed ampio piazzale dove si parcheggia l’auto. Da qui ci si incammina a destra della locanda, dopo pochi metri svoltare a sinistra e prendere il sentiero F9, che segue più o meno fedelmente la cresta (segnalazione escursionisti esperti per i diversi tratti di arrampicata, anche se facile e attrezzata con corde fisse). Magnifici gli scorci panoramici, in primis sulle selvagge cime della Valsessera (Mora, Bors). Affrontare i salti di roccia senza passaggi obbligati (segnali bianco-rossi un po’ sbiaditi ma roccia ottima). La cima si raggiunge in circa due ore regalando un panorama grandioso sulla pianura e soprattutto sul Monte Rosa, il Corno Bianco, i 4000 Vallesani, il Monte Disgrazia e in lontananza anche l’Argentera ed il Monviso. Dalla vetta si prosegue per cresta inizialmente ancora con qualche corda fissa e poi per piacevole sentiero fino ad incontrare una graziosa cappelletta votiva. Poco più in basso si può scegliere di rientrare al Bocchetto di Luvera con due percorsi: 1- tramite la strada asfaltata dopo aver raggiunto comodamente Bielmonte su sentiero (fioritura spettacolare di narcisi in questa stagione). 2 – In prossimità di un ripetitore si prende il sentiero in discesa che svolta a destra. Incrociato dopo pochi minuti il Sentiero del Rosa si svolta a destra e lo si segue praticamente in piano passando sotto la parete nord della Rocca fino al punto di partenza dell’escursione.

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La nota storica
Camminare quassù ci conduce all’epopea di Fra Dolcino (Prato Sesia, 1250 – Vercelli, 1 giugno 1307) cantato da Dante, che proprio in questi luoghi ha vissuto la sua ultima parabola. Siamo di fronte al Monte Rubello il cui nome suggerisce il termine “ribelli”, riferito agli eretici che su queste pendici delle Alpi Biellesi avevano cercato l’estremo rifugio dall’accanita persecuzione del vescovo di Vercelli Raniero degli Avogadro con il beneplacito di Papa Clemente V.
Gli Apostolici guidati da Dolcino, sostenevano la fine della Chiesa con le sue degenerazioni prefigurandosi per alcuni teologi come precursori della successiva Riforma Protestante. Per contrastare le ultime angherie si rifugiarono proprio sul Rubello vivendo di stenti e costruendo delle fortificazioni recentemente venute alla luce. Ma le scorribande notturne nelle campagne della Valsesia e del Biellese permisero solo un misero sostentamento ai fuggiaschi, verso i quali crebbe anche l’ostilità dei valligiani depredati. Nella settimana Santa del 1307, le truppe di Raniero penetrarono nel fortilizio di Dolcino, dove ancora resistevano disperatamente gli ultimi superstiti del gruppo ormai falcidiato, che venne interamente passato alle armi, ad eccezione di Dolcino, la sua compagna Margherita ed il fido Longino che vennero giustiziati separatamente.
Nel 1977 Dario Fo e Franca Rame fecero tornare in auge con la commedia teatrale Mistero Buffo, la leggenda di Dolcino visto come precursore del socialismo.

Per un pranzo al sacco Veg
Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: radici amare a vapore con pomodori secchi e “Mopur”

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Turismo Sostenibile

Salviamo le verdure!

di Eva Polare

In Sicilia da qualche anno associazioni come SemiNativi, gruppi informali come Sementi Indipendenti banca dei semi e privati, si adoperano per tutelare la biodiversità delle varietà da orto che rischiano di sparire. Ce ne parla Eva Polare della Rete Permacultura Sicilia.

