Sterilità e infertilità. Come sostenere le coppie attraverso l’intervento del counseling psicologico

di Tatiana Dimola

(parte 1)

Cause e diagnosi d’infertilità
Con il termine infertilità si intende l’incapacità di ottenere una gravidanza dopo dodici mesi di rapporti sessuali frequenti e non protetti. Si stima, infatti, che la gravidanza si verifichi nell’84% dei casi dopo un anno, nel 92% dei casi dopo tre anni. Distinguiamo due tipi di infertilità: primaria, quando la donna non ha mai avuto gravidanze, secondaria nei casi in cui, invece, dopo aver avuto una gravidanza non si riesce ad averne altre.
Sterilità ed infertilità sono termini che vengono spesso utilizzati come sinonimi, nonostante abbiano significati diversi. Il primo termine, infatti, indica l’incapacità della donna di portare a termine la gravidanza a seguito di un concepimento, mentre il secondo definisce una condizione fisica permanente, ovvero l’assoluta incapacità, sia maschile che femminile, di concepire.
In Italia, circa il 30% delle coppie soffre d’infertilità e negli ultimi 20 anni questo dato risulta essere in aumento, specialmente a causa dell’età, più avanzata rispetto al passato, in cui si cerca un figlio.
La causa d’infertilità di coppia può essere maschile, femminile o mista. Nella maggior parte delle coppie nessuno dei due partner è infertile, ma è ipofertile, ovvero ha una ridotta capacità riproduttiva. Nel 10-15% dei casi, invece, non si trovano cause evidenti: in queste situazioni si parla d’infertilità idiopatica o inspiegata.
In base all’esperienza maturata negli anni, alcuni specialisti ritengono che dietro alcune infertilità inspiegate si celi, in realtà, un fattore psicologico. Tuttavia, si tratta di un’ipotesi particolarmente difficile da verificare, ma non del tutto infondata. In ogni caso è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, con il quale è possibile valutare se è opportuno o meno, ricorrere alle tecniche di PMA (Procreazione Medicalmente Assistita). Contemporaneamente alla consulenza medica, è fondamentale associare un trattamento psicologico, con lo scopo di aiutare la coppia ad affrontare questo momento difficile. Diverse pubblicazioni scientifiche documentano, infatti, la necessità di approcciarsi al fenomeno dell’infertilità in un’ottica multidisciplinare, evidenziando, dunque, l’importanza del supporto psicologico.

shoes-2709280_1920

L’infertilità dal punto di vista psicologico: cosa succede quando il figlio desiderato non arriva?
Non riuscire a concepire un figlio è un evento doloroso che spesso crea disagio e squilibri, sia nella persona che nella relazione di coppia. A livello individuale significa confrontarsi con l’impossibilità di diventare madre o padre, mentre a livello di coppia equivale all’irrealizzabilità del progetto condiviso. Inoltre, le persone che non riescono a concepire un figlio si sentono inadeguate anche da un punto di vista sociale, poiché vivono in una società cosiddetta “fertile”, ovvero che richiede di procreare e dare vita a nuove famiglie, allo scopo di dare continuità alla generazioni precedenti. Il disagio sperimentato dalle coppie, inoltre, tende ad aumentare con il passare del tempo, soprattutto a fronte dei continui tentativi fallimentari. Si alimenta, infatti, man mano tra i coniugi il timore di vedere allontanarsi la possibilità di diventare dei genitori e, più insuccessi si verificano, maggiore è la possibilità che angoscia e sconforto prendano piede nella coppia, così come la sensazione di essere difettosi, inadeguati, malati o, comunque, diversi dagli altri. La coppia reagisce con sgomento e spesso i partner si chiedono perché proprio a loro sia capitata un’esperienza così traumatica e si attivano per cercare spiegazioni plausibili, che possano chiarire il motivo del mancato concepimento.

Continua…

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Bambino Naturale

Annunci

Samon, la fine dell’estate e la Canna palustre

di Ossian d’Ambrosio

Canna palustre, madre protettrice
Porta la mia coscienza alla consapevolezza
Aiutami a vedere tutto il mio sé
La vista del mondo nel cambiamento
e la porta della coscienza interiore
Che guida la mia trasformazione
E guarisce la mia anima

