Un’estate per perdersi un’estate per ritrovarsi

di Giulia Marone

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Per questa estate voglio fare un fioretto: chiamarmi la felicità.
Bè, facile in estate cercare di essere felici, c’è il sole (il più delle volte), le giornate si allungano, i bar aprono i dehors, i parchi sono pieni di gente, la natura è in fiore, le possibilità di viaggiare aumentano… Eppure, in tanti hanno la lamentela facile anche in questo periodo ridente: fa caldo, le zanzare, e al lago c’è troppa gente, e in montagna non ho voglia di camminare, e non ho soldi per andare in vacanza, e io nemmeno le faccio le vacanze quest’anno, pensa te che felicità! È un meccanismo naturale: quando si giunge al periodo più atteso dell’anno (che non è il Natale, ammettiamolo), allora ci crolla un po’ tutto addosso, nel momento in cui ci rendiamo conto di non poterlo vivere appieno come nei nostri sogni avremmo voluto. Magari il weekend fuori porta programmato da mesi non possiamo viverlo all’aria aperta perchè piove. Oppure la vacanza tanto aspettata dobbiamo rimandarla a data da destinarsi per la-qualunque. Ma questa estate, così breve, così leggera, dove la mente non ragiona lucidamente, dove tutto è rallentato eppure corre tutto così veloce, riusciamo a godercela davvero?
A casa, nel nostro bell’Alto Piemonte, siamo circondati da posti ancora inesplorati dalla maggior parte di noi. Per fortuna tante associazioni, enti, organizzazioni, danno il via a manifestazioni di vario genere. La musica sembra sempre la protagonista, ma quello che la circonda è di altrettanta ricchezza: tanti festival permettono di vivere all’aria aperta e a contatto con gente nuova, e sempre di più hanno come obiettivo intrinseco quello di rispettare l’ambiente e la natura. Modi per partecipare ce ne sono tanti, per i più giovani (ma non per forza) c’è la possibilità spesso di entrare a far parte dei volontari o dello staff che permette che l’evento sia realizzato nel migliore dei modi. Chi partecipa invece come spettatore, ha il dovere di rispettare l’operato di coloro che ci lavorano e dell’ambiente che li ospita, ricordando che oltre al divertimento ci deve essere l’educazione.
Differenziamo sempre la nostra spazzatura, è uno dei principali danni dei festival e degli eventi all’aria aperta. È così semplice portarsi dietro un sacchetto nello zaino quando si fa una gita fuori porta, e una volta a casa si può differenziare quello che non è stato possibile dividere prima! Il vero turista sostenibile cerca ogni modo per non impattare sull’ambiente.
È possibile? Non al 100%, perchè solo la nostra presenza in un luogo naturale scombina gli equilibri. Ma possiamo fare davvero tanto di più per goderci il bel tempo senza creare un disagio reale.
A volte sento il desiderio di isolarmi nella natura, non perchè sono un’ecologista, ma perchè so che lì sono solo i miei pensieri a farmi compagnia, e hanno bisogno di esprimersi anche loro ogni tanto, nella tranquillità di un luogo che non giudica. Smettiamo di giudicarci per il fatto che non abbiamo un lavoro vero, che non abbiamo uno scopo nella vita, che non abbiamo una famiglia già formata, che i nostri piani per il futuro sono andati in fumo. Succede a tutti! E quando succede prendiamoci una pausa, rincontriamo e riascoltiamo noi stessi, facciamo una cosa che volevamo fare da tempo… Anche solo un bagno al lago dopo il lavoro, un gelato al parco nella pausa pranzo, un pisolino in più nel giardino di casa, una canzone ripetuta all’ora del tramonto, dedicare tempo agli amici davanti a un buon bicchiere di qualsiasi cosa ci faccia del bene. Vivere il tempo di ora, il tempo così rapido della bella stagione, respirarlo e integrarlo in noi, permetterci di cambiare, cambiare idea, cambiare pelle, cambiare colore, cambiare ritmo. Sentire il fluire dei nostri pensieri e lasciarli uscire in una nuotata, in una corsa nel bosco, in una camminata in montagna. Ricarichiamoci! Non ci sono scuse per non farlo, non ci sono perchè no, non ci sono momenti inutilizzabili, dentro di noi lo sappiamo. Non farà mai troppo caldo, o troppo freddo, o troppo umido per respirare.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte, edizione Agosto+Settembre, editoriale

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Fresco fresco, il numero dell’estate!

