Intervista al nostro editore!

Intervista ad Enrico Marone, editore e redattore della rivista Vivere Sostenibile Alto Piemonte.

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Come e quando è nata la rivista gratuita Vivere Sostenibile Alto Piemonte? Quali sono i valori che condivide, supporta e diffonde?

«L’edizione Alto Piemonte di Vivere Sostenibile ha pubblicato il suo primo numero a marzo di quest’anno. Il titolo naturalmente non è casuale, ma è l’elemento comune dei temi e dei valori che vogliamo trasmettere. In ambito bio-eco ma non solo, ci interessa diffondere la reale possibilità di vivere e far crescere un mondo che si basi su principi di giustizia, solidarietà, partecipazione, consapevolezza, cura del pianeta, eticità e quindi respinga quella visione puramente mercantile che ci ha regalato gli attuali disastri a livello non solo locale, ma planetario. Tutto questo all’interno del territorio del quale ci occupiamo, le province di Novara, Vercelli, Verbania e Biella».

Vivere Sostenibile Alto Piemonte è nata da poco ma ha già una bella diffusione e tanti contenuti interessanti:

Quali sono i vostri sogni per il presente ed il futuro? Quanto coraggio, resilienza e passione ci vuole per intraprendere una strada coraggiosa e bellissima come la vostra?

«Siamo molto contenti per l’accoglienza che ha avuto tra i cittadini. È una rivista che viene richiesta e questo è un ottimo segnale. L’impegno necessario per produrre un giornale con contenuti interessanti e vari è notevole, ci lavoriamo in tre ma praticamente a tempo pieno e con pieno intendo anche i giorni festivi. Uno degli elementi più importanti credo sia la curiosità, la voglia di conoscere realtà, persone ed attività che costellano il nostro territorio e che è importante far conoscere senza preconcetti. Saranno poi i lettori che potranno valutare e se interessati approfondire.

Tutto ciò comporta necessariamente una ricerca, il contatto, la comprensione e poi il lavoro editoriale successivo. Sì c’è anche una parte di coraggio in tutto questo, in particolare legato al fatto di essere ciò che sentiamo di essere, esplorare ciò che incontriamo sulla nostra strada, insomma il coraggio di essere veri. Impegnativo ma vi assicuro che ci si sente meglio».

… il resto dell’intervista prosegue qui!

Speciale birrifici!

Un assaggio dello speciale con…

Hordeum viveresost

è il birrificio agricolo di Novara. Questa è la nostra identità, che non è semplicemente legata alla produzione artigianale della birra, ma coinvolge l’appartenenza al novarese in ogni aspetto della vita aziendale, dalla coltivazione delle materie prime fino alla diffusione dei nostri prodotti sul territorio.[…] abbiamo dato voce alla capacità artigiana recuperando il sito di cultura industriale dalla ex centrale del latte, che ci ha ricordato una città della rinascita economica, nella quale “semplice” e “genuino” erano valori diffusi e simboli di una comunità. Avere creduto in un birrificio agricolo è un investimento che sappiamo ci ripagherà nel tempo, ma è soprattutto il nostro più profondo valore. […] la valle del Ticino rappresenta un’oasi occupata per oltre il 50% da attività legate all’agricoltura. Noi apparteniamo al versante piemontese del fiume dove il Parco del Ticino e del Lago Maggiore è stato istituito nel 2009 e annovera i territori di undici comuni fra i quali quello di Cameri che rappresenta la maggiore area di approvvigionamento di cereali per la produzione delle birre Hordeum.
La vocazione all’ecosostenibilità e l’amore per questa terra unica, che abbiamo considerato fra i valori fondanti del nostro birrificio agricolo, è resa concreta dal marchio di qualità ambientale Ticino Valley area MAB Piemonte cui abbiamo aderito.
La nostra intenzione è arrivare al 100% di materia prima proveniente dal territorio. […] La birra che produciamo, infatti, proviene dall’orzo ma anche dal farro, dalla segale, dal pregiato Riso Carnaroli e dai caratteristici Riso Venere e Riso Ermes.
[…]

Hordeum
Corso Vercelli, 120 – Novara
http://www.hordeum.it
info@hordeum.it
0321 467574
393 3147840

Barbanera

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Un’equipe, un dottore, atmosfera retrò e la capacità di imbottigliare l’essenze di cose e persone. Ecco cosa contraddistingue Barbanera, un birrificio artigianale a conduzione familiare di Cavallirio, sulle colline del novarese, che deve il nome all’omonimo misterioso fondatore. […] Tralasciando gli innumerevoli interrogativi sull’identità del “magnifico inventore di inebrianti”, uno su tutti l’innaturale lunga età che ad occhio e croce dovrebbe avere, a differenza del dottore è possibile incontrare i membri dell’equipe a rotazione agli eventi birrai o presso la sede di Cavallirio (detta laboratorio non segreto) dove tra le altre cose ogni mercoledì l’orario di chiusura ritarda ed è possibile degustare più comodamente “gli inebrianti”.
Non solo l’equipe (vestita con tanto di camice bianco) è particolare, da Barbanera tutto si trasforma in un racconto ucronico: dalle storie sulle etichette delle bottiglie (che
presentano alcuni riferimenti storici reali), passando per i gadget fino alle iniziative, tutto contribuisce a fornire dettagli che, per chi il cliente più attento, servono a dissipare l’alone di mistero intorno alla figura del dottore.
Nata come BeerFirm nel 2014 (da quest’anno possiede un proprio impianto) Barbanera produce quattro differenti birre: Mariù, una biondina nata dallo stile Belgian Ale. Irma una rossa basata sulle Dubbel Belga,tendenzialmente dolce ma non stucchevole. La Bigiata, una Saison (speziata e agrumata) molto particolare. Orad’Ora, una American Pale Ale “piaciona”. […] come recita il loro slogan è “Testata su Esseri Umani™”. […]

Barbanera
Via Matteotti 18/20 – Cavallirio (NO)
http://www.birrabarbanera.it
info@birrabarbanera.it
0163 028007

 