La “questione dei semi” è ormai un argomento di dominio pubblico. Siamo per lo più a conoscenza delle multinazionali delle sementi, della loro idea di progresso e delle realtà che si oppongono a questo. Il patrimonio genetico mondiale di piante da orto si è ridotto del 90% nell’arco di 70 anni (Vandana Shiva, 2012). Anche in Italia abbiamo subito tali perdite ma, per fortuna, positivo e negativo si alternano costantemente. Da questo panorama disastrato sempre più realtà di salvaguardia emergono, recuperando la biodiversità locale.
Alla base di questa dissipazione di diversità c’è l’intramontabile dualismo tra progresso tecnologico e progressione naturale.
Da un lato, le aziende e la comunità scientifica ufficiale, si uniscono per dichiarare che il controllo della qualità delle sementi è necessario per uniformare la produzione e tutelare i consumatori, dall’altro i contadini e le comunità di salvaguardia ufficiose ricordano la necessità di diversità locale e resilienza propria degli ecosistemi, per evolverci senza finire in vicoli geneticamente ciechi. Il mercato si riempie di piantine ibride F1, i semi non registrati alla C.R.E.A. non sono commerciabili e gli, ormai anziani, contadini mettono i loro semi nel cassetto, dimenticandoli. In Sicilia da qualche anno associazioni come SemiNativi, gruppi informali come Sementi Indipendenti banca dei semi e privati, si adoperano per tutelare la biodiversità delle varietà da orto che rischiano di sparire. Il processo è simile a quello avvenuto in India con Navdanya, in Francia con Kokopelli e al nord Italia con Civiltà Contadina; si raccolgono i semi dai contadini e contadine più anziani, si rimettono in rete affidando ad ogni agricoltore e agricoltrice una sola varietà di cui si prenderà cura riproducendone i semi in grande numero.

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La punta dell’iceberg e chiara, ma cosa succede sotto?
Sotto c’è una rete, con ancora qualche buco, che include:
• Recuperare e catalogare i semi
• Testare e verificare i semi raccolti
• Conservarli nei modi adeguati
• Identificare i futuri riproduttori
• Formare nuovi riproduttori per assicurare una progenie sempre sana e vitale
• Creare una rete digitale e mezzi di comunicazione adeguati ai tempi odierni
• Comprendere le leggi in vigore e proporre alternative sostenibili
• Creare reti di consumo nei “nuovi” vegetali per assicurarne la divulgazione
Sementi Indipendenti e SemiNativi lavorano insieme per assicurare che tutti questi punti siano sviluppati in modo da creare una rete salda e duratura.
I principi su cui progettano sono quelli della Permacultura. Questo garantisce loro una visione ampia e partecipata, che costruisce verso modelli creati ad hoc per il luogo e le comunità coinvolte, garantendo, alla lunga, la resilienza tipica dei sistemi naturali. Sementi Indipendenti, banca dei semi, raccoglie e conserva varietà da orto naturali siciliane, italiane e mondiali. Tiene banchetti di distribuzione e divulgazione e organizza corsi per informare nuovi seminatori/riproduttori. Fornisce semi su richiesta e li assegna a seconda del livello di esperienza, richiedendo però i semi indietro una volta riprodotti. Semi Nativi invece si focalizza sul recupero delle sementi di orticole con più di 50anni di storia in Sicilia, recluta aziende e privati già esperti nella riproduzione per fare eseguire test, riprodurre le varietà e immettere sul mercato vecchi/nuovi vegetali. Infine tesse reti di connessioni con altri organi istituzionali, come banche del germoplasma, le università e gli altri gruppi di salvaguardia della biodiversità siciliana.

Per seguire i progetti, partecipare e divulgare puoi trovarci qui:
Sementi Indipendenti: http://www.sementiindipendenti.com
Semi Nativi: http://www.seminativi.it
Civiltà Contadina: https://www.civiltacontadina.it/
Association Kokopelli: https://kokopelli-semences.fr/
Living seed, living soil, living food: https://kokopelli-semences.fr/

Articolo di Permacultura e Transizione su Vivere Sostenibile Alto Piemonte, edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