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Con il caldo letture fresche di stampa! Lo aspettavate da un po’ e quindi ecco l’edizione Agosto+Settembre di Vivere Sostenibile Alto Piemonte. Colori, notizie, consigli, pensieri… Che cosa vi stuzicherà di più?

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Che foglie grandi che ha…

di Giancarlo Fantini

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“bosco magico” – 60 x 80 – olio, segatura e legno su tela – 2014 di Giancarlo Fantini

Parafrasando una famosa fiaba, è questa l’espressione spesso ricorrente da parte di visitatori di giardini nelle settimane di questa “umida” primavera. Lo stupore è stato più volte manifestato di fronte ad erbe, arbusti ed alberi che mostravano foglie insolitamente di maggiore ampiezza rispetto ad altri esemplari della stessa specie o, soprattutto, al confronto con le stesse foglie osservate nelle precedenti stagioni, sulla medesima pianta. Pur comprendendo tale stupore, non ho avuto motivo alcuno di meravigliarmi, semplicemente perché da molto tempo sono abituato ad osservare, “visitare”, registrare dati relativi alla vegetazione, sia selvatica che coltivata.
Nel caso specifico delle dimensioni delle foglie, mi è capitato anche di peggio, nel senso di poter osservare, in altre annate, esemplari di consistenza quasi “mostruosa”, sicuramente esagerata, rispetto alla norma della specie in esame.

Perciò sono in grado di dare una spiegazione del fenomeno che è molto più semplice di quanto si possa immaginare. Poiché la costruzione delle parti verdi dei vegetali dipende dalla disponibilità di acqua e di azoto, succede che, in concomitanza con primavere particolarmente piovose e in terreni abbastanza fertili, le piante riescano, comunque entro limiti fisiologici, a costruire lamine fogliari ben più ampie rispetto alle “normali”. Questo argomento però va inquadrato in un discorso più ampio all’interno del mondo vegetale e delle produzioni a ciò collegate. Ho sempre insegnato, infatti, che, sia nel riconoscere le piante, quanto nelle attenzioni necessarie per la loro coltura, non ci si deve mai fare ingannare né dai colori, né dalle dimensioni assumibili, sia dai singoli “pezzi” che compongono una pianta che dall’intero corpo del vegetale. Dimensioni e colori sono, infatti, dipendenti dall’ambiente in cui cresce l’individuo, con tutte le sue componenti, altrimenti denominate “fattori fondamentali per la vita di una pianta”: quantità di acqua e sua disponibilità nell’arco delle diverse stagioni; quantità e qualità della luce; temperature e loro distribuzione sia nei mesi che nell’arco delle 24 ore; presenza e solubilità dei sali nel terreno.
Non a caso la conoscenza dei parametri relativi a questi “ingredienti”, ci dà la possibilità di poter coltivare (bene) le singole specie; ma è evidente il fatto che ogni vegetale spontaneo possa dare il meglio di sé solo in presenza ottimale e concomitante delle variabili sopra descritte. Ma per poter osservare davvero una specie vegetale al massimo delle sue possibilità, è necessario che questa abbia avuto l’opportunità di crescere da sola e senza concorrenza con altre piante, men che meno suoi simili: è sufficiente per questo andare in un bosco spontaneo e vedere quanto siano diverse dimensioni e colori degli alberi alla “periferia”, rispetto a quelli del “centro”. Queste che potrebbero sembrare sottili disquisizioni tra addetti ai lavori, hanno invece notevole importanza in scienze diverse tra loro come l’agronomia, l’ecologia, l’economia agraria. Ma, in assoluto, l’importanza più significativa che riveste la conoscenza di queste differenze la troverete in un campo ben più “esplorato”: il riconoscimento delle specie spontanee, soprattutto quando è finalizzato alla loro raccolta ad uso alimentare. Nelle scorse settimane, in più di un’occasione, mi è capitato di accompagnare gruppi diversi e, ancora una volta, ho riscontrato, da parte di molti, l’approssimazione con la quale ci si approccia a tale pratica. Fortunatamente, ho avuto a che fare anche con persone più attente e sensibili, che mi hanno segnalato la necessità di saperne di più, onde evitare di raccogliere le erbe sbagliate, con tutti i rischi conseguenti. Alla fine, mi sono dovuto ripetere, come facevo a scuola: “bisogna studiare, ragazzi, studiare, sempre”.