Il Birrificio ossolano

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nasce a Malesco, in valle Vigezzo nel contesto del “Progetto Leon d’Oro”. Abbiamo iniziato questa attività spinti da una passione coltivata a livello personale ma anche dalla volontà di vivere e lavorare in modo differente.
La filosofia che sottende il progetto è orientata a diffondere modelli comportamentali e di fruizione sostenibili, legati al recupero e alla valorizzazione dell’area rurale alpina ed alla promozione di un’economia locale basata su filiere corte che valorizzino costantemente il rapporto uomo-ambiente. […]
Tutta l’area produttiva è collegata ad un impianto a pannelli solari che consente di abbattere il dispendio energetico durante le fasi di produzione.
Il Birrificio produce quattro tipologie di birre ad alta fermentazione e non pastorizzate: la chiara LUDO e la Ludo Special, la rossa dei Twergi (antichi folletti dei boschi) e la Stria (La strega), birra ambrata.  Stagionalmente invece si possono trovare la birra nera del Rusca (spazzacamino), la birra di Castagne e la Garse (la fanciulla), la nostra Weiss.
[…] Dopo tre anni di attività stiamo pensando a nuove sfide: una birra tutta Bio con malti biologici e luppoli coltivati localmente.  […]

Il Birrificio Ossolano
Via Conte Mellerio, 47 – Malesco (VB)
http://www.leondoro.eu
birrificio.ossolano@leondoro.eu
0324 929925
345 4462979

 

Birrificio Marconi

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Dalla casa di via Marconi sono nate le prime ricette di Massimiliano Fabbri, che con capacità, meticolosità ed estro è riuscito a colpire gli amici, tra cui l’attuale socio Lorenzo Frattini. I due appassionati, nel 2015 hanno avviato il progetto Birra Marconi, aprendo un piccolo birrificio professionale alle porte di Novara. I positivi riscontri li hanno stimolati ad aumentare la serie di prodotti, la produzione e adeguare i locali a ricevere visitatori con un’accogliente sala di degustazione ben visibile dall’esterno. La produzione spazia dalla Gold a bassa fermentazione riconducibile alle lager tedesche, alle ales, con la Red e la Special, la prima un’ambrata prodotta con malti tostati e caramellati e la seconda dal corpo rotondo e dal grado alcolico più sostenuto, fino alla Rice, una specialità che tra gli ingredienti utilizza una materia prima locale: il riso. L’entusiasmo e il successo delle quattro versioni stanno stimolando il birrificio a creare altre ricette ora in “cantiere”, in particolare un’immancabile IPA.
Marconi Gold – a bassa fermentazione dalla schiuma affascinante fine bianca e persistente, colore dorato perlage leggero e fine. Al naso gli aromi floreali e piacevolmente erbacei si amalgamano perfettamente con il malto. La delicata frizzantezza e il corpo medio, unite al finale amaro non persistente e invasivo, ben equilibrato con il dolce del malto, la rendono adatta ad essere bevuta da sola o accompagnata con cibi semplici di tutti i giorni.
Marconi Rice – immancabile una birra che tra i suoi ingredienti ha il prodotto principe della zona: il riso. […]
Marconi Red – rossa ad alta fermentazione caratterizzata dall’uso di malti tostati e caramellati. […]
Marconi Special – ad alta fermentazione caratterizzata da abbondate uso di malto e luppolo, schiuma bianca abbastanza persistente e fine; colore ambrato e perlage fine. […]
[…]

Birrificio Marconi
Via Marie Curie 13 – Novara
facebook.com/BirraMarconi
birramarconi@gmail.com
0321 233456

…approfondisci la lettura leggendo la rivista online! La trovi qui da pag 16 a 18

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Settembre 2016, sezione Speciale Birra Artigianale

 

Speciale Birra Artigianale

Questo mese all’interno di Vivere Sostenibile trovate lo Speciale Birra Artigianale! I birrifici della zona si raccontano, ma non solo: due articoli introduttivi ci parlano del panorama birrario italiano e dell’esperienza del fare la birra in casa, diventando homebrewers. Grazie di cuore agli autori per questi preziosi contributi!

Qui il pdf online

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È uscito il numero di Settembre!

L‘autunno è in arrivo con i suoi colori, le scuole riaprono ai bambini e noi ricominciamo con il nuovo numero di Settembre di Vivere Sostenibile Alto Piemonte!
Siamo in fermento questo mese per lo Speciale Birra Artigianale. I birrifici della zona si raccontano alla nostra rivista, perchè l’artigianalità è importante per mantenere viva la conoscenza e per combatte lo sfruttamento intensivo attuato invece dalle grandi fabbriche.
Qui il link per leggere online il pdf della rivista!
Vuoi riceverlo via mail tutti i mesi? Clicca qui!
Cin cin e buona lettura🙂
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La Stria Gatina di Cervarolo e le streghe di montagna

di Rossana Vanetta

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C’è un’effigie su pietra nella città di Varallo Sesia, posta sulle rive del fiume Mastallone, che colpì la mia attenzione quando fu istallata, nel 2005. Recita così: “In memoria della Stria Gatina, ultima strega massacrata in Italia, trucidata a Cervarolo di Varallo il 22. 1. 1828, custode dell’antica sapienza montanara”.
Al di là dei dubbi sull’esattezza storica (secondo altre fonti possiamo parlare di morte per accusa di stregoneria riferendoci ad un caso avvenuto solamente 60 anni fa in Val di Susa) ciò che mi impressionò maggiormente fu la parte finale: “custode dell’antica sapienza montanara”. Non mi ero mai interessata di streghe in maniera approfondita prima di allora, e fu proprio da quello spunto che scoprii un mondo di barbare ingiustizie perpetrate nei confronti di donne “colpevoli” di tramandare antiche tradizioni erboristiche e naturali. E interessante fu anche notare come, in Italia, la maggior parte di questi episodi si sia verificata in valli montane. Questo dato mi sembra suggerire una profonda connessione tra la montagna e il desiderio di preservare e tramandare la saggezza della Natura. Forse è grazie alla sua imponente presenza, la sua magnificenza e l’energia con cui ti avvolge che la montagna, più di ogni altro paesaggio naturale, riesce nell’intento di infondere nell’uomo la volontà di rispettarla e trarne insegnamento da essa.
Ma vediamo il caso della Stria Gatina. Margherita Guglielmina era una donna di 64 anni, vedova, dal carattere invadente e petulante.
Queste caratteristiche, insieme al suo aspetto torvo, fecero sì che in paese venisse malvista e derisa, soprattutto dai ragazzini che iniziarono a chiamarla “strega”.
Fu però un episodio particolare che determinò la sua tragica fine. Due uomini del paese abbatterono un antico albero di noci situato in un terreno che una volta era appartenuto a Margherita, causando la sua indignazione. Iniziò quindi uno scontro tra le due parti a suon di offese, che si protrasse nel tempo e che culminò nella profezia da parte della donna sulla morte imminente dei due uomini. Profezia che non tardò ad avverarsi con la morte di uno e l’insorgenza di una grave malattia nell’altro. Questa fu considerata la prova schiacciante della sua arte stregonesca e due incaricati dal vice sindaco e un consigliere, si recarono il 22 gennaio 1828 a “rendere” giustizia, uccidendo la donna a bastonate. I due assassini vennero poi giudicati per omicidio preterintenzionale ma di loro non furono più trovate tracce. Questo è solo uno dei tanti episodi di brutalità compiuti nei confronti delle donne durante l’epoca buia della caccia alle streghe, avvenuti tra le nostre montagne. Donne accusate di saper compiere malefici, curare con le erbe, avere premonizioni o semplicemente giustiziate per la loro diversità. Donne la cui memoria riecheggia tra le valli, lungo i canaloni verdi e trascinata nel vento sino a noi. Per assaporare un po’ di questo misterioso passato e un po’ di questa “antica sapienza montanara”, non
posso che girarvi un consiglio, cantato dalla band milanese Io? Drama: «Ritorna tra gli alberi, è lì che dormono gli angeli».

