idoli & oggetti

di Laura Fanchini, liceale

Per quanto il pensiero di Marx possa essere più o meno contestabile o condivisibile, su un punto rimane indiscutibilmente originale: il feticismo della merce. Il lavoratore produce una merce: soggetto, predicato, complemento oggetto. La grammatica del capitalismo – secondo Marx – vuole che l’attenzione si concentri sull’oggetto (la merce) dimenticando il soggetto (l’uomo). Purtroppo questa logica non ci è sconosciuta, dal momento che siamo stati istruiti dalla medesima grammatica.
Pensiamoci: quando si incontra un conoscente che indossa, ad esempio, delle scarpe nuove, a nessuno verrebbe in mente di chiedergli chi le abbia prodotte, ma piuttosto dove siano state acquistate, a che prezzo, se fossero in sconto, e via dicendo. Il produttore -il soggetto- l’uomo, non passa in secondo piano: non viene nemmeno preso in considerazione!

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La smisurata adorazione della merce ha rapidamente sovvertito quell’ordine di valori che vedeva al vertice l’attenzione e il rispetto per la dignità umana.
Chi sta dietro a quel paio di scarpe, ai nostri smartphone all’ultimo grido, al litro di latte super scontato, o al filone di pane che troviamo magicamente fresco, ogni giorno, al supermercato?
D’altronde, siamo ormai talmente assuefatti alla logica consumistica, che l’agire quotidianamente secondo un’etica ci risulterebbe estremamente difficile. Poiché tutto è mercificato, possiamo comprare ciò di cui abbiamo bisogno senza alcuna difficoltà: basta andare al negozio più vicino, o a quello che propone le migliori offerte; oppure ordinare il bene in questione con un click, restando a casa, comodamente seduti davanti al PC.
E molti di noi osano dichiararsi indipendenti… L’essere indipendenti (inteso alla vecchia maniera) non significa essere in grado di pranzare fuori con un panino comprato “al volo”, ma prepararsi da sé ciò che occorre.
Siamo talmente sommersi da cose, da prodotti acquistati, che non ci facciamo neanche più caso.
Guardiamoci intorno: cosa c’è, nelle nostre case, che non abbiamo comprato? Cosa invece, possiamo vantare di aver prodotto e modellato con le nostre mani e che per questo motivo ha un valore speciale?
Il valore. La misura del valore si è persa con l’avvento dell’industrializzazione, col mito dell’omologazione, con la soppressione della creatività, con l’alienazione dell’uomo dai suoi simili e da se stesso.
La logica del materialismo e del consumo non solo ci risparmia la fatica di produrre da noi i beni necessari e non, ma anche quella di sceglierli: sempre più spesso, attraverso la pubblicità, viene enfatizzato lo slogan per cui “i prodotti di cui hai bisogno sono già stati selezionati per te!”.
Anche se può non sembrare così, è stupendamente facile non dover scegliere e trovare già tutto pronto.
Se ci capita di arrivare al 24 dicembre senza aver ancora provveduto ai regali di Natale, non c’è da preoccuparsi: basta entrare in un negozio e frugare tra gli scaffali.
L’uomo è sostanzialmente pigro, e la forma più acuta di questa sua pigrizia è quella cerebrale, che si manifesta indipendentemente dall’età. Non meravigliamoci dunque di imbatterci in generazioni di giovani sempre più confusi e sempre meno in grado di prendere decisioni: si tratta semplicemente di vittime inconsapevoli, di un sistema sbagliato dalle sue fondamenta; un sistema in cui tutti, volenti o nolenti, ci troviamo immersi.
Marx parlava di feticismo della merce a metà dell’Ottocento, ma oggi, a distanza di un secolo e mezzo, lo stesso concetto risulta ugualmente valido e ancor più evidente. Siamo indotti a riporre fiducia negli oggetti, in ciò che è “altro da noi”, quando non riponiamo più fiducia in noi stessi.
Più ci circondiamo di cose e più ci sentiamo al sicuro, ma è solo apparenza: un oggetto materiale ed esteriore non potrà mai colmare uno scompenso interiore. Questa è la malattia della società odierna, questo è ciò a cui ci ha portato il capitalismo. Ma una speranza di guarire c’è ancora: la sola presa di coscienza è già un grosso passo.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Febbraio 2017, sezione Scelte Ecosostenibili