LOST ENCORE – La voce dei luoghi abbandonati

di Mirko Zullo

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Ben tornati all’appuntamento con la riscoperta dei luoghi abbandonati e dimenticati del nostro Paese. Il progetto LOST ENCORE nato alla fine del 2015 si è dato proprio questa missione: riscoprire le dimore abbandonate più importanti del nord Italia. In questo nuovo appuntamento, il viaggio del team di LOST ENCORE si dedicherà alla riscoperta di due siti attrattivi, tra Milano e Lecco.
Prima tappa dunque a Limbiate, per visitare ciò che resta di “Città Satellite” o, come meglio viene ricordata oggi, “GreenLand”.
GreenLand era un parco divertimenti, costruito tra il 1964 e il 1965, in concomitanza con la costruzione di uno tra i parchi più famosi del nostro paese, ovvero Gardaland. Erano gli anni in cui le giostre cercavano di non essere più soltanto itineranti, ed ecco perché anche il futuro di GreenLand a Limbiate divenne roseo in tempi brevi, arricchendo sempre più l’offerta ludica per il pubblico. Il massimo splendore si raggiunse attorno alla metà degli anni ‘80, per poi vedere un lento, ma inevitabile declino che portò il sequestro definitivo della struttura nel 2002. Diverse le proposte di ricollocazione avanzate, una delle più recenti risalente al 2009, ma ad oggi, ciò che resta sono solamente pochissimi scheletri di giostre ed un insediamento rom nelle immediate vicinanze. L’area è privata, non accessibile e supervisionata dal custode del parco. Destinazione finale della spedizione, il paese fantasma di Consonno, nel comune di Olginate. La Las Vegas della Brianza, come veniva pubblicizzata, venne costruita negli anni ‘60, su progetto del commendator Conte Mario Bagno, fervido imprenditore del biellese, trapiantatosi poi a Milano. L’idea era quella di realizzare una vera e propria città dei balocchi, punto di riferimento del divertimento e del commercio della Brianza.

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Un progetto a dir poco visionario e rivoluzionario, che vide l’approvazione del Comune nel 1961. Il Conte aveva fatto sgomberare il borgo, acquistandolo per 22.500 lire. Bagno aveva capito le potenzialità economiche che stava portando il boom finanziario di quegli anni, così pensò di progettare una città tutta sua, dove chiunque poteva fare shopping, ma anche divertirsi, in una cornice architettonica e panoramica davvero all’avanguardia. Minareti arabeggianti, pagode, cinesi, fontane rinascimentali, colonne doriche, grand hotel, piste da ballo, tutto il mondo era rinchiuso all’interno di quel piccolo borgo. Un centro assolutamente rivoluzionario, ma che portò Consonno ad essere da città del divertimento ad una vera e propria città fantasma. Gli anni d’oro furono quelli tra i ‘60 e l’arrivo dei ‘70, ma il caso aveva in serbo qualcosa di ben diverso per il futuro della “Disneyland lombarda”. I lavori di costruzione stavano deturpando la collina su cui sorgeva il borgo ed una frana, nel 1976, ne bloccò l’accesso. Gli anni seguenti passarono tra burocrazia e richieste di nuovi permessi e il clima di festa perenne sembrò svanire piano piano. Il miracolo economico italiano sembrava stesse voltando le spalle a questo angolo di Brianza. Durante gli anni ‘70 il paese di Consonno rimase completamente abbandonato a se stesso, scavalcato dalla frenesia mondana di altri centri metropolitani, come Milano. Nel 1981 si tentò quantomeno di ristrutturare una porzione della città del divertimento, realizzando una casa di riposo all’interno di quello che era il Grand Hotel Plaza. Casa che rimarrà attiva sino al 2007. Nell’estate dello stesso anno, Consonno venne letteralmente invasa da centinaia e centinaia di giovani per un rave party. Quello sarà l’inizio della fine e Consonno non resterà altro se non meta di vandalismo ed inciviltà. Diversi altri rave saranno bloccati, altri invece no. Oggi ciò che resta sono degrado e murales ovunque, oltre a tanti curiosi che passeggiano tra le rovine. Fortunatamente c’è chi, ancora oggi, ama e cerca di salvare Consonno. In quest’ottica, è davvero lodevole il lavoro fornito dal team di Consonno 2.0, tramite tutte le attività riportate sul portale oltreconsonno.it, non ultimo il contributo costantemente offerto dall’Associazione “Amici di Consonno”, consultabile al sito consonno.it