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Luglio+Agosto, sezione Speciale Streghe

 

Il Fuoco Imperatore – L’organo Cuore in Medicina Cinese

di Paola Massi

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Assimilato dalla tradizione, non solo cinese, al Sole dell’organismo, il Cuore ne è in tutto la vera fonte di luce e di vita. In Medicina Cinese il cuore è il Cuore dell’intero essere con la “C” maiuscola e la sua capacità e il suo potere si estendono ben oltre quella dell’organo fisico. È il monarca del regno che fornisce l’energia per coordinare tutte le attività, fisiche, mentali, emozionali e spirituali del corpo. È considerato l’Imperatore di tutti gli altri organi con i quali ha una relazione gerarchica; in altre parole gli organi si sacrificano donando la loro energia per aiutare il Cuore a mantenere il proprio equilibrio e salute. Esiste quindi un cuore anatomico, composto di carne e sangue, dalla forma di un fiore di loto chiuso situato nel petto, ed esiste un Cuore luminoso, sede dello Spirito-Shen-, che
genera il Qi, o energia, e il sangue e che rappresenta la radice della vita.
In Medicina Cinese ogni sistema organo/viscere è in relazione con altre strutture anatomiche e con fattori climatici esterni che svolgono ciascuno una specifica azione su di essi. Così in estate, il momento della crescita rigogliosa e della vitalità, il Cuore e l’Intestino Tenue, suo viscere accoppiato, sono gli organi più sensibili all’azione del calore. Sempre in relazione al calore, il punto cardinale del Cuore è il sud e la sua natura il Fuoco.
Secondo la Medicina Cinese le funzioni principali del Cuore consistono nel governare il sangue e i vasi sanguigni. Si manifesta inoltre nella carnagione, si apre nella lingua,
controlla la sudorazione, alloggia lo Shen (Spirito) ed è correlato alla gioia. I vasi sanguigni sono considerati il “tessuto” del Cuore e la carnagione rivela quindi lo stato di questo organo: se il sangue è abbondante e il Cuore è forte, la carnagione sarà rosea e luminosa, in caso contrario apparirà pallida e spenta. La lingua è invece considerata un “germoglio” del Cuore che ne controlla la forma, l’aspetto e il senso del gusto. L’amaro è il sapore
correlato al Cuore: se sentite il costante desiderio di cibi amari significa che il vostro Cuore ha bisogno di supporto. Quando il Cuore è in equilibrio la lingua apparirà di un colore rosso-pallido e altrettanto normale sarà il senso del gusto. La condizione del Cuore influenza anche la parola: una sua patologia può essere la balbuzie, mentre una
disarmonia di questo organo può rendere una persona logorroica o farla ridere in maniera smodata. Nel Cuore ha sede la Mente, la coscienza e lo spirito umano, lo Shen o Spirito, il raggio divino che dal Cielo discende nell’uomo.
E’ quindi comprensibile come un Cuore pacifico sia la base di un buono stato di salute.
In definitiva è responsabilità di ognuno di noi prendersi cura del proprio Cuore e del modo in cui viviamo. Il mondo può distrarci, ma è nostro compito ignorarlo e quietare l’incessante chiacchierio della mente imparando ad ascoltare il Cuore per capire il suo messaggio per noi.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Luglio+Agosto, sezione Benessere Corpo e Mente

Dalle Antiche Sacerdotesse alla Strega – analisi del divino femminile primordiale

di Ossian D’Ambrosio

DIANA
Dai mille volti e da un unica essenza
Una essenza di luce propria
Lei brilla dal profondo delle foreste
Illuminando il nuovo sentiero davanti ai tuoi occhi
Gli animi la conoscono, come un’ essenza conosce il suo fiore
Segui il sentiero e non girarti mai perché ella ti condurrà…

Così viene decantata in una moderna poesia Diana, la dea delle selve e della luna, della caccia e della luce e come narra il mito nel “Vangelo delle Streghe” di Charles Godfrey Leland, la Dea si unisce a suo fratello Lucifero, anche esso signore del sole, della luna e della luce, generando Aradia che discenderà sulla Terra per aiutare i poveri e gli oppressi insegnando loro l’arte della stregoneria.
Cosa è la stregoneria? Fondamentalmente è una parola che spesso incute ancora timore per via dei secoli di demonizzazione ma soprattutto per ignoranza della sua vera essenza.
Ancora oggi si legge sui più famosi dizionari che la stregoneria è l’arte connessa ad un commercio con gli spiriti del male o alla facoltà di operare attraverso poteri soprannaturali con l’ausilio di forze demoniache a danno di altri ma ci sarebbe da fare un grande revisionismo culturale a riguardo in quanto la pratica della stregoneria non ha un retaggio demoniaco ma pagano e nella sua etica non esisteva, e non esiste neppure oggi con il neo paganesimo, la visione del male assoluto incarnato in una divinità dedita a nefandezze scaturite solamente dalla fantasia di menti perverse.