Samonios segna l’inizio dell’anno celtico. È il momento in cui si entra nella metà scura (e oscura) dell’anno. Come la terra entra nella stagione del riposo, anche l’uomo è chiamato a rivolgersi verso la sua essenza più introspettiva e la spiritualità.
Vi sono due piante nella tradizione celtica che segnano il periodo che va dalla fine di Ottobre a metà Novembre ma vengono identificate con lo stesso nome gaelico in Negtal, la prima più comune è la canna palustre e la seconda è il brugo.
La Canna è una pianta strettamente collegata all’elemento acqua, sede delle nostre emozioni e dei ricordi. Ricordi del passato e dei nostri antenati, i famigliari di sangue che sono dipartiti dalla dimensione tangibile della vita e gli antenati del nostro territorio.
Le canne sono state e sono usate da tempi antichi per la costruzione di strumenti a fiato, sono strumenti che in questo periodo dell’anno ci proiettano immagini lugubri delle anime dei defunti che vengono convocate nell’aldilà, mentre nel periodo luminoso dell’anno il suono delle siringhe di canna manifestano la ripresa della vita, come il suono emesso dal dio greco Pan.
Gli antichi Celti hanno da sempre onorato queste piante, in quanto producono musica mentre si piegano con grazia nel vento e per questo collegate al mondo degli spiriti, ma la loro sottigliezza ricorda delle frecce argentee che volano nell’aria in direzioni sconosciute, ed in effetti le canne, in antichità, venivano usate anche per fabbricare le frecce. Scagliare frecce nel buio è un’espressione del desiderio di ottenere delle verità fondamentali, in quanto, se lanciate senza una direzione il luogo dell’atterraggio sarà casuale, mentre se focalizziamo un obiettivo, daremo determinazione e convinzione al senso dello scopo, ma l’atto diverrà secondario all’evento stesso.
Sognare le canne palustri mosse dal vento indica che non tutti i vostri amici sono sinceri.

phragmites-837833_1920

Le radici della canna penetrano profondamente nell’acqua da cui prendono il nutrimento. Queste radici sono la parte più forte della canna, infatti la sua vera forza è doppiamente nascosta, sotto l’acqua e sul pavimento dello stagno o sul lago dove cresce. Se siete nati sotto questo segno (28 Ottobre-28 Novembre), anche voi avete una forza segreta, e forse anche motivazioni segrete. La sfida è quella di utilizzare saggiamente le vostre “capacità intuitive”, non minare gli altri o trovare le loro debolezze, ma trasformarsi in un individuo profondamente percettivo la cui saggezza può essere usata per insegnare agli altri.
La canna palustre è collegata anche alla dea celtica Rhiannon, dea degli inferi e dei morti, ha il dono di mutare forma ed è conoscitrice di ogni pianta ed albero perché in vari miti essa viene descritta nell’atto di danzare con dei rami. Nasce al plenilunio, è la dea della fertilità, della rinascita, della saggezza, della magia, della trasformazione, della bellezza, dell’ispirazione artistica e della poesia. Rhiannon si manifesta come una bellissima giovane donna vestita di oro, cavalcando un cavallo bianco, con uccelli cangianti che volano intorno alla sua testa. Il loro canto può svegliare gli spiriti dei morti o dare sonno ai mortali, come le atmosfere novembrine.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Orti e Giardini

Sul Poncione di Ganna, il “Piccolo Cervino” (Ganna -VA-)

di Mauro Carlesso

Lasciata alle spalle la “città giardino”, la strada si inoltra sinuosa e silenziosa lungo la valle. Acqua pura, grotte, piccoli borghi, verdeggianti declivi stimolano a fermare l’auto, ad osservare, a scoprire una natura lussureggiante alle spalle di una città capoluogo ma, con una definizione ormai desueta, ancora “a misura d’uomo”. La frenesia delle nostre vite ci induce a non perdere di vista i nostri obiettivi di lavoro, a concentrarci totalmente sui nostri problemi, sulle nostre cose, la nostra famiglia… tutto giusto, s’intende. Ma percorrendo questa strada, appena fuori città, tra acque pure, cascate, borghi, antiche badie e boschi rigogliosi non si resta indifferenti. Allora la calma ci pervade ed un atavico istinto ci spinge ad osservare, ad alzare lo sguardo. E allora, in un certo tratto di quella strada scorgiamo una guglia rocciosa affascinante ed ammaliatrice. Ed è obbligatorio, per staccare dalla frenetica attività quotidiana, andarla a visitare. Quella guglia è il Poncione di Ganna.

cartina poncione

La scheda
Località di partenza: Passo del Tedesco (mt.700 circa) –VA-
Località di arrivo: Poncione di Ganna (mt.993) –VA-
Cime sul percorso: Poncione di Ganna (mt.993)
Dislivello: mt. 300 circa (numerosi saliscendi)
Tempo di percorrenza: ore 2 (soste escluse)
Difficoltà: E
Periodo: Sempre (con neve richiede qualche attenzione)