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Il colore verde della tua anima

di Laura Stefanini

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Non ricordo il momento esatto in cui ho cominciato ad accostare fiori e piante alle anime umane, né quando ho cominciato a regalare alle persone la propria anima verde gemella. A 5 anni ero una sorta di goffo Cupido (poco svolazzante a dire il vero), tra colori sgargianti e profumi mediterranei, scricchiolii di erbe secche sotto le scarpe, quelle ortopediche che solo in campagna non sentivo più e non ricordavo di avere. Girovagavo con mio nonno tra le campagne del nuorese, in cerca di sorgenti che poi lui mi “regalava”, per rendermi responsabile della sopravvivenza di quel luogo. Era lì che osservavo piante e fiori, profumi e odori, era lì che cominciavo a pensare alle anime delle persone e inconsciamente ne abbinavo una verde a far loro compagnia. La Menta selvatica per me, l’Asfodelo per nonno, i fiori di Cardo per il mio adorato cugino, i fiori di Mandorlo per mia mamma, il Carrubo per mio papà e l’Acetosella per mio fratellino.

Ancora oggi, con la stessa leggerezza d’animo, faccio i miei abbinamenti, scrivo su un foglio di carta quello che il silenzio mi sussurra all’improvviso, continuo a regalare un amore verde a qualche amico divertito che mi chiede: –E io? Che fiore vedi per me?-.
È divertente veder rimpicciolire gli adulti fino a tornare bambini, renderli liberi per qualche istante da abiti e pensieri pesanti, percepire la luce negli occhi di un’età lontana e andar via con l’amore in tasca, un fiore stretto in mano, nascosto per paura che possa svanire.
Oggi rispetto a tanti anni fa approfondisco e studio il significato di ogni pianta e fiore che mi capita di “donare”, alcune hanno proprietà terapeutiche, significati simbolici quasi sconosciuti, oppure appartengono alla terra, piuttosto che all’acqua o all’aria, all’antica medicina tradizionale.
E se l’anima gemella verde appartiene ad un fiore che proprio non piace a chi lo riceve? È ancora più divertente per me, ma fastidioso per chi non può proprio accettare il suggerimento e va via un po’ deluso. Quando rimango sola prendo i miei libroni e trovo quasi sempre un suggerimento sul carattere della persona, peccato che questa occasione capiti di rado. Si impara moltissimo dagli amori incompresi. In ogni giardino inserisco una pianta che mi faccia pensare alla persona che ne avrà cura, che ne sia a conoscenza o meno non ha importanza, voglio credere che l’anima verde possa aiutare e andare in soccorso ai pensieri tristi e a quei cieli grigi che a volte capitano, in ogni stagione.