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I giardini per gli occhi o per il cuore?

di Laura Stefanini

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Immobile, sotto una pioggia di petali di ciliegio, occhi stretti al cielo, vibrano leggere le note e le parole di “Starman”, colonna sonora dei dialoghi muti che solo uomini e alberi sanno creare. Questo è un piccolo angolo del mio giardino del cuore, il Monte Rosa a Ovest sorveglia. Un luogo che esiste davvero, un luogo di attesa e di lentezza; ho imparato ad avere molta pazienza nel veder crescere quello che oggi è diventato un albero che incute rispetto in ogni stagione e meraviglia all’arrivo della primavera, quando scarica piogge di petali bianchi. Il cuore l’ha vinta sempre? È tutto così naturale e semplice?
Temo di dover dire che invece non è affatto scontato. Bisogna lavorare di pazienza e attese. I giardini per il cuore a volte sono i più lenti a mostrare la loro vivacità, ma per me risultano essere i più belli, semplicemente perché sono autentici e personali, differenti uno dall’altro come i loro “proprietari” e nemici efferati della fretta e della disattenzione.
Un giardino per il cuore non può nascere per appagare il desiderio del “tutto e subito” o del “pronto effetto” a tutti i costi, nasce per sostenere il cuore.
Nasce dal silenzio, da una visione che diventa traccia di matita e progetto o anche solo traccia invisibile nei pensieri. Si parte con l’idea di aver cura di ciò che crescerà e credere che il risultato finale sarà bellissimo e lo sarà, garantito. Consapevoli che i giardini hanno bisogno di tempo, a volte più che di acqua e concime. Siate pazienti ma vigili, proteggete (lezione sempre valida in amore) cercate accuratamente la vostra idea di giardino, scegliete con entusiasmo le piante, la vostra pianta, quella che sentite più affine al vostro sangue, perché ci saranno momenti nei quali vi parrà di aver bisogno di una trasfusione di linfa e pace, le piante sono anche una buona terapia per l’anima, basta anche una terrazza o un vaso di coccio.
Camminate, camminate, liberate la mente dalla fretta, anche solo per un attimo e immaginate… so che è un lusso che qualcuno di voi pensa di non potersi permettere, ma pensate che magari lo meritate e basta. Sporcatevi le mani di terra e non di impazienza e pensate che ci sono piante verdi o da fiore a cui in pochi pensano e che si adatteranno perfettamente al clima che possiamo concedergli, si sosterranno quasi da sole, poche pretese, forti per natura e che magari faranno proprio al caso vostro.
Mi piace pensare che chiunque possa avere un luogo, dove riposare l’anima e trovare familiarità fra le piante che meglio gli si addicono, per indole e carattere; il carattere lo abbiamo noi e lo hanno anche le piante: troverete quella resistente, quella apparentemente fragile e quella delicata e immortale, quella fatta per voi.
Trovo sia molto divertente confrontarsi con questo aspetto di ricerca. Tempo fa mi è stato chiesto di pensare ad un giardino che portasse i colori più caldi dell’autunno poiché è la stagione che i proprietari riescono a vivere con più pienezza. È iniziato un lavoro di ricerca e selezione. Ho pensato che una volta completato dovrà essere non solo bello, ma di sostegno e conforto giorno dopo giorno a tutta la famiglia. Penso ad un altro giardino, frustato dai venti, profumato di macchia mediterranea, in una terra arida ma non meno generosa di frutti. Se i proprietari avranno voglia di ascoltarmi pianteremo anche una vite, avranno così dei grappoli da raccogliere guardando ad Ovest, nei tiepidi tramonti di fine estate, il mare ad Est s’inchina.
Nel mio cuore c’è anche un giardino “segreto” e magico: un melograno piantato fra muri di granito. Sembra che stia lì a sostegno della casa in attesa che i proprietari facciano rientro. Non è solo una pianta ad adornare una casa, è un Guardiano.
Questi sono i giardini per il cuore, ma siate certi che anche gli occhi ne avranno giovamento con esplosioni di colore anche se nulla verrà messo a dimora e poi estirpato solo per dare spazio a dei nuovi arrivi in vivaio.
Non mi sento di giudicare scelte diverse, i giardini solo per gli occhi a volte sono spettacolari ma anche effimeri, non hanno il tempo di mutare ed evolversi naturalmente, vivono una stagione o poco più. Ad alcune piante non viene data alcuna chance di potersi adattare e per quanto io possa comprendere che a volte esistono esigenze particolari mi domando perché non si abbia voglia di far convivere una pianta annuale con una perenne. È solo una questione di equilibrio, no? Per scegliere la pianta giusta guardate da vicino, osservate, sfiorate, emozionatevi.
Sono pochi i gesti d’amore che possiamo dedicare a noi stessi in piena libertà, uno di questi è poter godere e vivere con rispetto un po’ di natura autentica, forse è finito il tempo delle finzioni.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Pimeonte edizione Febbraio 2017, sezione Orti e Giardini, con la collanorazione di Vivere Sostenibile Basso Piemonte