sagoma poncione

L’itinerario
Dall’autostrada dei Laghi in direzione Varese si esce a Gazzada da cui, con la comoda Tangenziale si evita il centro di Varese. Superato il Centro Commerciale e seguendo le indicazioni per Luino e Ponte Tresa si entra in Valganna. Nei pressi della fabbrica della birra si può già godere di una spettacolare vista della nostra vetta. Si continua sino a Ganna, che si attraversa e poco dopo si sale a destra verso l’Alpe Tedesco raggiungendo l’omonimo passo dopo circa 5 km di tornanti. Qui si lascia l’auto nei rari spazi che si trovano a margine della strada.
Dal Passo si sale il dosso boscoso sulla destra, arrivando in breve ad un discutibile roccolo di caccia che si contorna a destra. Al culmine della salita si scende fino ad incrociare la mulattiera proveniente dall´Alpe Tedesco sita a poche centinaia di metri più avanti del Passo. Si cammina quindi in salita lungo questa mulattiera per qualche centinaio di metri fin quando spiana. A questo punto ci si tiene a destra (cartello) percorrendo un sentiero che conduce sotto le propaggini della cresta NW. Con una lunga diagonale in falsopiano a sinistra, si percorre tutto il versante NE fino a quando, ad una svolta, inizia la cresta SE (dove è presente una rudimentale panchina). Da qui inizia una salita, seppur facile, decisamente più ripida che nell´ultimo tratto, ormai in vista della grande croce, presenta alcuni gradini rocciosi che conducono alla superba vetta dallo sconfinato panorama sulla Valganna, con i Laghi di Ganna e Ghirla, sul Campo dei Fiori e i Laghi del Varesotto, sul Monte Martica, e la vicina Valceresio, con il Lago di Lugano, sul Monte Minisfreddo, sul Monte Orsa e San Giorgio e, più in lontananza il Monte Generoso, il Monte Rosa, le Alpi Lepontine e le Alpi Retiche.
La discesa avviene lungo il percorso di salita. Se si vuole prolungare l’escursione si può però percorrere la cresta che unisce il Poncione al dirimpettaio Monte Minisfreddo. Si cammina su buon sentiero fino a quando la cresta si abbassa più ripida. A questo punto, giunti ad un breve pianoro, si stacca sulla sinistra un sentierino che raccordandosi più sotto con quello proveniente dal Minisfreddo, torna alla panchina alla base della cresta SE, da dove siamo transitati all’andata. Da qui si raggiunge di nuovo la depressione dalla quale si risale al roccolo e si scende al passo dove abbiamo lasciato l’auto.

croce poncione

La nota storica
Cosa c’è di più sostenibile del viaggiare in bicicletta? Pedalare, faticare, immergersi nella natura con una “macchina” che non lascia nulla dietro di sé, nell’aria e che non fa rumore e non rilascia odori. E cosa c’entra la bicicletta col Poncione di Ganna? Apparentemente niente. Eppure… In questi luoghi, quelli sotto il Poncione per intenderci, era nato un tale Luigi Ganna che nulla ha a che vedere col nome della montagna, ma che ben figura nell’orizzonte della sostenibilità oggi tanto agognata. Ebbene Luigi Ganna è stato uno che con la bicicletta ci sapeva fare. Ne faceva di chilometri: per andare a lavorare, dalla sua Induno Olona fino a Milano dove faceva il “magutt”, ne percorreva ben 110 ogni giorno! Ganna era una forza della natura, senza neppure saperlo manifestava una “resilienza” per noi inimmaginabile. E forse proprio quella istintiva “resilienza”, lo portò a vincere il primo Giro d’Italia (1909). Non era solo uno che andava in bicicletta, non era solo un muratore, non era solo uno dei nove figli di una famiglia di contadini. Ganna è stato l’inconsapevole avanguardia di quel movimento che adesso facciamo nostro, per difendere la natura aggredita dalla violenza delle macchine, delle quali lui, il “magutt” Ganna, sapeva fare a meno. E per dare colore a questo ecologista ante litteram non si può non citare la sua divertente, ma significativa espressione della sua personalità, umile e concreta (un binomio che spesso noi perdiamo per strada). Ad un cronista, che lo sollecitava ad esprimere un commento a caldo, chiedendogli quale fosse la sua impressione più viva dopo la vittoria, Ganna rispose: “L’impressione più viva l’è che me brüsa tant ‘l cü!”

Per un pranzo al sacco Veg
Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: torta salata con tofu, radicchio e patate

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Vivere Sostenibile Varese

Auto elettriche ed ibride, Varese ottava città d’Italia

di Enrico Marone

Di certi risultati positivi se ne parla poco, ma soprattutto in questo periodo di grave situazione per l’inquinamento atmosferico e quindi per la salute dei cittadini, vivere in una zona dove qualcosa si muove in senso positivo fa sempre piacere. Da uno studio di Osserva, osservatorio dell’economia varesina della Camera di Commercio di Varese, risulta che la provincia di Varese è ottava nella classifica nazionale per numero di auto ibride-elettriche (3.447) su un totale di auto circolanti di 577.754, cioè una valore dello 0,60%. Un valore che sembra basso, ma che nell’attuale situazione è appunto uno dei più alti nel nostro paese. In cima a questa speciale classifica ci sono le province di Roma con 16.724 auto elettriche e ibride (0,62% sul totale delle auto in circolazione nella provincia), Milano 2° con 16.690 auto (0,94%), Trento 3° ne conta 6.220 (1,25%), Bologna 4° con 5.922 (0,99%), Firenze 5° con 4.253 (0,6%), Torino 6° con 4.247 (0,29%), Bergamo 7°con 3.519 (0,53%) e, appunto, Varese 8° con 3.447.