Alcune curiosità: nel 1998, Consonno fu location di alcune scene del film “Figli di Annibale” del regista Davide Ferrario, con Diego Abatantuono e Silvio Orlando. Pochi anni fa, invece, Francesco Facchinetti, in arte DJ Francesco, aveva studiato un progetto di ricollocazione totale del borgo, cercando di costruire una vera e propria Silicon Valley italiana. Un progetto quantificato tra gli otto e i dodici milioni di euro, ristrutturazioni escluse, che ad oggi non ha trovato nessuna concretizzazione. Come sempre, potete seguire ed avere tutte le informazioni su LOST ENCORE tramite la pagina Facebook ufficiale, oppure riguardando tutte le losteggiate della prima stagione sul canale LOST ENCORE di YouTube. Per altre informazioni, domande o segnalazioni, potete invece scrivere alla casella mail: lostproductiontv@gmail.com.

PAES: Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile

di Mauro Clerici

Tra i vari strumenti a disposizione delle amministrazioni comunali per migliorare l’ambiente sul proprio territorio, ce n’è uno promosso dalla Commissione Europea: il Patto dei Sindaci. Si tratta di uno strumento di utilizzo volontario, che però impegna le amministrazioni comunali che aderiscono, a definire e predisporre un Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile (PAES). Quando aderiscono ufficialmente al Patto dei Sindaci, i firmatari si impegnano ad elaborare il PAES entro due anni. Il piano d’azione, adottato dal consiglio comunale locale, descrive i passi verso il raggiungimento degli obiettivi del 2020.
Lo scopo di questa interessante iniziativa, è quello di ridurre di oltre il 20%, entro il 2020, le proprie emissioni di gas serra che, ricordiamo, continuano ad essere troppe per la situazione climatica generale. Ad oggi in Italia 3184 Comuni hanno aderito sui 7955 totali, quindi un discreto successo, sempreché i punti e le azioni contenuti nel piano siano poi rispettati e messi in opera.

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Gli obiettivi raggiungibili attraverso mirate politiche locali, sono:
• migliorare l’efficienza energetica;
• aumentare il ricorso alle fonti di energia rinnovabile;
• stimolare il risparmio energetico e l’uso razionale dell’energia.

Le Amministrazioni che decidono di aderire al patto percorrono un cammino virtuoso che prevede tutta una serie di passi che qui elenchiamo:
• aderiscono formalmente al Patto dei Sindaci;
• predispongono un inventario base delle emissioni di CO2 nel proprio territorio;

• elaborano e adottano il Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile(PAES);
• predispongono un sistema di monitoraggio degli obiettivi e delle azioni previste dal PAES;
• diffondono e rafforzano le competenze energetiche all’interno dell’Amministrazione comunale;
• informano e sensibilizzano la cittadinanza sul processo in corso, perché la conoscenza e quindi la consapevolezza aiuta i processi di attuazione del piano.

Per valutare i progressi compiuti nel raggiungimento dei propri obiettivi, i firmatari del Patto dei Sindaci devono presentare una relazione di monitoraggio relativa agli obiettivi di mitigazione e adattamento, ogni due anni dopo l’adozione del Piano d’Azione. Ogni quattro anni, l’inventario delle emissioni viene aggiornato per verificare i progressi legati alla mitigazione delle emissioni e del consumo di energia. Dal prossimo numero analizzeremo la situazione dei PAES di una serie di comuni del nostro territorio (province di Biella, Novara, Varese, Verbania, Vercelli) per capire come si sono mossi e quali idee hanno messo in campo, per utilizzare al meglio questo strumento e quindi rendere più rispettosa dell’ambiente la nostra comunità.
Per approfondimenti: www.pattodeisindaci.eu