L’Asfodelo di nonno Nino = “ciò che non è stato ridotto in cenere”. Nella tradizione popolare ha il potere magico nella radice che, se nascosta tra le vesti, provoca l’innamoramento della persona desiderata. Mia nonna mi raccontava che si innamorò quasi senza comprenderlo di mio nonno, così a prima vista, ancor prima di parlargli. Non so se avesse qualche radice nascosta nel cappotto. È certo che sia stato un uomo tanto amato da tutti in vita e oggi indimenticato.
Il fiore di Cardo di mio cugino = Pianta sacra di San Giovanni e protettiva “quando la luna sarà in Capricorno col sole nuovo prendi l’erba detta Cardum sylvaticum e fino a quando la porterai con te non ti capiterà mai nulla di male”. Potere di far infuriare i serpenti. Mio cugino si chiama Giovanni, è del segno del capricorno e se lo conosceste sapreste che sarebbe capacissimo di far infuriare i serpenti, ma a 5 anni che ne sapevo io… mi piace riderci su.
I fiori di Mandorlo di mamma = nella mitologia greca rappresenta la speranza e la costanza. La rinascita. Mamma dice da sempre:” stai tranquilla tutto si risolve prima o poi.”
Il Carrubo di papà = proprietà curative per stomaco e intestino, il frutto è detto pane di San Giovanni, abbassa il colesterolo. Non vi dico di cosa soffre e come si chiama mio padre, mi dareste della koga* e proprio non ve lo permetto.
L’Acetosella di mio fratello Simone = il nome deriva dal sapore un po’ “acido” e aspro delle foglie. Nel linguaggio dei fiori esprime protezione e amore materno. Mio fratello, ancora oggi, veste di tanto in tanto e con disinvoltura note acidule, ma in famiglia sappiamo quanto sia protettivo verso chi ama e padre amorevole.
Tutto questo mi ha insegnato che non bisogna mai stancarsi di giocare con piante e fiori, di proteggerli e se si riesce, ascoltarli. C’è tanto di invisibile intorno a noi, che si aggrappa con forza al visibile.

* Koga = Strega (nella pianura del Campidano, la più vasta pianura della Sardegna)

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione giugno+luglio 2018, sezione Orti e Giardini

Dopo l’episodio di inizio maggio, venerdì scorso un altro sversamento di residui di lavorazione di cromatura e soda caustica nel Lago d’Orta (NO)

Ancora sversamenti nel Lago d’Orta. Legambiente si costituirà parte civile: “Si applichi la legge 68 sugli ecoreati: chi ha inquinato deve pagare”

Comunicato stampa

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Legambiente si costituirà parte civile contro gli ecocriminali che venerdì scorso hanno nuovamente sversato residui di lavorazione di cromatura e soda caustica nel Lago d’Orta, a San Maurizio d’Opaglio (NO). A dichiararlo, in una nota congiunta, il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani, il presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta Fabio Dovana e il presidente del circolo di Legambiente Gli Amici del Lago Massimiliano Caligara: “Confidiamo che ora chi ha commesso questo delitto contro l’ambiente paghi in modo esemplare. Ciò è finalmente possibile grazie alla nuova legge sugli ecoreati che ha introdotto cinque nuovi reati ambientali, tra cui quello di disastro ambientale che prevede la reclusione da 5 a 15 anni”.

L’associazione ambientalista, proprio lo scorso venerdì in occasione della tappa piemontese della Goletta dei Laghi 2018, la campagna che attraversa l’Italia per monitorare la qualità delle acque, degli ecosistemi e dei territori dei laghi, ha organizzato a San Maurizio d’Opaglio una tavola rotonda dal titolo Industria, turismo ed ecosistema lacustre. La ricerca continua dell’equilibrio. Iniziativa a cui sono intervenuti numerosi rappresentanti delle istituzioni locali e del distretto produttivo della rubinetteria e dell’economia del turismo.

“Legambiente si costituirà parte civile con l’auspicio che si faccia piena luce sullo sversamento di inquinanti nel Lago d’Orta, perla dal punto di vista ambientale e paesaggistico nonché attrattiva turistica e centro nevralgico dell’identità territoriale. Non è accettabile –dichiarano i rappresentanti dell’associazione ambientalista– che imprenditori senza scrupoli possano compromettere il grande e innovativo progetto di bonifica svolto con successo sul lago sotto il coordinamento e la guida scientifica del CNR-ISE a partire dal 1989”.