electric-car-734574_1920

Giova comunque ricordare che il numero di auto ibride-elettriche è in ascesa. Tra il 2015 e il 2016 nell’arco di dodici mesi la quantità di vetture elettriche o ibride in circolazione è passata da 2500 a quasi 3500, un incremento del 40%. Dal 2013 il numero di auto elettriche e ibride è più che raddoppiato, passando da 1.251 a 3.477 del 2016, ovvero il 9,18% delle ibride ed elettriche circolanti su base regionale. Un trend positivo confermato anche a livello regionale, da 15.115 a 37.536 autoveicoli, e nazionale, con un incremento del numero di autovetture ibride ed elettriche che sale da 45.404 nel 2013 a 89.932 nel 2015 a 126.508 nel 2016. Naturalmente una diminuzione dei costi o della tassazione su questi veicoli e un aumento di prezzi e tassazione su quelli inquinanti, favorirebbe moltissimo il rinnovo del parco auto circolante. Senza dover per forza arrivare sempre alle emergenze da gestire.
Qui si può scaricare la tabella

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Vivere Sostenibile Varese

L’ambientalismo è in crisi: domandiamoci il perché

di Fabio Balocco

Quando tre anni fa lasciai Pro Natura Torino, dopo circa trent’anni di militanza, l’associazione (la più vecchia e gloriosa d’Italia) contava circa la metà dei soci rispetto a quando io entrai a prestare servizio. E l’età media di questi soci residui era sicuramente superiore ai sessant’anni. Per celia, con un mio amico, dicevamo che fuori dalla sede dell’assemblea annuale avremmo dovuto far stazionare un’ambulanza.
Credo che sarebbe il caso di fare un pensamento su questo problema: la crisi dell’ambientalismo, quanto meno italiano. Perché non è solo Pro Natura ad avere perso soci. Delle associazioni storiche, il WWF per ragioni di costi ha dovuto chiudere le sedi locali, Italia Nostra vivacchia, Legambiente sopravvive grazie alle sponsorizzazioni, garantite anche dal fatto che essa ha sempre gravitato in una certa area politica. Ma le sponsorizzazioni ne limitano anche la libertà di azione.
Premetto subito una considerazione generale: quando entrai nell’associazione i soci erano tanti, ma a sbatterci eravamo quattro gatti, e lo stesso succedeva nelle altre associazioni della galassia ambientalista. Valeva quello che io definisco “il principio della delega”, cioè il pagare una quota annuale per demandare ad altri la ricerca delle soluzioni ai problemi.
Ma gli anni ottanta o giù di lì erano un’epoca in cui la gente sentiva comunque il problema ambientale. Prova ne erano le stesse politiche di governo, dalla creazione dei parchi, all’istituzione del Ministero dell’Ambiente.
C’era una sensibilità diffusa (seppure superficiale), testimoniata dalle ricerche demoscopiche: l’ambiente era ai primi posti nella classifica delle preoccupazioni della gente. Oggi non è più così, nonostante che il degrado sul nostro povero suolo sia decisamente aumentato rispetto a trent’anni fa. Oggi la gente pensa al lavoro, alla sicurezza, agli immigrati. L’ambiente è finito nelle preoccupazioni di retroguardia. E questo può spiegare la disaffezione generalizzata. Come potrebbe anche spiegare in parte l’estinzione del partito dei Verdi.

protect-450596_1920

Ma torniamo ai numeri.
Negli anni ottanta le associazioni vantavano tanti iscritti, e molti erano giovani. Oggi le associazioni non possono più contare su un ricambio. Perché un giovane non dà neppure più la delega di cui dicevo sopra, non scuce neppure trenta euro all’anno “per salvare l’ambiente”? Una spiegazione può risiedere nel fatto che i giovani oggi vogliono vedere dei risultati. L’ambientalismo svolge una attività prettamente difensiva attestata sul salviamo il salvabile, attestata di massima su di un NO generalizzato, e che tocca problemi ed indica soluzioni che a molti possono apparire lontani. Ecco, credo, almeno io, che ci sia uno stacco netto fra le idee e le aspirazioni dei giovani, che vogliono vedere risultati ed in più a breve termine, ed il modus operandi delle associazioni.
Ma anche un’altra considerazione si impone. Un tempo l’attività di sensibilizzazione in campo ambientale era svolta solo dalle associazioni, oggi non è più così. Oggi con il mondo di internet chiunque può denunciare e farsi sentire ed ottenere magari anche risultati che le associazioni stentano a ottenere. Dalle campagne stampa, alle raccolte firme, dai boicottaggi ai flash mob. E qui tocchiamo un altro tasto dolente. Le associazioni non si sono adeguate ai mezzi di comunicazione. Fanno ancora i comunicati stampa, talvolta addirittura i volantinaggi, i loro siti non sono né belli né amichevoli, spesso non hanno una pagina sui social media, non twittano e così via. Ma non lo fanno anche perché i soci sono vecchi. E qui è il serpente che si morde la coda. Se a ciò aggiungiamo che i mass media non si “filano” le associazioni (salvo Legambiente), si comprende come esse riescano a farsi sentire.
E veniamo infine alla sostanza. Oggi la politica dell’ambientalismo opera ancora nell’ambito dello sviluppo sostenibile. È ancora quella che già negli anni ottanta si definiva come “ecologia superficiale”, quella che non mette in discussione le basi della nostra società. Ma chi oggi abbia un minimo di sensibilità ambientale sa o intuisce che i problemi che ci attanagliano in realtà denunciano l’iniquità di base di un sistema di sviluppo, anzi lo sviluppo stesso. Oggi le voci credibili in campo ambientale sono di singoli, più che di associazioni, cito Luca Mercalli e Maurizio Pallante a livello italiano, cito Serge Latouche a livello mondiale. Singole voci che però riescono, almeno loro, a smuovere le coscienze e a fare adepti. Quello che l’ambientalismo istituzionale non riesce più a fare.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Scelte Ecosostenibili