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Primo passo: osservare, non solo vedere

di Federico Gavinelli

Con la scoperta dell’agricoltura, l’uomo ha iniziato ad essere determinante per l’equilibrio del pianeta. Da allora è riuscito ad adattare l’ambiente circostante in modo da trarne beneficio, creando meraviglie. Ma è cercando di dominarlo che, a lungo termine, ne ha compromesso la quasi totale condizione di naturalità o stabilità.
Con le scelte politiche ed economiche, l’uomo mette a dura prova anche la biodiversità della propria specie: Aborigeni dell’Australia, Yanomami dell’America latina, Eskimesi dell’America settentrionale, i Sami della Finlandia e i Lapponi di Russia, Svezia e Norvegia.

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La cupidigia e l’incessante ricerca del benessere ha fatto perdere il senso generale della situazione di Uomo sulla Terra, tanto che le parole di Papa Francesco sono di enorme attualità, in relazione al rispetto del Creato ed al nostro ridimensionamento da utilizzatori a custodi.
Per ignoranza e disinformazione, mala gestione e visioni fiabesche distorte o per interessi economici, vediamo, per esempio, il lupo come abominevole pericolo.
Chiedersi se le emissioni ed immissioni di scarichi idrici risultino inquinanti sono concetti legislativi molto recenti. Il primo regolamento italiano è del 1997, il Decreto Ronchi, a seguito delle direttive comunitarie del 1991 e 1994. Viste le date e riportandole nel nostro “piccolo”, riusciamo a comprendere la mobilitazione e l’efficacia della bonifica del Lago d’Orta, ma l’inefficienza della risoluzione alla contaminazione della Cascina Beatrice(*).

Per meglio comprendere il rapporto Uomo-Natura mi piace associare due parole di origine greca che sembrano diametralmente differenti, ma che sono meravigliosamente l’una il completamento dell’altra: Ecologia ed Economia.
Eco-: casa o ambiente.
–logia: discorso, comunicazione, o anche regole (esempi: dialogo, discorso tra due o più interlocutori; decalogo, dieci regole; astrologia, pratica che collega le possibili interazioni dei corpi celesti con il comportamento; logo, un simbolo che comunica un concetto più ampio).
–nomia: gestione, pratica del mettere in ordine qualcosa; oppure qualcosa che è inerente a qualcos’altro (esempi: astronomia, la scienza che tenta di dare un ordine ed un senso alle dinamiche celesti; gastronomia, tutto ciò che è inerente allo stomaco).
Ecologia è quindi lo studio degli elementi che sono presenti in un ambiente e lo studio delle loro interrelazioni. Economia, invece, lo studio delle regole che possono organizzare il corretto funzionamento e la gestione mirata dell’ambiente, della casa. Quanto sbagliamo a concepire i due termini nella vita di tutti i giorni?

Uno lo colleghiamo sempre alle cose biodegradabili, green, sostenibili, l’altro al valore monetario, che molto spesso spogliamo del concetto di qualità.
Quindi: Questa carta igienica è eco-logica perché è attenta all’ambiente! Dato che è attenta all’ambiente non sarebbe forse meglio dire: Questa carta è eco-nomica? Questo prodotto è bio! Anche se è costoso, non è forse meglio acquistarlo evitando prodotti più impattanti per l’ambiente, di dubbia provenienza ed etica?
La mia generazione, ha vissuto il benessere post-boom economico, dove il fine ultimo è stato la comodità, il tutto subito, il materialismo e la globalizzazione precedente alla delocalizzazione, tanto da mutare le dinamiche commerciali.
Dagli anni ’50, l’occidente ha vissuto la rivoluzione verde, che si prefiggeva di riuscire a dare da mangiare a tutti gli abitanti della Terra. Il suolo è stato visto da quel momento, come cosa inanimata le cui proprietà andavano spremute per massimizzare la produttività anche con metodi ormai considerati insostenibili.