Ufficio stampa Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta: 011.2215851 – 349.2572806

www.legambientepiemonte.itwww.facebook.com/legambientepiemontevalledaosta

LOST ENCORE – La voce dei luoghi abbandonati

di Mirko Zullo

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Ben tornati all’appuntamento con la riscoperta dei luoghi abbandonati e dimenticati del nostro Paese. Il progetto LOST ENCORE è nato alla fine del 2015 e si è dato proprio questa missione: riscoprire le dimore abbandonate più importanti del nord Italia. In questo nuovo appuntamento, il viaggio del team di LOST ENCORE si dedicherà alla riscoperta di due siti in provincia di Varese, ovvero il cimitero abbandonato di Viggiù e il Grand Hotel Campo dei Fiori.
Viggiù è un piccolo borgo che conta poco più di 5.000 abitanti, molto attivo sotto il profilo culturale. La squadra di LOST ENCORE è qui per far luce sulle numerose e discutibili voci che si muovono attorno ad un piccolo cimitero non più in uso, collocato proprio nel cuore del paese. Un cimitero meta di curiosi e cacciatori di fantasmi. Andato alla ribalta della cronaca poco tempo fa, per avere ospitato la troupe del programma “Mistero”, il cimitero è parso subito colmo di presenze sovrannaturali, almeno a quanto ha voluto raccontare il programma televisivo. Chiave di lettura che, però, non ha affatto soddisfatto abitanti e amministrazione comunale, che ha trovato di cattivo gusto quanto confezionato dagli addetti ai lavori del programma TV. Il vecchio cimitero infatti, non è pregno di fantasmi e presenze, semplicemente resta testimonianza delle famiglie che in passato hanno vissuto a Viggiù e non ultimo, poiché oggi sconsacrato, è anche meta di interessanti e coinvolgenti attività culturali molto sentite e seguite dalla comunità.

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Tappa conclusiva della spedizione odierna, il Grand Hotel Campo dei Fiori, sopra il Monte Tre Croci. Una struttura ad oggi non del tutto abbandonata. Questo albergo, progettato nei primissimi anni del ‘900 dall’architetto Giuseppe Sommaruga – uno dei massimi punti di riferimento per l’architettura liberty italiana – resta uno degli esempi più importanti di questo stile, sia per la struttura che per gli arredi. Il primo decennio del secolo scorso vedeva Varese come meta molto ambita per le vacanze estive, ecco perché fu cosa semplice per questa imponente struttura, giungere presto all’apice dell’attività.
Nel 1911 venne anche inaugurata una funicolare, con tratto di competenza Vellone-Campo dei Fiori, che facilitava l’arrivo dei villeggianti. Vicino al suo arrivo, si trovava il Ristorante Belvedere, anch’esso progettato da Sommaruga ed inaugurato a pochi giorni di distanza dalla messa in attività della funicolare. Per decenni, questo complesso restò attivo, arricchendo l’offerta turistica della provincia di Varese, ma negli anni seguenti il secondo dopoguerra, tutto trovò un rapido ed inevitabile declino. Nel 1947 un incendio devastò l’ultimo piano del Grand Hotel, prontamente ripristinato. Tassello definitivo fu poi la cessazione dell’attività della funicolare, nel 1958. Difatti, da lì a pochi anni, era il 1968, chiusero i battenti anche il Ristorante Belvedere ed il Grand Hotel Campo dei Fiori. Oggi l’albergo resta semi abbandonato, poiché ancora un custode vive al suo interno e l’intera area è meta di curiosi, studiosi d’arte e architettura ed escursionisti, sono infatti molti i sentieri che passano per il Monte Tre Croci. Nei pressi del Grand Hotel, nel giardino del fronte posteriore, si trova la Grotta Marelli, una cavità carsica utilizzata in parte come cantina dell’albergo ed oggi meta di visite speleologiche su richiesta.
Senza dubbio da ricordare la recente giornata di openday, organizzata dal FAI e con la partecipazione di Vittorio Sgarbi, grazie a cui un folto pubblico ha avuto modo di vedere gli interni di questo tesoro abbandonato del nostro passato.
Come sempre, potete seguire ed avere tutte le informazioni su LOST ENCORE tramite la pagina Facebook ufficiale, oppure riguardando tutte le losteggiate della prima stagione sul canale LOST ENCORE di YouTube. Per altre informazioni, domande o segnalazioni, potete invece scrivere alla casella mail: lostproductiontv@gmail.com.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Giugno+Luglio 2018, sezione Turismo Sostenibile