I Funghi, i guardiani del bosco

di Matt Perrod, escursionista e conoscitore di boschi

Immaginate le belle giornate autunnali, con la natura che si prepara ad andare a dormire nel freddo inverno e che lentamente indossa un pigiama di foglie tutto colorato. Questa stagione ci offre molti frutti deliziosi, come castagne, noci, ma soprattutto funghi. Tecnicamente non sono né piante né animali, ma se non ci fossero non esisterebbero nemmeno i boschi che tanto amiamo.

IMG-20150904-WA0013

I funghi, rilasciando miliardi di spore, contribuiscono a far respirare il bosco e a creare l’humus necessario alla crescita delle piante, decomponendo il legno e le foglie. Si nascondono prevalentemente nei boschi, sia in pianura che in montagna; alcune specie solitamente nello strato superficiale della lettiera (fogliame, muschio e piccoli rami), altre invece crescono sul tronco degli alberi o addirittura in mezzo all’erba alta.
Assomigliano alle piante perchè dotati di una fitta rete di radici e filamenti chiamata micelio: è il corpo vegetativo del fungo e non è altro che un’enorme rete metropolitana dei boschi. È la parte fondamentale di ciascuna specie e col verificarsi di particolari condizioni atmosferiche (umidità, incremento o decremento di temperatura e assenza di vento), dà origine al carpoforo, il “fungo” come lo conosciamo e che siamo abituati a raccogliere.

WhatsApp Image 2017-10-24 at 19.13.34

Per trovarli non basta una breve passeggiata, alle volte una “fungata” può durare anche molte ore, con il rischio di rientrare a casa con il cestino vuoto. Premesso che, un conto è una passeggiata nel bosco e un altro andar per funghi, quest’ultima è un’attività che non deve essere presa sottogamba per almeno due motivi: il rispetto dell’ambiente e la propria sicurezza.
La prima importante regola è il rispetto del bosco, come lo abbiamo trovato lo dobbiamo lasciare e non bisogna rompere i funghi cattivi o che non conosciamo, per i motivi descritti prima: se lo rispettiamo, il bosco ci ripagherà con i suoi frutti. Il silenzio è la seconda regola: ricordiamoci sempre che non siamo al mercato, ma nell’habitat di molti animali, grossi e piccini, che non saranno molto entusiasti di avere a casa chiassosi ospiti indesiderati. La terza regola è più personale: soprattutto in mezzo ai boschi di montagna, fermatevi a respirare e dimenticatevi dei problemi, chiudete gli occhi e sentite l’energia di Madre Terra intorno a voi. Una volta fatto questo potete iniziare la vostra ricerca.