Benessere equo e sostenibile in Italia

di Enrico Marone

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L’Istat in collaborazione con il CNEL (ente che con il referendum volevano abolire), hanno pubblicato anche quest’anno il rapporto BES 2016, “Il benessere equo e sostenibile in Italia”. È un lavoro che affronta e descrive l’evoluzione nel nostro paese di tantissimi ed importanti argomenti: salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, ricerca e innovazione, qualità dei servizi.
Stranamente non se ne sente parlare quasi mai, eppure è ricco di informazioni sul nostro paese.
Un documento che dovrebbero utilizzare e leggere nelle scuole, per dar modo ai ragazzi di capire la situazione e le sue evoluzioni e soprattutto avere gli strumenti di valutazione per le decisioni della loro vita. Senz’altro un documento tecnico, ma utilissimo.
La sua lettura ci dà molti elementi per capire meglio la nostra realtà, cosa migliora e cosa peggiora aiutandoci anche a sfatare e sgonfiare polemiche talvolta costruite sul nulla.
Per esempio è in continua diminuzione il numero di omicidi e tentati omicidi, il che significa che tali reati contro le donne sono un fenomeno ancora più grave di quanto si pensi.
Così come purtroppo si confermano invece pessimi record nazionali:

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C’è poi un ampio capitolo sull’ambiente dal quale si possono trarre una serie interessante di informazioni che in parte ci fanno capire che un processo di maggiore attenzione verso questi temi è in atto da parte dei nostri concittadini. Naturalmente c’è ancora molto da fare, ma è sicuramente una notizia positiva e quindi in un prossimo articolo ne parleremo più approfonditamente.
Il rapporto è un documento pubblico e si può scaricare gratuitamente dal sito dell’Istat a questo indirizzo: http://www.istat.it/it/files/2016/12/BES-2016.pdf

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Febbraio 2017, sezione Benessere Corpo e Mente e Scelte Ecosostenibili

Il bosco insegna

di Olimpia Medici

Saltare nelle pozzanghere, giocare a palle di neve, rotolarsi tra le foglie, camminare sotto la pioggia.
Sembra il racconto di una domenica in campagna e invece sono le attività di routine degli allievi dell’asilo nel bosco, bambini per cui andare a scuola non significa rinchiudersi in un’aula ma stare in mezzo alla natura. Si tratta di un modello educativo nato in Danimarca negli anni ‘50 che in seguito si è diffuso in molti paesi d’Europa, ma non in Italia dove si sta sviluppando soltanto ora. Oggi su tutto il territorio nazionale gli asili del bosco sono una sessantina e quattro si trovano in Piemonte.