La chiamata dell’India

di Irene Santamaria

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Certi luoghi li visiti per curiosità, per opportunità o per caso. L’India no. Lei ti chiama.
Io ci sono stata per diversi mesi e spesso volevo scappare, ma ogni volta sull’aereo del ritorno già mi mancava. Gli indiani sono tra i popoli più casinisti e disordinati al mondo e in aggiunta sono molto furbi coi turisti e la truffa è sempre dietro l’angolo. Prenotazioni annullate, pullman che vedi passare ma ti dicono che non esistono, treni stile merci in ritardo di 10 ore, cibo troppo piccante… eppure vale tutti gli sforzi. Va vissuta in maniera reale: utilizzando i loro mezzi di trasporto, mangiando il loro cibo, sopportando code, caldo e il peso dello zaino sulle spalle.
L’ultima volta ho visitato il nord: Dehli, Jaipur, Varanasi, Agra, Darjeling e Calcutta.
Dehli e Calcutta sono trafficate, cosmopolite e ricche di storia. Si cena nei caffè francesi e si va a sentire la messa coi bianchi anglicani. Jaipur è detta città rosa per le sue costruzioni polverose di quel colore, ha diverse rovine antiche con mucche e scimmie che pascolano e in alto il bellissimo forte domina la città da un lato e il deserto dall’altro.
Darjeling e Sikkim sono oasi di fresco, dove la nebbia vive tra le piantagioni di the e si può scalare il Kanchenjunga per vedre l’alba che si alza al ritmo dei tuoi passi.
Ma l’India è a Varanasi, un clichè più che motivato che vale più del Taj mahal. La città vive quasi solo dalle 19.00 al sorgere del sole. I tour alle prime luci, vi portano lungo il fiume sacro quando le ceneri dei morti vengono “sepolte” e la preghiera delle 18.00 indica che è cominciata la “movida”. Il Gange è circondato da gath: scalinate in pietra con torri e palazzi (attualmente ristoranti) su cui la notte vengono accese le pire funerarie, infatti la città è dedicata a Shiva, dio della distruzione. Se vi immaginate la purificazione nel fiume sacro simile al battesimo, rimarrete stupiti. Da tutto il mondo bisognosi e malati vengono in queste acque, dove ragazzi giocano a palla, animali bevono, i morti riprendono il ciclo vitale. Sulla riva si chiacchiera, si mangia e beve, qualcuno prega, qualcuno è lì da chissà quanto, immobile nella stessa posizione, molti vendono cibo, gadget, premonizioni.
E in mezzo a tutto questo senti l’universo o Dio per la prima volta davvero: è l’energia più potente che puoi immaginare. Questa vita così singolare, ma autentica con la sua potenza ti pervade. Sei una delle centinaia di persone che allungano la mano aspettando aiuto, sei il marajà, sei la legna che brucerà quella notte, sei la tua strada e la tua meta, sei l’energia che ti ha spinto fin lì e che non sai dove altro ti porterà.
L’India non capita per caso: è in te già prima e non ti abbandoma mai del tutto. L’India è fine e inizio di un ciclo. L’India è il viaggio per eccellenza, dentro e fuori te stesso.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Giugno+Luglio 2018, sezione Turismo Sostenibile

WWOOFING – Il viaggio dello spirito

di Giulia Marone

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Cosa vuol dire per me viaggiare? Un modo per uscire dalla propria realtà e scoprire cose nuove. Non solo i luoghi, ma le usanze di persone che vivono diversamente da me.
Portare solo se stessi e lasciare a casa le abitudini e le sicurezze mentali che ci mantengono in “equilibrio” (quello che pensiamo sia il nostro equilibrio, che il più delle volte è “routine”).
Quindi, quando ho scelto di allontanarmi dal mio quotidiano per un po’ non ho badato tanto a quanta distanza fisica avrei posto tra me e “casa”.
Leggendo qui, sul numero di Febbraio+Marzo 2018, l’articolo di Olimpia Medici sull’Eden Sangha di Ellen Bermann, mi sono illuminata: era il posto giusto.
Vicino a Biella, ma fuori dal mondo, al mio arrivo me ne sono resa conto subito. È una piccola oasi di verde selvaggio tra le colline. Circondati da piccole cime, si è isolati dalla vista della civiltà come viene definita ironicamente anche da Ellen e suo marito Lorenzo.
Io ero la Wwoofer di Aprile. Significa che scambiavo il mio lavoro mattutino per loro con ospitalità e cibo, entrambi di ottima qualità: Ellen e Lorenzo sono accoglienti e tranquilli, mi hanno lasciato modo di ambientarmi ed Ellen è una cuoca fantastica.
Le cose che di questa esperienza, durata due settimane, voglio condividere con voi sono alcune sensazioni.