Witch

Proviamo a fare qualche passo a ritroso nel tempo e cercare anche semplicemente di dare una spiegazione ad un culto antico e naturale che poi viene classificato con la stregoneria, la stessa egittologa inglese del primo novecento Margaret Murray nel suo testo “Le streghe nell’Europa Occidentale”, descrive in modo accademico ipotizzando che la stregoneria non fosse altro che un culto pagano, unico sopravvissuto all’avvento del cristianesimo. Da allora molti importanti aspetti della tesi sono stati screditati e l’idea di una resistenza pagana clandestina altamente organizzata che persisteva nel periodo pre-moderno è considerata una fantasia. Nonostante la diffusa disapprovazione per questa tesi, va però sottolineato che alcune sue intuizioni sono considerate ora corrette e la maggior parte degli storici della stregoneria concordano che le credenze e le pratiche originarie del paganesimo sopravvissero nell’età pre-moderna e che il conflitto tra tali credenze e il cristianesimo aiutò ad accelerare la caccia alle streghe in Europa. Per paradosso fu proprio l’opera dell’inquisizione cristiana a raccogliere ed appiattire dentro un unico fantomatico culto diabolico tutte le variegate sopravvivenze di origine pagana che andava perseguitando ed estirpando.
In Europa la stregoneria nasce principalmente nelle zone alpine e poi si diffonde lentamente al resto delle regioni, questo possiamo affermarlo perché proprio nelle zone rurali montane sono sopravvissute la maggior parte delle storie e leggende legate a personaggi prettamente femminili dedite a culti e pratiche magiche precristiane, il più delle volte al limite tra la figura della Fata oppure della Strega, ma quale è la differenza?
Nel Biellese, per esempio, vi sono diverse leggende improntate su un mitico popolo fatato chiamati “pe’ d’oca” (piedi d’oca). Uno di questi narra di stranieri alti, biondi e con occhi azzurri che giunsero nel territorio dell’attuale comune di Muzzano, accolti benevolmente dalla popolazione perché promisero di insegnare l’arte di trovare ed estrarre l’oro dalle montagne e dai fiumi. Un’altra causa della generosa ospitalità offerta fu la bellezza e la “formosità” delle loro donne. Mogli ed aspiranti tali, dei muzzanesi, si opposero senza successo a questa sgradevole situazione che le poneva in evidente inferiorità, fino a quando una sera durante un ballo dinanzi al fuoco, una giovinetta si accorse che sotto alle vesti lunghe fino a terra delle straniere spuntavano dei piedi d’oca. L’ilarità generale e lo scherno a cui furono sottoposte le donne, offese i “cercatori d’oro”. Difesi da una Fata e da un grosso serpente, che impedirono ai muzzanesi di riportarli indietro con la forza, se ne partirono senza aver rivelato il loro segreto.
Dietro questa leggenda si celano simboli che si ritrovano in molti miti di origine celtica, come per esempio quello dei Tuata de Danan, popolo semi divino che giunsero nell’attuale Irlanda scacciando il popolo autoctono dei Fomori, di cui quest’ultimo viene descritto come maggiormente primitivo del primo.
Posso asserire che il termine “fata” si identifica per lo più per descrivere una sorta di “straniero” che ha sembianze quasi divine. In fondo, sempre nella tradizione celtica, gli artigiani, soprattutto gli orafi, erano considerati persone semi divine in quanto erano in grado di trasformare materialmente un’idea e quindi di portare un pensiero di forma nella dimensione della realtà, guarda caso nella leggenda dei Pè d’oca si parla dell’arte di estrarre l’oro.
Sempre nella tradizione celtica irlandese, la Dea Aine era considerata una divinità solare e soprattutto regina del popolo delle fate del Sidhe, una sorta di aldilà celtico. Regno invisibile e dimora del “popolo delle colline”, immortali e potenti maghi che partecipavano a eterni banchetti in luoghi fuori dallo spazio e dal tempo, collocati spesso all’interno degli antichi tumuli o in prossimità di dolmen o dei laghi. Danzavano sotto la luna, oppure ancora rapivano bambini, tutti aspetti che ritroviamo anche nelle streghe.
Possiamo analizzare che fondamentalmente la fata acquista un potere maggiormente sovrannaturale rispetto alla più “terrena” strega, luoghi particolari come fonti sacre, cerchi di pietre e alberi secolari sono protetti miticamente da fate e meno da streghe.
Ma chi è la strega?
L’immaginario romantico l’ha spesso descritta come vecchia, laida e soprattutto malefica per non contare i danni causati dagli inquisitori medioevali e rinascimentali.
Sono sempre più convinto ed allineato con le discusse teorie della Murray, che la stregoneria e soprattutto la strega, non siano altro che i depositari di un’antica conoscenza e culto precristiano dedito ai segreti ed ai misteri della Terra e della Natura divinizzata.
Un mio amico ed insegnante di filosofia, durante una sua lezione narrò della nascita della religione, secondo il suo punto di vista solamente la donna in epoca preistorica ebbe maggiormente il tempo di alzare gli occhi al cielo e quindi dedicare il suo pensiero alle meraviglie del cosmo, mentre l’uomo era, diciamo, più impegnato e completamente assorbito dalla caccia e la raccolta del cibo mentre la donna gestiva la prole e la casa e con l’avvento dell’agricoltura e l’allevamento il tempo per meditare alla vita aumentava sempre di più.
Si osservavano gli astri, il loro moto ed i cambiamenti della Natura e tutto ciò con il tempo divenne religione, perché le comunità espletavano insieme rituali atti a rabbonire i grandi spiriti che regolavano i flussi energetici e magici che portavano abbondanza e fertilità, diversamente da carestia e morte e con il tempo qualcuno iniziò a gestire queste pratiche, coordinando cerimoniali e soprattutto cercando di comunicare con gli spiriti per poter meglio leggere ed interpretare i segni che giungevano in diversi modi.
In base agli storici e archeologi possiamo convenire che la donna, il principio femminino, è stata la prima detentrice di una cultura spirituale e religiosa.
Marija Gimbutas con il suo testo “Il linguaggio della dea”, del 1989, rivoluziona tutte le teorie degli storici precedenti sulle tradizionali assunzioni circa l’inizio della civiltà europea. La Gimbutas, analizzando le configurazioni architettoniche, le strutture sociali, l’arte e la religione della vecchia Europa del neolitico, considera che la civiltà europea inizialmente è prettamente matriarcale e ginocentrica e la cultura patriarcale, portata solamente all’età del bronzo dagli indoeuropei, si sarebbero fuse secondariamente generando le società classiche dell’Europa storica, aspetto che venne aspramente criticato dagli accademici tradizionalisti e aggiungo anche di ambiente maschilista.Gufo di athena
Non diventa molto difficile ragionare sia sugli aspetti storici che mitologici e folklorici della figura della strega, se partiamo dal presupposto che la prima sacerdotessa dell’Europa antica era una donna e non un uomo. Con il susseguirsi dei secoli, troviamo poi il grande ostacolo della politica e del dominio dell’uomo, sia applicato sul territorio che sull’uomo stesso e questo ha generato nella storia solamente orrori e sangue, ma soprattutto secondo la regola alchemica del “solve et coagula”, per ricostruire bisognava distruggere e quindi per costruire una “nuova religione” patriarcale.
Bisognava eliminare completamente quella matriarcale o per lo meno tutta una serie di tradizioni legate ad una devozione della Terra e del femminile, lo stesso termine “femmina” significa si essere preposto alla fruttificazione, ma anche di poca fede. D’altronde il posto delle donne nella storia del cristianesimo per esempio è sempre stato subordinato a quello degli uomini e le ‘aperture’ di Papa Francesco, non sembrano contenere in realtà novità rilevanti: le donne sono certamente fondamentali nella visione cristiana, ma il loro posto è sempre accanto, un po’ sotto, agli uomini, come Maria ai piedi della Croce.
La paranoia maschile nei confronti del potere femminile, assieme all’odio cristiano per tutto cio’ che e’ pagano, soprattutto riti e devozioni in onore della divinita’ femminile, contribuisce a spiegare la scomparsa della stregoneria e dello sciamanismo nell’Europa occidentale. Con il Cristianesimo i poteri sovrannaturali, divennero estremamente sospetti, persino tra santi, monaci ed altri ecclesiastici che operavano spesso “miracoli”, molto simili alle gesta delle antiche divinita’ e naturalmente degli sciamani. Con il tempo il clero maschile si approprio’ del diritto di operare questo tipo di magia, intimidendo le donne che continuavano a praticarla con la minaccia di venire accusate di intrattenere rapporti con il diavolo, trasformandole cosi’ in “streghe cattive”. Ad un certo punto questo atteggiamento cristiano si cristallizzo’ attorno all’idea che qualunque magia fosse opera di Satana e che tutte le streghe fossero cattive. Da quel momento anche al clero fu proibito di praticare la magia.
Per l’apologeta cristiano e il moderno razionalista scientifico, la stregoneria e lo sciamanismo sono residui di un passato pagano che fortunatamente abbiamo superato. Se indaghiamo sui motivi della difficoltà a rintracciare le pratiche sciamaniche e stregonesche nell’europa occidentale, dobbiamo prendere in seria considerazione l’ombra che e’ stata volutamente fatta cadere, creata dal complesso di superiorità cristiano-europeo che sostiene la totale supremazia della civilta’ occidentale sui suoi antenati pagani e soprattutto sulle culture che non condividono la moderna ideologia occidentale ed il suo stile di vita. L’idea di una superiorità culturale e razziale ci impedisce di riconoscere un’eredità dell’europa pagana che non per questo era incivile.
Analizziamo ora il termine stesso di “strega” che deriva dal latino “strix” il quale ha due connotati, il primo connesso alla mitologia romana delle strigae, uccelli notturni di cattivo auspicio ma allo stesso tempo, come racconta Petronio nel Satyricon, sono esseri che vengono di notte con urla stridenti a reclamare l’anima di un defunto e quindi assumono una componente sciamanica da psicopompo. Conosciamo invece che in greco il termine strigae significa “gufo” animale totemico della città di Atene e della dea Atena, entrambe connesse alla conoscenza e saggezza.
La strega tradotta nell’idioma anglosassone è witch che deriva dall’antico inglese wicce e wicca, forma maschile e femminile, che significa letteralmente uomo o donna di conoscenza, mago e veggente.
Anche in Francia la strega è la torciere che si traduce in veggente ed in Spagna troviamo la Bruja o la Sorgin che si identifica sempre nella veggente, come anche la tedesca Hexen. Insomma un termine quasi universale che non si identifica nella donna dedita al male, ma alle conoscenze e poteri occulti. Sinonimo di sopravvivenza nei tempi antichi e remoti, se messe in pratica a scopo curativo, con l’uso dei poteri fitoterapici delle piante “magiche”, delle fonti sacre oppure profezie e visioni. Potevano in qualche modo guadagnare i favori di personaggi influenti e nobili che avrebbero garantito cibo e protezione in tempi molto bui.