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Per raccontare la storia dell’asilo nel bosco di Veglio, un paesino immerso nel verde del Biellese nord-orientale e famoso per il suo grande parco avventura, abbiamo incontrato Maura Farris, una giovane mamma che lavora da sempre come educatrice.
“Dopo 10 anni di lavoro come responsabile di un micronido ero alla ricerca di un metodo didattico diverso. Mi ero resa conto in prima persona che i sistemi utilizzati dalle scuole classiche sono spesso coercitivi e propongono quasi esclusivamente attività strutturate classiche. Per esempio, ci sono bimbi che da subito amano il disegno, altri invece no. Però in una scuola classica non è facile differenziare le attività e quindi tutti finiscono per disegnare, ma a non tutti fa bene. Alcuni bambini preferirebbero stare tutta la giornata con il naso all’insù a guardare il cielo. Se li costringi a disegnare, blocchi il loro motore di crescita interiore.
“Da qui è nata la ricerca che mi ha portato all’asilo nel bosco. Mi sono confrontata con Claudia Loglisci e Mattia Ravetti, anche loro educatori, e siamo entrati in contatto con un gruppo di ragazzi che ha fondato un Asilo nel Bosco a Ostia Antica. Siamo stati da loro, abbiamo visto come lavorano e ci siamo resi conto che stavamo cercando proprio una pedagogia di questo tipo”.
E così Maura e i suoi colleghi hanno fondato l’Associazione l’AgriCultura e hanno dato il via al progetto il Bosco dei Piccoli. La prima esperienza è stata a Bioglio, un borgo in collina a 13 chilometri da Biella. “Avevamo un centro con una casetta in legno, ma purtroppo dopo alcuni mesi abbiamo subito un incendio; così ci siamo trasferiti a Veglio, dove il comune ci ha offerto la struttura dell’ex scuola materna in disuso da due anni. Il paese ci ha letteralmente adottato: tutti sono felici di avere di nuovo dei bambini per le strade. Molti abitanti hanno animali e i bimbi vengono invitati nelle stalle, ricevono le uova in regalo e così via. Per ora abbiamo nove bambini tra i tre e i sei anni che frequentano tutti i giorni e tre che vengono alcuni giorni a settimana.”
Ma cosa significa davvero frequentare un asilo nel bosco?
“È molto semplice: si sta quasi sempre fuori. L’educatore è soprattutto un mediatore tra i bambini e la natura. La giornata tipo inizia tre le 8.30 e le 9.15, quando arrivano i bambini. Si fa uno spuntino tutti insieme, poi si esce a passeggio e si gioca all’aperto, anche quando piove – sempre che non diluvi, naturalmente. Se il tempo è bello si mangia fuori, se no in struttura. Il pranzo lo si porta al sacco da casa. Nei mesi freddi abbiamo tute termiche e antineve. E per la pioggia ci sono le tute antipioggia danesi e gli scarponi impermeabili. I bambini non hanno paura del brutto tempo, anzi!  Per loro la cosa più bella è potere saltare nelle pozzanghere senza sentirsi dire niente. Quello del clima e del brutto tempo è un falso problema. In realtà i nostri bambini si ammalano meno di quelli che frequentano la normale scuola materna perché le malattie si trasmettono più facilmente all’interno. Senza contare che un bambino felice ha un sistema immunitario più attivo”.

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Del resto l’asilo nel bosco è diffuso soprattutto nei paesi nordici dove il clima è decisamente più rigido che in Italia, in particolare in Germania, nel Regno Unito e in Danimarca. Ce ne sono di due tipologie. In quelli più estremi non esiste nessun punto di appoggio: quando piove si tira un tendone per riparare i bambini e si accende il fuoco. Di solito comunque esiste un riparo, spesso una casetta, dove rifugiarsi quando il tempo è brutto, almeno per consumare i pasti.
“In Germania una scuola materna su cinque è un asilo nel bosco e sto parlando del settore pubblico. A volte la frequenza dell’asilo tradizionale viene abbinata a qualche giorno alla settimana nell’asilo nel bosco, dove i bambini vengono accompagnati dalle loro insegnanti. In Italia siamo indietro anni luce. Noi abbiamo creato un comitato per promuovere la creazione di  asili di questo tipo, che comunque sono sempre più numerosi anche qui. Il guaio è che per la legge italiana l’asilo nel bosco non esiste. Ognuno si organizza a suo modo, magari basandosi su un asilo privato preesistente. Dipende molto dal sostegno della regione e del comune e naturalmente anche dal clima socioculturale che si respira. In regioni come Toscana e l’Emilia Romagna ci sono più facilitazioni”.
Viene da chiedersi come cresceranno i piccoli allievi dell’asilo nel bosco e se questa esperienza sarà determinante anche nella loro vita di adulti.
“I vantaggi per i bambini sono molti” spiega Maura. “Prima di tutto sono liberi di sperimentare se stessi, sia a livello psichico che motorio e questo crea un bambino sicuro di sé e dà notevoli vantaggi anche nell’apprendimento successivo. Alcuni ci chiedono se non stiamo creando dei selvaggi. Io rispondo di no perché i nostri bimbi imparano molte cose: scoprono la natura, se stessi, la libertà, il ciclo delle stagioni. Le foglie che cadono, la neve, le prime primule, i frutti che maturano: è più di quello che si impara sui libri a quell’età. A quattro anni riconoscono le piante, gli animali, le impronte. Cose che per alcuni bambini di città non esistono nemmeno. Assaggiano i frutti, riconoscono i funghi, sanno che nel bosco non si infila una mano dentro un buco perché un animale ti può mordere. E soprattutto c’è l’autostima, una sicurezza che apre le porte verso il mondo e che conquisti quando da piccolo cammini per mezz’ora nel bosco con il tuo zaino in spalla”.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Pimeonte edizione Febbraio 2017, sezione Bambino Naturale