Prima di tutte il senso di SPAZIO. Quello spazio che è vivere all’aperto, in contatto con la natura, che in città non si prova. È uno spazio privato, ma condiviso. Senti che è tuo. Forse perchè ti rendi conto che fa parte di te fin da subito: gli alberi, gli arbusti, le erbe aromatiche, la terra, i quarzi e i massi erratici che arredano l’architettura della “mia nuova casa”. Respiro.

Come secondo punto, direi un gran senso di VUOTO. Non è un vuoto negativo, sia chiaro, o meglio: spaventa, è vero. All’inizio fa paura rendersi conto di avere il TEMPO tutto per sé. Sei TU, tu e basta. Perchè dopo le quattro ore di lavoro mattutino, durante le quali si scarica il fisico e la mente attraverso le mani, le braccia, le gambe, i muscoli, nel pomeriggio si è liberi di usare il tempo come meglio si crede. È così strano avere del tempo davvero libero, staccato da tutto ciò con cui di solito lo riempiamo! E quante cose si riescono a produrre in un pomeriggio con se stessi? Cose belle e cose “brutte”.

Il terzo punto è il CONTEMPLARE semplicemente. Sorridere con l’anima alle cose. Osservare e non avere bisogno di fare nulla. Tutto vive, si muove, va avanti, anche senza di noi, senza il nostro continuo correre e fare. Solo noi che guardiamo e impariamo, nutriamo la mente con le immagini e le sensazioni.

Cosa cercavo da questa esperienza? Non lo so. Forse volevo mettermi alla prova e trovare un altro pezzo di me. L’ho fatto.
Grazie Ellen e Lorenzo, grazie a Yeti, Ariel, Totò, Byrony, Zelda, le galline più belle del mondo e tutti gli altri.
L’associazione Eden Sangha ospita incontri legati alla permacultura, che applica quotidianamente e i cui principi sono stati alla base della rinaturalizzazione dei suoi terreni. È un polo di idee in continua crescita, dove la ricerca della bellezza è alla base di ogni azione. Per contattarli potete seguire la loro pagina facebook (dove ci sono anch’io!) @edensangha oppure il sito www.edensangha.wordpress.com
Per capire meglio cos’è il wwoofing, il sito italiano è:
www.wwoof.it oppure potete leggere l’articolo di Rossana Vanetta sul numero di Maggio 2016 di Vivere Sostenibile Alto Piemonte, che trovate QUI.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Giugno+Luglio 2018, sezione “Estate e dintorni…”

Arrivano col caldo… e pungono. Cosa fare?

di Marilena Ramus

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VESPE E CALABRONI
Spesso quando vespe o calabroni ci pungono il loro pungiglione rimane sotto pelle e la loro ghiandola col veleno all’esterno, quindi è da estrarre delicatamente con una pinzetta, stando attenti a non premere la ghiandola che inietterebbe il veleno.
Le nostre nonne per alleviare il dolore usavano subito erbe che pulivano accuratamente con le mani e poi le stropicciavano, per far uscire i liquidi con i principi attivi.
Quelle erbe ci sono ancora, crescono dappertutto, quindi possiamo tornare ad utilizzarle in questo modo:
– cogliere sul posto foglie di tre piante diverse e sfregare la zona punta.
– frizionare con foglie fresche di piantaggine o di lavanda;
– sfregare con foglie di prezzemolo, basilico, salvia, timo, melissa, menta, calendula, sambuco, serpillo o aglio;
– sfregare con una fetta di limone o acqua e aceto per far passare il prurito;
– mettere sulla zona una fetta di cipolla.
Infine, si può usare anche il cerume prelevato dall’orecchio, spalmandolo sulla puntura.