Ossian D’Ambrosio
http://www.anticaquercia.com
http://www.cerchiodruidico.it

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Luglio+Agosto 2016, sezione Speciale Streghe

Streghe e stregoni sulle alte cime alpine dell’Ossola (1450-1615)

di Battista Beccaria

Gli studi sull’Inquisizione e il fenomeno stregonico a Novara datano da poco più di una
ventina d’anni. Prima degli Anni Novanta il mondo accademico negava persino che a Novara ci fosse stato un tribunale dell’Inquisizione e fossero esistite streghe e stregoni
sicuramente documentati.
Ma la ricerca d’archivio ha smentito questi luoghi comuni. Pionieri di queste ricerche
sono stati il prof. Thomas Deutscher, dell’Università Cattolica d’America, il prof. don
Tullio Bertamini, rosminiano e fondatore della rivista storica Oscellana, e, soprattutto, chi
scrive, membro della redazione di Nouarien., prestigiosa Rivista di Storia della Chiesa Novarese. Che ha dimostrato per primo esserci a Novara non uno, ma ben due Tribunali della Santa Inquisizione. Quello papale-romano, gestito dai Domenicani, e quello curiale del vescovo, gestito dai suoi Vicari generali. Il primo sanguinario e venale, il secondo più mite e garantista. Purtroppo tra la metà del Quattrocento e il 1590 furono i soli Domenicani
dell’Inquisizione romano-papale a gestire i processi contro stregoni e streghe soprattutto in Ossola, territorio montano che il vescovo novarese Bascapé (1593-1615) definì emblematicamente come “le Indie di questi padri domenicani”, dove cioè costoro lucrarono ingenti somme e ricchezze per ingrandire i loro conventi mediante la confisca dei beni dei condannati ai roghi. I processi iniziarono intorno al 1460 nella Valle Diveria, la Valle del Sempione. Nel 1520 ci furono decine e decine di inquisiti nelle Valli Antigorio e
Formazza e segnatamente nelle località di Pomatten (Formazza), Baceno, Croveo e Premia (Valle Antigorio). L’inquisitore Domenico Visconti mandò al rogo decine di uomini e donne. caccia-alle-streghe-foto 2