Fotografie di Claudia Garito

Estate in viaggio, prima ci pensi meglio scegli!

di Equotube

L’estate sembra lontana e il freddo vi fa sospirare? Preparate il vostro prossimo viaggio! Ci sono destinazioni che vanno meditate e preparate… quindi quale occasione migliore di una tazza di tè caldo ed un libro da leggere sulla vostra prossima meta? Ci sono luoghi che danno il meglio di sé in estate o che offrono paesaggi bellissimi anche se non è la stagione migliore per visitarli. Questo mese vi proponiamo due viaggi ai due poli opposti. Il primo, è realizzabile quasi esclusivamente d’estate: un viaggio dedicato a chi è alla ricerca di una meta unica e indimenticabile, in luoghi sconfinati e solitari, alla ricerca di se stesso e della vera essenza del rapporto uomo – natura. Il secondo viaggio è un evergreen, adatto a tutte le stagioni (anche se ci sono momenti diversi) e a tutte le tipologie di viaggiatori: una meta dedicata a chi vuole rilassarsi, conoscere luoghi e persone e godere di paesaggi unici. Sono due terre che lasciano un’emozione così forte che raramente possono passare inosservate. Ecco allora le due idee che abbiamo selezionato per voi, ma potrete trovare anche altri viaggi alternativi sul nostro portale dedicato ai lettori di Vivere Sostenibile.

Mongolia – Tra terra e cielo

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Quando pensi alla Mongolia la prima cosa che ti viene in mente è Gengis Khan ed i racconti delle sue conquiste. E poi il deserto del Gobi e le sue dune. La Mongolia è molto di più: è un paese di polvere, suoni, silenzi immensi, paesaggi infiniti, orizzonti senza fine. La Mongolia si rispecchia negli occhi di un popolo che vive nelle ger (tende tipiche dove i nomadi vivevano e vivono ancora oggi). Senza luce continua, acqua corrente, agi, divisioni di stanze e, tantomeno, senza bagno. Una tenda dove ogni giorno a qualsiasi ora trovi un termos pieno di tè caldo e un po’ di airag (latte fermentato, con un gusto leggermente salato ed alcolico), pronti per gli ospiti. Un piccolo nucleo, un piccolo mondo aperto a chiunque passi. Non importa chi sia, da dove venga, che lingua parli. Basta fermarsi sulla strada (a volte non c’è nemmeno un sentiero e l’autista si muove come seguendo un filo invisibile in mezzo alla steppa). Qualcuno arriverà, in sella al suo cavallo o ad una moto. Perché nella steppa non ci si ferma, se non per bisogno. Si è continuamente in viaggio. E quando esci da Ulan Bator (o UB, come la chiamano loro) vedi solo quello: una lunga e immensa prateria, che è in continuo divenire. Roccia, deserto, dune, monti, pianura. Caldo a 35° ed il giorno dopo guanti e sciarpa. Il cielo e la terra si toccano e si sfiorano … in certi punti sembra quasi di poter toccare le nuvole. E allora non stupisce scoprire che una delle principali divinità è Tengger, il dio cielo. E di notte proprio il cielo è lo spettacolo più bello: immenso, stellato, in cui persino scorgi le sfumature di blu della Via Lattea (ebbene no, non esistono solo sui libri!). Un cielo senza interruzioni di luci artificiali per chilometri, immerso in un silenzio che mai avresti immaginato potesse esistere.