Nelle nostre campagne, la riduzione di aree naturali e semi naturali, la monocultura e l’abbandono di pratiche tradizionali, l’abbracciare tecniche e sostanze sempre più artificiali, sono i fondamenti dell’attuale crisi dell’agricoltura.
L’ambiente agrario non è solo un tappeto su cui fare crescere cose da mangiare, ma è un insieme di componenti che si relazionano e comunicano. L’ambiente agricolo è quindi un organismo, e come tale dobbiamo impegnarci a proteggerlo! Come possiamo però impegnarci a proteggere qualcosa che non conosciamo?
La nostra specie è curiosa di natura, e prerogativa di ogni curioso che si rispetti è l’osservare il minimo movimento e cambiamento. Successiva all’osservazione è la deduzione, che presuppone di collegare quello che vediamo a cose di cui ancora non conosciamo la relazione: l’uomo ha scoperto la potenza del fuoco osservando che esso poteva nascere dal fulmine o dalla frizione del legno o di particolari rocce. Quindi: impariamo a non fermarci a “vedere” la realtà ma ad osservarla!

All’interno degli ecosistemi esistono elementi che risentono degli effetti delle componenti di un ambiente. Osservando questi ultimi possiamo riconoscere lo stato di salute di diversi ecosistemi. Si chiamano indicatori proprio perché hanno la capacità di indicarci i livelli di qualità di un ambiente. Essi sono sempre interni all’ambiente e possono essere identificati come semplici indicatori quando sono componenti non-viventi, o bioindicatori quando sono viventi. Questi ultimi devono avere determinate caratteristiche e anche la metodologia di raccolta deve soddisfare queste loro caratteristiche. In più, la metodologia deve essere ripetibile, semplice ed economica e quindi accessibile, come la scienza.

Fatta questa premessa, dal prossimo numero di Vivere Sostenibile scopriremo e daremo una risposta a molte delle nostre domande: a cosa servono le cimici? Quante specie di insetti ci sono sulla Terra? E quanti sono i batteri? La terra è vero che non è sporca, ma… sporca? Andremo così a scoprire un bioindicatore per ogni uscita del giornale.
Impareremo a comprendere di cosa si tratta, a cosa serve studiarlo e come lo si può osservare.
Osserveremo i metodi di raccolta e campionamento riconosciuti dalla comunità scientifica, le tecniche di calcolo basilari per l’analisi statistica, per comprendere al meglio, tramite i bioindicatori, il livello di qualità di un ambiente, anche del vostro giardino!
Nel prossimo numero tratteremo degli ingegneri del suolo: i lombrichi!

(*) Cascina Beatrice: zona alle porte di Borgomanero (NO) inquinata da rifiuti industriali soprattutto liquidi, scaricati per anni nel terreno ed inserita nell’elenco dei siti da bonificare della Regione Piemonte.

Un rispettoso disaccordo che cambia il mondo

di Enrico Marone

“Quando nasceranno i miei figli, voglio che nascano in un mondo in cui speranza e trasformazione siano possibili. Voglio che nascano in un mondo in cui le storie hanno ancora potere. Voglio che crescendo abbiano la possibilità di essere Heiltsuk in ogni senso della parola. Di mettere in pratica le usanze e comprendere l’identità che ha reso forte la nostra gente per centinaia di generazioni. Questo non può accadere se non sosteniamo l’integrità del nostro territorio, le terre e le acque, e le pratiche di gestione che legano la nostra gente al paesaggio. In nome dei giovani della mia comunità, esprimo il mio rispettoso disaccordo nei confronti dell’idea di una qualunque forma di compensazione per la perdita della nostra identità, per la perdita del nostro diritto di essere Heiltsuk” (tratto da Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà – Rizzoli).
Questa è la testimonianza di Jess Housty, giovane poetessa appartenente al popolo degli Heiltsuk, davanti al Comitato di valutazione dell’oleodotto della Enbridge (per le famigerate sabbie bituminose) a Terrace in Columbia Britannica, Canada.