Più si arretra nel tempo, infatti, e più il numero degli stregoni sovrasta il numero delle streghe. Solo tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII, quando il più garantista tribunale del vescovo riuscì a sfilare di mano ai Domenicani la competenza sui reati di stregoneria, le parti si invertirono a tutto sfavore delle donne. Che, a partire dall’episcopato del presule Carlo Bascapé, non furono più bruciate ma solo tenute prigioniere nel carcere vescovile! Con l’arrivo del vescovo cardinal Taverna (1515-1520) la caccia a streghe e stregoni cessò del tutto in diocesi di Novara con largo anticipo sulle altre diocesi italiane e soprattutto sulla cronologia complessiva europea. Le “truci imprese” dei
Domenicani novaresi costellarono tutto il Cinquecento con processi soprattutto nei villaggi alpini dell’Ossola (ma non solo, anche il lago d’Orta e il Borgomanerese
ne furono pesantemente coinvolti). Do solo alcune scarne date per segnare la sequenza dei processi domenicani, che furono in realtà sempre dei “maxiprocessi” contro venti o più inquisiti, vere “retate” periodiche, seguite ai cosiddetti “Tempi di Grazia”, periodi
di qualche mese in cui streghe e stregoni (ma nessuno di loro era cosciente di esserlo) avrebbero avuto la possibilità di pentirsi e confessarsi dall’inquisitore, evitando l’arresto
e il processo: 1465, 1468, 1505, 1519, 1520, 1535, ecc. I processi che ci sono rimasti sono solo le punte d’iceberg di una documentazione andata distrutta soprattutto durante la Rivoluzione francese e il periodo napoleonico! A partire dal 1570 imperversa nel Novarese il terribile e sadico inquisitore Domenico Buelli da Arona (1570-1602), personaggio che con il vescovo Bascapè e altri ecclesiastici è uno degli attori chiave del bel romanzo di Sebastiano Vassalli La Chimera (Premio Strega 1990), storia di una giovane strega combusta sul rogo. Le retate del Buelli più devastanti sono quella del 1570-1574 in Valle Antigorio (Croveo, Baceno, Rivasco di Premia), quella del 1580 nella Valle del Sempione (Trasquera e altri paesi) e l’ultima del 1590, sempre nella “Triora antigorina” (Baceno, Croveo, Premia), bloccata fortunatamente dal Vescovo Pietro Martire Ponzone, che
invalidò il processo del domenicano. L’ultimo maxi-processo (1609-1611) fu invece celebrato a Baceno contro 23 persone dal vescovo Bascapè, che si limitò a imprigionare gli inquisiti. Il Sabba spettacolare di questo processo si celebrava sulle alte cime del Devero (il Monte Cervandone e i Piani della Rossa) con l’intervento, oltre che di Satanasso in capo, di un nutrito gruppo di diavoli e diavolesse lascivi.
Dell’argomento se ne parlerà nel congresso interregionale (Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta) che si terrà al Salone delle Terme di Premia sabato 30 luglio 2016.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Luglio+Agosto 2016, sezione Speciale Streghe

Celebriamo la luna di luglio: “Luna delle Erbe”

di Rossana Vanetta

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Sulle ceneri di un passato di streghe e tradizioni pagane, ma anche grazie al naturalismo rinascimentale, il secolo scorso ha visto nascere il movimento del neopaganesimo. Questo termine si riferisce ad un insieme di diverse correnti filosofiche e religiose, dalla Wicca, al Druidismo o al Celtismo, il cui elemento comune è una spiritualità legata alla Terra, che riporta il divino all’interno degli elementi naturali. Alcune di queste religioni, in particolare la Wicca, professa il culto della Dea Madre o Triplice Dea che rappresenta il ciclo infinito: nascita, vita e morte. La luna, con le sue tre fasi – ascendente, plenilunio e discendente – e la sua ciclicità, di 28 giorni, assurge a emblema femminile divino per eccellenza. Seguirne i ritmi è un modo per celebrare la femminilità, la Natura e la Dea presente in ognuno di noi. Tredici sono gli Esbat, i rituali lunari, da eseguire nel corso dell’anno e che coincidono con i pleniluni, per ognuno dei quali esistono formule, danze, erbe e profumi precisi a cui attenersi. Che seguiate o meno queste tradizioni, vi consiglio, almeno una volta nella vita, di sperimentare uno di questi rituali, per avvertire maggiormente la connessione con la Natura e godere del benessere e del rilassamento che ne conseguono.

Ecco di seguito qualche informazione ed indicazione per armonizzarsi con i cicli naturali in occasione della luna piena di luglio, che quest’anno si verifica la notte del 20, più precisamente alle 00:59.

Questo plenilunio è chiamato anche “Luna delle Erbe” o “Luna Madre”. Il primo appellativo si riferisce al fatto che in questo momento dell’anno il sole è al suo massimo splendore e dona la sua energia alla Terra, anche grazie alla sua luce riflessa dalla luna. Le erbe sono quindi nel pieno della loro maturazione ed in questo periodo devono essere raccolte per guarire e nutrirci durante tutto l’anno. La chiamiamo “Madre” invece perché avviene in corrispondenza con il segno zodiacale del cancro, femminile per eccellenza. Queste due indicazioni sono da trasporre su un piano più intimo: ci invitano a dedicarci ad un “raccolto spirituale” interiore, quindi ad avviarci verso una conoscenza profonda, personale, grazie a momenti di meditazione e di cura di noi stessi. In particolare, per le donne, è l’occasione ideale per accettare i ritmi e i cambiamenti del proprio corpo e della propria mente attraverso le fasi del ciclo mestruale (se ve lo foste perso, vi consiglio la lettura dell’articolo: “Essere donne: accettare le diverse fasi della ciclicità” che trovate sul n°1 della nostra rivista; potete leggere tutti gli arretrati sul nostro sito o richiederceli via mail).

Per celebrare questa luna è consigliato vestirsi di arancione o verde, agghindare i capelli con erbe e fiori e indossare i profumi dei fiori di stagione, come la rosa o il gelsomino. La notte o la sera del 20 luglio possiamo recarci in luogo all’aperto, come un prato o le rive di un fiume o di un lago (l’acqua – che rappresenta le emozioni – è l’elemento caratterizzante di questo plenilunio), raccogliere in un mazzo erbe come la lavanda, la salvia, la verbena o ciò che la natura ci offre e formare un cerchio attorno ad esse. Possiamo quindi eseguire una breve meditazione di radicamento con la Terra (sentendo le nostre radici scendere nella profondità e ricaricarsi di energia ), eseguire un canto, un ballo, o semplicemente, mantenendo una posizione comoda e seduta, aprirci alla ricezione dell’energia lunare, immaginando un fascio argenteo penetrare in noi attraverso il nostro capo, lungo la colonna vertebrale, fino al coccige e inondarci di una sensazione di pace e ricarica.