Perù – L’impero Inca rivive ancora

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Il Perù è un paese bellissimo ed autentico, con la sua gente, i suoi mercati e paesaggi incredibili, dove le imponenti rovine dell’antico impero Inca si confondo con la selva Amazzonica. Da un capo all’altro del Perù: Cusco l’antica capitale inca, Machu Picchu la città perduta, la mitica Valle Sacra degli Incas, Puno e lo spettacolare Lago Titicaca, Arequipa e la sua architettura coloniale, Nazca con le sue misteriose linee e per finire un po’ di mare e di natura incontaminata con la riserva naturale di Paracas e le fantastiche isole Ballestas. Per chi ha intenzione di completare il viaggio con una estensione, ci sono le estensioni nella Selva Amazzonica e la possibilità di rilassarsi sulle spiagge del mare tropicale del Nord. Ma il Perù è anche un paese molto povero, in cui convivono ricchezza estrema ed emarginazione profonda, dove l’accesso a sanità ed istruzione è spesso un miraggio per moltissime persone e naturalmente sono i più deboli – come i bambini – i più colpiti da questa situazione. Per chi pensa che il turismo possa dare una mano importante, sia come strumento di conoscenza ed arricchimento culturale reciproco fra i viaggiatori e le popolazioni locali, sia come mezzo di finanziamento di alcune realtà bisognose di aiuto, questo è il modo più concreto per venire in contatto con loro. Viaggiatori, con tante idee e tanto entusiasmo e con la ferma convinzione che il Perù, oltre alla magia del Machu Picchu, sia anche una terra fatta di suoni, colori ma soprattutto di persone… dove la solidarietà ed il turismo possano aiutare a migliorare le cose. Un viaggio per conoscere tutto sul mondo dei Quechua e degli Aymarà, senza dimenticare i progetti di solidarietà che sostengono le situazioni difficili di questa meta.

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San Valentino nella natura

di Equotube

Ci siamo lasciati il mese scorso con la tradizione del gusto piemontese e ritorniamo – in occasione nel mese più dolce dell’anno – con un’esperienza del Live – Love – Learn. È il caso di Oropa Natura (presente nel pacchetto ViaggiAttivo e BenEssere) che vi aspetta nel Giardino Botanico di Oropa, piccolo feudo nel Regno delle piante. Immerso nel verde delle montagne e dei parchi naturali, è meta romantica per un turismo di qualità, grazie alla varietà dell’offerta disponibile: attività outdoor e indoor in aree protette che favoriscono la conoscenza approfondita degli aspetti naturalistici, paesaggistici e culturali del territorio.
Tra l’altro, il Biellese è anche tra i pochissimi territori in Italia ad annoverare due siti “Patrimonio dell’Umanità UNESCO”: il Lago di Viverone, parte dei “Siti Palafitticoli Preistorici dell’Arco Alpino” ed il Sacro Monte del Santuario di Oropa (ove si trova l’Oasi WWF Giardino Botanico di Oropa). Che dire, avete solo l’imbarazzo della scelta!