ZECCHE

Quando fa caldo e andate a fare una passeggiata in campagna, siete preoccupati per le zecche? Da ora in poi, partite tranquilli!
Ecco un metodo semplicissimo per eliminare le zecche: mettere sapone liquido o qualsiasi olio su un batuffolo di cotone, coprire la zecca col cotone umido e senza premere smuoverlo delicatamente per circa 15/20 secondi, poi togliere il cotone, la zecca si è staccata dalla pelle ed aderisce al cotone.
Quando andate a camminare in campagna o in montagna, mettete in tasca un botticino di olio o di sapone liquido e un batuffolo di cotone, da usare appena si vede una zecca ferma sulla pelle. Tornati a casa, osservate attentamente la cute, i capelli e la pelle dalla testa ai piedi, sopratutto per i bambini che hanno giocato nell’erba alta o tra i cespugli.
Con questo metodo semplice e veloce, finita la paura delle zecche!

ZANZARE

Il profumo particolare dei gerani zonali messi sulla terrazza, balcone, finestre respinge le zanzare. Ma come eliminarle? Ecco una ricetta semplice.
Ingredienti:
-20cl di acqua;
-50 gr. di zucchero grezzo o integrale (attenti! Non usare zucchero bianco ulteriormente colorato);
-1 gr. di lievito di birra (lievito usato dai panettieri per il pane);
-una bottiglia di plastica da due litri.
Tagliare la bottiglia a metà, far scaldare l’acqua e far sciogliere lo zucchero e poi versare il tutto nella bottiglia, spolverizzare sopra il lievito, inserire la parte alta della bottiglia come un imbuto, avvolgere la bottiglia con carta nera, lasciando libera la zona imbuto e metterla in casa nell’angolo di una stanza o all’esterno. Le zanzare attirate dal gas prodotto dalla fermentazione dello zucchero, rimangono intrappolate nella bottiglia. Così si pulisce la casa e anche i dintorni.
Dopo una o due settimane sostituire il contenuto della bottiglia.

Buona estate a tutti!

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Giugno+Luglio 2018, sezione “Estate e dintorni…”

Conoscere la canapa, la nascita della associazione valsesiana

Dopo un anno di lavori si è costituita formalmente l’Associazione Culturale Canapa Valsesia. Venerdì 18 maggio è stato confermato lo statuto, il regolamento e formalizzato l’atto costitutivo durante un incontro aperto a tutti.
Come è stato deciso nelle ultime settimane verrà organizzato un altro incontro di autoformazione! Dopo l’incontro positivo il mese scorso a Riva Valdobbia sull’utilizzo della fibra, questo mese l’attenzione andrà sull’utilizzo dei semi in cucina.

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L’incontro è fissato per Giovedi 21 Giugno alle ore 18.00 al circolo di Aranco, in via delle fontane 60 a Borgosesia. La master chef Paola farà da guida nella preparazione di varie pietanze a base di Canapa che poi verranno degustate insieme per cena. La cena sarà intorno alle ore 20.00 ed è a offerta libera per finanziare le attività dell’associazione (oltre alle spese sostenute per la cena). Confermate la vostra presenza entro lunedi 18 Giugno!
A seguire si terrà la riunione, intorno alle ore 21.00, in cui si verrà aggiornati sulle attività in programma come il workshop di distillazione degli olii essenziali e il corso di filatura e tessitura; inoltre gli organizzatori raccoglieranno eventuali proposte per altri incontri di approfondimento, ci sarà la possibilità di tesserarsi e acquistare inflorescenze di Canapa di tipologia Futura 75 al prezzo simbolico di autofinanziamento a 0,20 cent per gr.
Canapa Valsesia sarà presente anche all’Alpàa!
Per qualsiasi dubbio o esigenza contattate Canapa Valsesia qui,
info sul prossimo evento qui

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