Al termine di questo momento di interiorizzazione riprendiamo il contatto con la realtà nutrendoci al banchetto, che avremo precedentemente preparato, a base di pietanze cucinate con fiori ed erbe, come biscotti o muffin alla lavanda e tisane naturali.

Ricordiamoci di portare a casa il mazzo di erbe raccolte, che saranno caricate di energia lunare e che potranno servirci per profumare le stanze ed essere così conservate tutto l’inverno o per essere usate in cucina, fresche od essiccate. Buona luna piena a tutti!

Ps: seguite la nostra pagina facebook “Vivere Sostenibile Alto Piemonte” per avere indicazioni sui gruppi che si riuniranno in occasione del plenilunio di luglio per eseguire delle cerimonie guidate.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Luglio+Agosto 2016, sezione Speciale Streghe

La vita è più leggera, quando ci si libera di ciò che ci opprime

a cura della redazione

Annalisa è una ragazza torinese che due anni fa, di fronte alla fatidica domanda “cosa vuoi fare da grande”, quella alla quale pochi sfuggono terminato il liceo, non sapeva dare una risposta definitiva. Così si è fermata dalla corsa che coinvolge tutti da quando iniziamo le scuole. Corsa in cui ti senti obbligato a fare sempre un passo successivo verso un obiettivo, spesso ancora indefinito, dove ci vediamo inseriti in un’azienda, fabbrica, posto di lavoro, per fare qualcosa ed essere parte del sistema che ci fa sentire sicuri, ma spesso non felici. Crediamo così di trovare il nostro posto nel mondo.
Ma se non fosse questa la soluzione migliore per noi?
Allora si è posta un’altra domanda: “cosa vuoi essere da grande?”. Ed è da qui che ha “cambiato” direzione…

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Innanzitutto, raccontaci un po’ come è nata l’avventura del viaggio.
Direi che il tutto è cominciato dentro di me molto tempo prima che il viaggio fisico prendesse luogo. Le radici di un cambiamento di vita così radicale crescono e si rafforzano in tempi molto lunghi.
Credo che ognuno di noi abbia una dose più o meno alta di spirito di avventura e di insoddisfazione per come le cose vanno o per la piega che prenderanno se si continua a camminare. Al giorno d’oggi facciamo talmente tanti compromessi e prendiamo costantemente piccole deviazioni da quello che è il nostro vero percorso, che può capitare di trovarsi a percorrerlo persino nella direzione opposta. Questo, per lo meno, è quello che sarebbe successo a me se non mi fossi fermata un attimo a pensare. Mi sono trovata ad essere insoddisfatta e annoiata. La strada che mi si profilava davanti era semplice: università, lavoro, famiglia, casa… Non penso avrei avuto problemi a completare tutti i miei compiti, ma questo significava davvero vivere? Non fraintendermi, per ognuno è diverso, e tutte queste cose che ho elencato non sono assolutamente malvagie o sbagliate. Semplicemente, non erano il mio percorso.
Alla fine del liceo ho “perso” tutte le cose che mi definivano: “canto in un coro da 10 anni, ho un fidanzato da lungo tempo, vado al liceo classico”, era così che mi presentavo. Ma era possibile che, quando tutte queste cose, di colpo, fossero cessate di esistere, io sarei esistita ancora?
Non siamo forse definiti da ciò che facciamo? Forse no. Non dovremmo piuttosto rompere il cerchio delle abitudini del fare, dove una cosa tira l’altra e ci si trascina sempre verso la prossima, che è conseguenza logica delle azioni precedenti? Non dovremmo piuttosto tirare tutto a mare, mescolare le carte, cimentarci in qualcosa che non è importante cosa ma come la facciamo, ed essere definiti da ciò che siamo? E chi è Annalisa?

Quanto è durato il viaggio e dove sei stata? Come hai gestito gli spostamenti?
Sono partita il 4 di febbraio 2014, e non sono ancora arrivata da nessuna parte! La mia idea iniziale era quella di lavorare in alcune fattorie in Spagna e in Germania per 4 mesi, per poi tornare a casa. Ma le cose sono andate diversamente… Ho lavorato in fattoria per due settimane, dopodiché ho iniziato a spostarmi per l’Andalusia in autostop, ho vissuto a Granada per strada e a Nerja in diverse grotte tra le montagne a ridosso del mare, poi un po’ a Valencia in un parco pubblico…e da lì l’idea di prendere una bicicletta e viaggiare per l’Europa pedalando. Spagna, Francia, Belgio, Olanda, Germania, Danimarca… Diversi mesi dopo sono arrivata in una comune/eco villaggio in Svezia sui miei pedali, ed è da qui che ti sto scrivendo adesso!

Come hai gestito le spese di cibo, spostamenti, pernottamento… insomma, tutte le spese che gravano in un preventivo di viaggio?
Non ho mai avuto grandi spese, in realtà… forse 30 euro al mese per birra e cioccolato! Il fatto è che il concept di questo stile di vita è essere a costo zero. Tento di non comprare nulla, viaggiare o in autostop o in bicicletta, per dormire, dormo per strada se mi trovo in una città, ma preferibilmente monto la tenda da qualche parte nella natura, e se non piove, anche solo un sacco a pelo è sufficiente! Ogni tanto si trova ospitalità da qualche persona o in qualche comunità autogestita o casa occupata.
Guadagno suonando per strada, ogni tanto è davvero remunerativo (si possono ottenere anche un centinaio di euro al giorno) ogni tanto solo 20 centesimi, ma così è la vita!
Per mangiare riciclo dalla “spazzatura” dei supermercati: buttano talmente tante cose ancora in perfetto stato che sarebbe davvero stupido lasciarle nei bidoni e comprare le stesse cose finanziando questo sistema consumista e inquinante. Ogni tanto chiedo nelle panetteria o ai fruttivendoli a fine giornata se mi lasciano l’invenduto, ed è anche un ottimo sistema per fare amicizia.