Per iniziare bisogna avere un’adeguata attrezzatura, è importante per rispettare la prima regola e per la propria incolumità: in primis scarpe con la suola a carrarmato per evitare di scivolare sul fogliame e le pigne, in pianura invece consigliamo lo stivale di gomma per non inzupparsi le scarpe negli acquitrini. Successivamente vestitevi bene, usate un abbigliamento caldo, comodo ma resistente, possibilmente lungo per evitare graffi, i funghi si possono trovare sul sentiero ma spesso vi capiterà di dover passare in mezzo ad arbusti o a boschi fitti che non vi risparmieranno gambe e braccia (in qualche modo il bosco deve difendersi da voi!). Munitevi di un bastone (potete tranquillamente raccoglierne uno appena arrivati, se non ne siete già in possesso), è un valido supporto nei tratti scoscesi ed è utile per spostare, senza danneggiare, i piccoli cespugli o le piante sotto le quali si possono nascondere i funghi. I cercatori più tecnici non si separano da un gilet multitasca, tipo quelli dei pescatori, unito al pratico marsupio. Insieme, questi due accessori vi permetteranno di avere tutto a portata di mano, senza dovervi ogni volta fermare per frugare nello zaino a cercare il coltello, strumento fondamentale per non rompere il cappello dal gambo nel tentativo erroneo di strapparlo dal terreno, importantissimo per pulire il fungo non appena raccolto e per lasciare nel bosco i resti del micelio. Così facendo, è molto probabile che la prossima volta possiate trovare funghi nuovamente nello stesso punto dove li avete raccolti. Se sarete fortunati e porterete a casa un bottino consistente, custoditelo in cesti di vimini: durante il trasporto i funghi, attraverso i fori del cesto, continueranno a rilasciare spore, che cadendo durante il tragitto nel bosco, potranno germinare e dare origine a nuovi miceli, che a loro volta potranno generare nuovi corpi fruttiferi e quindi nuove spore.
In Italia tra i più ricercati troviamo il porcino, Boletus Edulis, che è tra i funghi più pregiati al mondo. In Francia invece, preferiscono gli ovuli, anch’essi molto pregiati. I porcini hanno un sapore molto delicato e per questo in cucina vengono usati per insaporire le carni o come protagonisti di ottimi risotti. I funghi porcini, così come tutti gli altri funghi, sono facilmente deperibili, quindi è consigliabile consumarli entro pochi giorni dal raccolto, a meno che si voglia conservarli più a lungo. In tal caso possono essere messi in vasetti sott’olio, oppure possono essere fatti essiccare; quest’ultima tecnica viene usata soprattutto se si sospetta la presenza di vermi ed è l’unico modo per eliminarli senza rinunciare ai funghi. Con entrambi i metodi si manterranno intatti il gusto e l’aroma e durante il resto dell’anno non se ne soffrirà troppo la mancanza. Una curiosità, a proposito di altri periodi dell’anno: non tutti i funghi nascono in autunno. Ad esempio, quando il micelio della Morchella, fungo primaverile ottimo per i risotti, registra un aumento di temperatura, ne stimola la fruttificazione.

WhatsApp Image 2017-10-24 at 19.13.33

I funghi possono essere definiti integratori naturali, infatti contengono molti sali minerali, tra cui fosforo, potassio, magnesio, selenio, etc. sostanze antiossidanti, proteine e numerose vitamine, come quelle del gruppo B. Favoriscono una corretta ossigenazione del sangue e la produzione di globuli rossi, non contengono grassi e hanno poche calorie. Nel complesso quindi si tratta di un alimento interessante dal punto di vista nutrizionale, nonché capace di rendere indimenticabili pranzi e cene. Come per tutte le cose non bisogna abusarne: facendo parte della famiglia delle muffe un consumo eccessivo può renderli indigesti. Bisogna fare anche attenzione quando si raccolgono nei boschi: se non siete pratici, munitevi di un compagno di avventure esperto o di guide cartacee in cui sono spiegate tutte le tipologie di funghi, dal momento che non tutti sono commestibili e alcune varietà potrebbero essere tossiche e velenose. Ricordate che per prudenza conviene farli controllare all’Ispettorato Micologico, presente un po’ in tutte le ASL.

Ma non vi allarmate: anche se non siete in grado di valutare se un fungo sia buono o cattivo, prima dovete trovarlo!

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Alimentazione Consapevole

Cose Inutili. Come il denaro?

di Enrico Marone

cose-inutili-logo

Il denaro, è ciò che condiziona nel bene e nel male (più spesso nel male) la nostra vita. Quante volte ci siamo chiesti se ne possiamo fare a meno? Ebbene esiste un sito web molto interessante nel quale le nostre convinzioni sui soldi possono cambiare radicalmente.
Si chiama www.coseinutili.it, è nato in provincia di Varese e a febbraio compirà 6 anni.
A gestirlo è Elisa Boldi, la sua mamma, che ci racconta che tutto parte proprio dalla necessità di staccarsi dalla logica monetaria nello scambio tra persone, e consente a chi ha oggetti che non utilizza più, di metterli a disposizione ad altri.
Si tratta di un sito per baratto asincrono, cioè non è uno scambio tra due oggetti di pari valore, ma è mediato attraverso l’uso di crediti che vengono gestiti, come un conto corrente bancario, dal sito stesso. Quindi se voglio cedere un paio di occhiali da sole che non uso più, ne determino il valore in crediti e inserisco l’annuncio sul sito. Gli iscritti lo vedono e se interessati mi contattano per accordarci sulla consegna o la spedizione o semplicemente seguono le indicazioni dell’annuncio.