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Gli Heiltsuk sono un popolo nativo che da centinaia di anni vive in completa armonia con la Natura splendida di quei luoghi e ne conosce e rispetta i delicati equilibri. Le perdite dall’oleodotto e dal passaggio delle petroliere nei mari dai quali essi traggono il loro sostentamento (non speculazioni economiche), rischiano di uccidere il salmone rosso che è il cibo di orche marine e delfini dai fianchi bianchi, oltre che di foche e leoni marini. Ma non solo, perchè quando i salmoni entrano nelle acque dolci per la loro riproduzione, sfamano aquile, orsi bruni, grizzly e lupi i cui escrementi sono fonte di nutrimento per i licheni, i grandi cedri e gli abeti di Douglas della foresta pluviale temperata. Il salmone, un semplice pesce ai nostri occhi, diventa l’impensabile collegamento tra mare, acqua dolce e foresta. Se scompare il salmone, scompare un intero ecosistema e la popolazione che con esso convive.

Questa è la banale verità che la globalizzazione neoliberista semplicemente non considera, concentrata com’è alla massima realizzazione del profitto.
Di esempi di questo genere ce ne sono a migliaia in tutto il pianeta e di solito gli organi di informazione ne danno un’immagine distorta o li riducono a semplici lotte contro le compagnie petrolifere o minerarie o le altre svariate forme di sfruttamento economico delle risorse naturali. Solitamente lo scenario che viene presentato, è quello in cui chi vuole distruggere per pura speculazione diventa il paladino del progresso, mentre chi è integrato nella Natura e la ama è l’ostacolo.
Ma quello che non capiscono le multinazionali e i personaggi che ne pilotano le attività, azionisti compresi e governi complici, è che l’amore per la Terra e la Natura è una forza potentissima.

Aldilà dei conti economici, ciò che ha fatto la differenza e portato al successo è stata la forza con cui le comunità si sono pacificamente, ma risolutamente, opposte a tanti progetti distruttivi nei loro territori. Battaglie vinte di cui non si sente quasi mai parlare, come ad esempio la legge del Costarica che vieta l’estrazione a cielo aperto sul territorio nazionale, oppure l’opposizione alla trivellazione off-shore da parte dei residenti dell’arcipelago colombiano di San Andrés, Santa Catalina e Providencia. Il corallo è più importante del petrolio, dissero gli abitanti di quella regione, dove esiste una delle più grandi barriere coralline dell’emisfero occidentale. Il Sierra Club negli Stati Uniti dal 2002, insieme alle comunità locali ha impedito l’apertura di 180 impianti ed è riuscito a far chiudere 170 centrali a carbone. In Turchia, a Gerze, la pressione della comunità locale ha impedito l’apertura di una centrale a carbone sul Mar Nero.

E sono tantissimi altri gli esempi possibili; da noi la comunità della Val di Susa si oppone ormai da 25 anni alla costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità, riconosciuta ormai opera inutile persino dal governo italiano. (http://www.notav.info/post/crozza-mi-aspetto-che-cambino-nome-alla-valle-anzi-abituiamoci-gia-a-chiamarla-val-di-scusa/)
Insomma la strada da percorrere, come semplici cittadini appartenenti alla nostra comunità e al pianeta Terra, è quella della conoscenza, dell’amore per il proprio territorio e quindi delle scelte sempre più consapevoli sia nei consumi giornalieri che nella pianificazione del futuro comune. Solo così avremo a disposizione uno strumento per impedire alla speculazione di vincere sulla natura e sull’uomo.

“L’uomo si distrugge con la politica senza princìpi, col piacere senza la coscienza, con la ricchezza senza lavoro, con la conoscenza senza carattere, con gli affari senza morale, con la scienza senza umanità, con la fede senza sacrifici.” Mahatma Gandhi

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile+Maggio 2018, editoriale