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Live: Vivi la Valle Oropa. Love: Ama l’avventura. Learn: Conosci la Natura. Oropa Natura nasce dall’esperienza di Clorofilla, una cooperativa di giovani che ha voluto valorizzare la terra in cui vive ed in particolare il Giardino Botanico di Oropa. Se vi capita di vedere il giglio martagone e l’arnica montana in compagnia della rosa rugosa della Cina e della primula himalayana, probabilmente siete nel Giardino Botanico di Oropa. Che non è la Torre di Babele dei vegetali, ma piuttosto un piccolo “feudo” del Regno delle Piante dove sono raccolti rappresentanti di oltre 500 specie diffuse sul nostro pianeta. Tante le attività che si possono svolgere all’interno di questa meravigliosa oasi. Non solo osservazione della ricca varietà botanica, ma anche avventura: infatti, all’interno sono stati allestiti percorsi acrobatici nei boschi! I percorsi sono costituiti da una successione di piattaforme installate a varie altezze e, attraverso una serie di passaggi avventurosi e giochi sospesi, si passa da un albero all’altro. Equilibrio, spirito d’avventura, voglia di mettersi in gioco, coordinazione e forza, sono gli elementi indispensabili per vincere la sfida: sui percorsi si cammina tra le fronde, si attraversano ponti tibetani, si scivola con le carrucole fino a terra per vivere un’esperienza unica e irripetibile dove nulla è artificiale: solo voi e la natura. Insomma, due cuori e un parco da esplorare, insieme!

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Cibo: si spreca sempre troppo – part 1

di Fabio Balocco

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Sugli sprechi alimentari i numeri ed i rapporti si sprecano a loro volta. E fanno rabbrividire.
L’autorevole rapporto Waste Watcher 2015 – presentato in occasione della terza Giornata nazionale di prevenzione dello spreco – rivela che in Italia finiscono nella pattumiera ogni anno generi alimentari per un valore di 8,4 miliardi di euro, cioè 6,7 euro settimanali a famiglia. Lo spreco alimentare, a livello mondiale, costa ogni anno 1.000 miliardi di dollari che salgono a 2.600 miliardi se si considerano i costi nascosti legati all’acqua e all’impatto ambientale. Secondo la FAO, invece, la quantità di cibo che nel modo finisce nella spazzatura supera il 35% della produzione totale, per un costo economico stimato in circa tre milioni di dollari ogni anno.
In realtà di sprechi se ne possono individuare ben cinque tipi. Il primo spreco comincia già dai campi, ed è costituito dalle eccedenze alimentari, con i frutti della terra che neanche vengono raccolti. Il secondo avviene in sede di trasformazione dei prodotti primari.
Il terzo avviene in sede di distribuzione, il quarto in sede di ristorazione (ristorazione in senso stretto e ristorazione collettiva), e l’ultimo nelle nostre case, quello che finisce in pattumiera.
Quanto incidano i singoli sprechi sullo spreco totale si evince dalla tabella allegata frutto di un recente studio del Politecnico di Milano. Percentualmente, vediamo che quello che incide di più è lo spreco domestico, seguito da quello primario, a sua volta seguito da quello della distribuzione, seguito da quello della ristorazione, con infine la trasformazione.
Quindi, lo spreco dipende in buona parte da noi, dalle nostre cattive abitudini alimentari, che evidentemente ci portano ad acquistare il superfluo, a fare scadere il già acquistato, a gettare ciò che è scaduto anche se ancora edibile, al cucinare in eccesso, al conservare male, e quant’altro.
Alla faccia della fame nel mondo, ed anche alla faccia della povertà dilagante nello specifico nel nostro paese. Evidentemente, la cosa non ci tocca più che tanto.
Forse aveva ragione mia nonna quando affermava: “per voi (intesi come voi giovani n.d.r.) ci vorrebbe un po’ di guerra”.
Proseguimento nel prossimo numero di Vivere Sostenibile Alto Piemonte!

VAI ALLA SECONDA PARTE

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Pimeonte edizione Febbraio 2017, sezione Scelte Ecosostenibili