coseinutili-funzionamento

La visione degli annunci è libera, ma per interagire occorre iscriversi gratuitamente, in modo da avere un proprio profilo, accedere al proprio conto in crediti e poter inserire annunci e scambiare con gli altri. Ad oggi gli iscritti sono più di 7.500 un po’ da tutta Italia ed alcuni si sono radunati in gruppi per ottimizzare le spedizioni in modo da utilizzare il meno possibile il denaro anche per queste fasi degli scambi. Pensate che ogni giorno vengono pubblicati dai 200 ai 300 annunci, e vengono effettuati più di 100 scambi (i mesi più “attivi” arrivano a 150 scambi al giorno). Scambiarsi oggetti crea poi comunità, ed infatti molti iscritti si sono conosciuti di persona ed organizzano momenti di baratto dal vivo, come dei mercatini aperti a tutti.
Non solo gli oggetti possono essere utili e quindi scambiati, ma anche il tempo ed infatti il sito consente anche questo tipo di baratto. Talvolta infatti una delle merci più preziose risulta essere non un oggetto o del denaro, ma proprio il tempo. E se poi questo tempo è specializzato in qualcosa (accompagnamento persone, lezioni di lingue, servizi domestici, manutenzione casa, ecc…) allora acquista ancora più valore. Quindi come iscritto posso barattare i miei crediti con un’ora di tempo di un altro iscritto che mi aiuta nel giardino o dà ripetizioni di inglese ai miei figli. Veramente fantastico, e noi che pensavamo che senza soldi non si potesse fare nulla!

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Inserto Varese

Torta vegana di Zucca e Castagne

Avete avanzato castagne e continuate ad avere zucche in casa?
La stagione non è finita! Potete usare questi frutti autunnali in tanti modi. Qui proponiamo una ricettina dai gusti semplici, leggera e facile da fare, da mangiare in ogni momento della giornata. È molto umida perchè vengono utilizzate le castagne fresche; se non le avete più potete sostituire la stessa quantità di castagne con la farina di castagne e a questo punto aggiungere solo 50 gr di farina integrale anzichè 100 e un po’ di latte vegetale a piacere. In questo modo verrà più asciutta e morbida.
Ma passiamo all’azione!
Ingredienti:
200g di castagne cotte
100g di farina integrale/farina di teff (per celiaci)
100 ml di olio di semi
80g di zucchero di canna
1 cucchiaino di bicarbonato
350g di zucca cotta
torta-di-zucca_firma
Le porzioni sono per una tortiera di 20 cm di diametro.
Procedimento:
Dopo aver bollito le castagne, lasciatele raffreddare leggermente e, ancora tiepide, sbucciatele (risulterà più facile). Poi rompetele in pezzetti e frullatele per ridurle in farina. Frullate o schiacciate anche la zucca (con il mini pimer si fa prima).
A parte unite lo zucchero di canna con l’olio e mescolate o frullate in modo da renderlo cremoso. Aggiungete la zucca ormai tiepida, la nostra “farina” di castagne e la farina integrale, il bicarbonato e la cannella a piacere (se vi piace molto il gusto della cannella mettetene un cucchiaino da caffè); amalgamare bene in modo da ottenere un impasto liscio ed omogeneo. Rivestire lo stampo con della carta da forno, versare il composto e cuocere in forno statico a 180°C per 50 minuti circa.
Voilà, semplice e leggera, per un piccolo peccato di gola che non farà male nè a voi nè all’ambiente!

Quali proprietà ha la castagna? Leggi l’articolo della nostra sezione Alimentazione Consapevole!

Dai castagni autunnali ricchezza tutto l’anno

di Giulia Marone

WhatsApp Image 2017-10-08 at 11.47.26

Quest’anno sono molto abbondanti, grosse e lucide nelle nostre valli: le castagne. Sono un alimento che fa parte delle nostra tradizioni da secoli, ma che attualmente è un po’ sottovalutato e poco consumato. Cosa ci stiamo perdendo?
La castagna è un alimento ricco di vitamine del gruppo B (utili nella trasformazione dei carboidrati in glucosio e per il metabolismo dei lipidi e delle proteine), vitamina E (antiossidanti), vitamina K (utile per l’apparato osseo e per la corretta coagulazione del sangue) e minerali quali potassio, fosforo, magnesio, zinco, rame e manganese. Ha un alto potere saziante e in effetti è abbastanza calorico. Ricordiamo però che non è importante il conto delle calorie degli alimenti se non è correlato a un reale valore nutritivo: la castagna contiene molti carboidrati ma pochissimi grassi, di cui una parte peraltro polinsaturi (omega 3 e omega 6, che aiutano a ridurre il colesterolo nel sangue). Hanno un alto contenuto di amido ma sono prive di glutine, quindi alimento adatto anche per i celiaci. Ben cotte sono facili da digerire e regolano l’intestino grazie alla buona presenza di fibre, che oltretutto limitano l’assorbimento del colesterolo. Il loro effetto prebiotico rende più attivi i probiotici al suo passaggio nello stomaco, aiutando i disturbi intestinali. Attenzione solo a chi soffre di aerofagia o di colite, non consumatene in eccesso: l’alto contenuto di tannino può risultare irritante per la mucosa intestinale e peggiorare la situazione. L’elevato indice glicemico le rende anche un alimento poco adatto a chi soffre di diabete.
Insomma, in queste splendide giornate di sole, andare a raccogliere le castagne può essere un tranquillo passatempo, utile per la nostra salute dato che diventa una buona scusa per muoverci e che arrichisce la nostra tavola di prodotti davvero a km zero, cruelty free e fuori dal circuito vizioso del consumismo di massa. Ne bastano poche per saziare tutta la famiglia!
Come consumare le castagne?
Bollite, arrostite al forno con un taglietto sulla buccia per non farle esplodere, oppure come farina.
La farina di castagne si ottiene in modo molto semplice dalle castagne già cotte. Se volete usarla subito per una ricetta potete bollire le castagne, sbucciarle e frullarle e il gioco è fatto. Fate conto che i vostri dolci/preparazioni saranno più umidi dato il minimo, ma esistente, contenuto di acqua delle castagne.
Se invece la vostra intenzione è quella di conservare la miriade di castagne che raccoglierete o avete già raccolto quest’anno, ecco come fare la vostra farina:
dopo averle bollite per 40 min, sbucciatele ancora tiepide, trituratele e passatele in forno per far evaporare la poca quantità di acqua che contengono. Dopo 60 min a 160 gradi potrete frullarle e conservare la vostra farina di castagne per ottenere dolci o preparazioni durante tutto l’anno.