Cosa hai raccolto da questa esperienza?
Questa è una domanda importante.
È cambiato radicalmente il mio modo di pensare e la percezione di me stessa. L’altro giorno mi è venuta in mente una bella immagine: è come se fossi stata per anni come un albero di Natale, tutta intenta a metter su addobbi e ghirlande e la scuola, la televisione, i social network e le persone in qualche modo influenti nella mia vita abbiano speso una gran dose di lavoro e dedizione nell’aggiungere, e aggiungere, e ripetermi quanto ognuna di queste palline che mi offrivano fosse importante e mi rendesse speciale. Negli ultimi due anni ho speso il mio tempo a togliere, invece. E pezzo dopo pezzo mi sono sentita più leggera, fino a che mi sono resa conto che avevo addirittura dimenticato la mia natura di albero! E spoglia di tutti gli ornamenti ho potuto realizzare l’ingiustizia di essere in un vaso… voglio tornare alla foresta, e piantare le mie radici nella terra, quella vera, viva e brulicante di vita. Ma è un lavoro di strati, rendersi conto di essere in un vaso è come il fondo del pozzo, mi ci è voluto tanto tempo per arrivarci, ero distratta da tante cose.

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Ti sei mai sentita persa?
Tutto il viaggio è inteso per perdersi! È una frase scontata e da aforisma facile, ma bisogna davvero perdersi per ritrovarsi. Gli istinti si risvegliano quando si spinge il limite sempre più in là, e straordinariamente ci si accorge che sopravvivere non è così difficile. “Inget kan ga fel” si dice spesso qua in Svezia, niente può andare storto. Quando mi sento persa e sola penso che ogni situazione accade per un motivo, ogni pezzetto fa parte del puzzle della mia vita, il mio unico e personale percorso. Nulla sarebbe uguale se ogni cosa non accadesse al momento in cui accade, quindi tento di accettare ed abbracciare tutto così come viene. Se non avessi avuto fame, freddo e paura non potrei apprezzare la pancia piena, il calore di un letto e la sensazione di pace che mi pervade sempre più di frequente. E non apprezzerei così tanto i ricordi che mi riscaldano quando tutto sembra perso. Suonerà strano, ma i momenti di maggior felicità li ho provati quando mi sono trovata sola, senza un soldo o un riparo, perché mi sono davvero resa conto di quanto io sia attaccata alla vita, e che non avrei scambiato il mio percorso per niente al mondo.

Quale è stato il momento più difficile del viaggio e quale il momento più bello ed esaltante?
Quando racconto la mia esperienza ho sempre un paio di aneddoti interessanti, che lasciano un buon sapore in bocca, ma non sono davvero fedeli a quella che è la sensazione che provo vivendo. Il mio non è un viaggio o una vacanza, io sono il viaggio e il viaggio è la mia vita stessa, piena come tutte le vite di “altissimi” e “bassissimi”, che non si possono davvero raccontare.
A volte mi siedo davanti al falò con un bicchiere di vino in mano e la testa sgombra, qualcuno suona la chitarra e il mio cane dorme ai miei piedi, e mi sembra di fluttuare a un metro da terra, così lontana e allo stesso tempo vicina a tutto.
A volte piove per tre giorni e divento pioggia io stessa, col vento freddo che sferza e mi congela, ma poi avviene una qualche magia e incontro qualcuno che sembra fosse lì ad aspettarmi da tutta la vita, e se non avessi avuto così freddo magari avrei proseguito per la mia strada e sarei stata ormai lontana.
A volte tutto gira per il verso giusto e mi ritrovo con soldi in tasca, pancia piena e cuor contento e ogni cosa che desidero trovare si manifesta lì ai miei piedi. Ancora devo capire se sia perché ho avuto fortuna o perché sono così “connessa” con il ritmo delle cose che inizio a pormi le domande giuste…

Pensi sia un viaggio alla portata di tutti? Cosa ci vuole per viaggiare in questo modo?
Un sacco a pelo, vestiti caldi e qualcosa da fare (giocoleria, musica, disegno, qualunque arte va bene) è ciò che è necessario a livello materiale. Poi ognuno ovviamente aggiunge ciò che vuole..
A livello mentale c’è bisogno di spirito di adattamento e fiducia nei propri mezzi e in ciò che la vita ci presenta. Ma soprattutto bisogna imparare a guardare con altri occhi, rendersi conto che ci sono tante cose sbagliate a cui siamo stati abituati che abbiamo normalizzato, e bisogna prendere una posizione. Puntare i piedi con fermezza e non scendere a compromessi con ciò che ci avvelena, anche se può darsi richieda molti sacrifici. Ma la vita è più leggera, quando ci si libera di ciò che ci opprime. Andare a letto pensando che se la vita finisse qui e ora saremmo contenti lo stesso, sorrideremmo e andrebbe bene così. Perché siamo stati sinceri con noi stessi e non abbiamo fatto nulla che possa creare rimorsi, giorno per giorno.

Quando sei tornata a casa cosa hai provato?
Tutto è lo stesso, ma tutto è diverso allo stesso tempo. Ho cambiato punto di osservazione e i miei parametri su ciò che è bello, giusto, importante. Ho trovato un tesoro in persone che prima conoscevo appena e ho compreso senza rancore quanto alcune relazioni mi avessero invece fatto del male. In questi anni non sono riuscita a fermarmi a Torino troppo a lungo, ogni volta dopo poco le mie gambe fremevano per ripartire. Ma si parte per tornare e si torna per ripartire, ogni cosa è una fase del tutto; non credo di star “scappando” da qualcosa, semplicemente seguo il mio ritmo interno e reputo casa il mondo intero, con le sue innumerevoli città, montagne, strade, quartieri.
Quando torno a Torino sono piena di felicità nel riabbracciare la mia splendida famiglia.

Successivamente hai fatto altri viaggi simili?
Dopo essere arrivata in Svezia con la mia bici sono tornata in Italia e ho fatto la patente. Successivamente ho continuato a girovagare per un annetto in Europa, toccando anche il Portogallo e il Marocco, che non avevo mai visitato prima.
A febbraio sono tornata in Italia e ho comprato un furgone (ford transit 2005) e l’ho ristrutturato all’interno rendendolo una mini-casa. Ora viaggio con questo, dopo un paio d’anni di zaino in spalla sono passata a qualcosa di un po’ più comodo… ma con molte più responsabilità e spese! Ad agosto andrò a fare la vendemmia in Francia per pagare l’assicurazione… ma per la benzina suono negli autogrill, e si trova sempre qualcuno che ti fa il pieno!

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Cos’hai in programma per il futuro?
Dopo la vendemmia mi dirigerò verso est… ci sono talmente tanti posti che vorrei vedere! Bulgaria, Ungheria, Serbia, Croazia, Grecia, Turchia… in generale esplorare il Sud est dell’Europa è il mio piano. Staremo a vedere cosa succede, perché le magie avvengono solo se si resta flessibili, cuore aperto e mani tese ad afferrare ciò che la vita ci offre.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte n5 Luglio+Agosto, sezione Scelte Ecosostenibili