Qualche idea sostenibile per utilizzarle in cucina? Torta vegana di Zucca e Castagne! Vai alla ricetta

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Alimentazione Consapevole

Respiriamo bene, respiriamo con la testa

di Enrico Marone

editoraile-silvia

Eccolo qua il grande allarme per lo smog nelle città italiane. Puntuale da molti anni, quando comincia ad avvicinarsi la stagione fredda e quest’anno è iniziato quando ancora gli impianti di riscaldamento non sono pienamente operanti. Sicuramente la situazione nel nostro paese è grave, se è vero che, come dice lo studio della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, muoiono 91.000 cittadini ogni anno a causa dell’inquinamento atmosferico. Un bilancio drammatico, come se fossimo in guerra contro un nemico che però usiamo giornalmente. Sì, perchè le sostanze tossiche che troviamo nell’aria che respiriamo, provengono dai combustibili fossili usati per il trasporto (auto, camion, ecc…), dagli impianti di riscaldamento, dalle industrie che producono ciò che utilizziamo o consumiamo ogni giorno e dall’agricoltura.
Ed è questo il nodo problematico, cioè il modello di funzionamento della nostra società, in particolare nelle città dove anche la carenza di verde e alte concentrazioni di mezzi e impianti determinano le situazioni più critiche e difficili da affrontare.
È ovvio che di fronte a questi numeri, che finora sono stati un po’ troppo ignorati (non è che negli anni precedenti non morisse nessuno per questa causa…), vietare la circolazione di una parte di autovetture in qualche città è sicuramente una misura insufficiente.
Oltre alle fonti citate ne esistono altre insospettabili, per noi semplici cittadini, ma pesantissime, dato che gli inquinanti tossici sono diversi: non solo il PM10 (polveri sottili) di cui si sente parlare spesso, ma anche il biossido di azoto (NO2) e l’ozono troposferico (O3).
Per esempio, sempre secondo questo interessantissimo studio che vi consigliamo di leggere, il 35% del PM10 di Milano proviene indirettamente dall’agricoltura e dagli allevamenti. Inoltre i momenti critici dell’anno, durante i quali si arriva alle emergenze, sono più o meno sempre gli stessi, eppure non si fa nulla per prevenire, per quanto possibile o almeno ridurre, l’impatto del fenomeno, che già si sa che sta per ripresentarsi. In alcune città tra l’altro si registra ormai una situazione di emergenza quasi continua.
Che fare? Lo studio propone una serie di azioni e orientamenti per affrontare il problema, per esempio dovrebbe esserci un piano nazionale per la mobilità sostenibile, ma nella sostanza ci sono due considerazioni fondamentali da fare.
La prima è che si tratta di un problema che non si può affrontare da soli, neppure un’intera città, seppure grande, potrà da sola essere incisiva, ma occorre lavorare tutti assieme, come una comunità che deve curarsi prima di tutto della salute delle persone, ancor prima del profitto. La seconda è che sicuramente continuando a vivere ogni giorno nello stesso modo di ieri, cioè usando sempre l’auto, utilizzando sempre combustibili fossili o peggio il carbone, non adeguando mezzi ed impianti alle nuove tecnologie meno inquinanti, non si riuscirà mai a venirne fuori.
Occorre cambiare mentalità, aggiornarsi tecnologicamente, riavvicinarsi alla Natura e smetterla di essere dinosauri devastanti per noi, per le persone che amiamo e per l’intero pianeta.
Come vedete ciò che respiriamo è una questione di testa.

http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/inquinamento/2017/09/29/smog-in-italia-laria-piu-inquinata-fra-grandi-paesi-ue_e67464ab-6575-4fb9-8ec3-510ffa3e4883.html

https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/wp-content/uploads/dlm_uploads/2017/09/Report_La_sfida_della_qualita_dell_aria_nelle_citta_italiane_2017.pdf

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, editoriale