Sognate gente, sognate! PER NON FARSI FRENARE DALLE CATTIVE NOTIZIE

di Rossana Vanetta

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Inizio a scrivere le prime righe di questo editoriale nella data di oggi, 16 gennaio, giornata definita “Blue Monday”, il giorno più triste dell’anno. Ma chi l’ha definito così? Secondo le prime informazioni che si incontrano in rete, un’equipe di matematici e psicologi, sulla base di un incrocio di varianti, come il rientro dopo le vacanze ed il tempo invernale di cui iniziamo ad essere stufi, concorda sul fatto che il terzo lunedì di gennaio sia il giorno in cui il nostro umore è ai livelli più bassi di tutto l’anno. Questa storia non mi convince, anzi non mi piace proprio! Vado più a fondo e scopro che, guarda un po’ che caso, lo studio è stato sovvenzionato da un’agenzia di viaggi che, diffondendo la convinzione di sentirsi di malumore, avrebbe aumentato le vendite delle proprie proposte di viaggi, visti come un’evasione salvifica dal mondo grigio, o meglio “blue”, in cui viviamo.
Oltre a questo caso più eclatante, quotidianamente siamo bersagliati da tentativi di condizionare il nostro umore e le nostre scelte di vita. Troppo spesso ho sentito dire che “c’è crisi”, “le cose vanno sempre peggio”, “non è il momento di rischiare”, “meglio tenersi stretto ogni lavoro”. Anche se il lavoro è sottopagato, alienante e ci ruba la maggior parte delle ore della nostra vita. La causa di questa dilagante negatività? Potrebbe essere di ordine economico, come per il caso del “Blue Monday”. Una persona che lavora 40 ore a settimana e che plausibilmente non è soddisfatta della propria vita, presenta un’inclinazione maggiore verso lo shopping compulsivo. In soldoni: si lavora per guadagnare denaro, ma non si ha tempo per goderselo e ci si consola acquistando oggetti di cui non sentiremmo affatto la necessità se fossimo realmente felici. Ed inoltre una persona che lavora 40 ore a settimana non ha forse tempo per chiedersi come si sente o di decidere di mettere in discussione la società su cui si fonda l’attuale economia, trovando delle soluzioni più sostenibili e a misura d’uomo.
Bene, constatato il problema come troviamo una soluzione? Personalmente credo che l’antidoto sia smettere di lasciarsi condizionare da queste preoccupazioni, smettere di dar credito all’infinita catena di brutte notizie. Non accendo la televisione da quasi tre anni, forse sembrerò un’aliena, ma vi assicuro che sto molto meglio così. C’è la crisi? Ebbene, viviamola come un’opportunità di cambiamento, inventiamo nuovi lavori che rispettino la nostra persona, che riflettano chi siamo. Rischiamo, sogniamo, abbandoniamo le nostre zone di comfort. E come mantenere l’entusiasmo quando, com’è naturale, qualcuno ci dirà che siamo degli ingenui, dei folli? Vi suggerisco di rivolgere lo sguardo verso le belle notizie, i segnali di cambiamento. Vi siete accorti che il nostro giornale ha più di 180 punti distribuzione sul nostro territorio? Vuol dire che più di 180 persone hanno creduto nei loro progetti e ce l’hanno fatta!
E lo sapete che Biella è la sede di una  “Transition Town”, ovvero una comunità che promuove uno stile di vita sostenibile? Che nel 2016 Verbania è seconda nella classifica delle città più sostenibili d’Italia di Legambiente (e prima nel 2015)? Che nel nostro territorio abbiamo ben tre asili nel bosco (ad Arona, Domodossola e Veglio) dove i bambini imparano dalla natura? E che in tutto l’Alto Piemonte sta crescendo Piemex, moneta complementare che valorizza l’economia locale?
Ci sarebbero tante altre storie da raccontare ma penso che possano bastare per dare un’idea di ciò che possiamo fare concretamente.
E perciò, in questo “Blue Monday”, che blue non è per nulla, passeggio tra le nostre risaie a riposo, in una giornata così nitida che la corona di montagne innevate sembra ispirarci ancora più da vicino, indicandoci la strada, la direzione: puntare sempre in alto. Mi perdo in un tramonto mozzafiato che tinge di viola e di rosa le nuvole e l’aria che respiro, e la brezza quasi primaverile mi porta alla mente una frase che lessi anni fa, scritta di un ragazzo, Devis Bonanni, che seguendo il suo istinto e la sua felicità ebbe il coraggio di cambiare vita creando, in Friuli, il progetto ecologico Pecoranera*: “Gli ingenui non valutarono che l’impresa era impossibile, così la realizzarono”.

*Per approfondire vi consiglio la lettura dell’omonimo libro: Pecoranera, Devis Bonanni, Marsilio Editore

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Pimeonte edizione Febbraio 2017, editoriale

Disegno di Giulia Marone

Ripartiamo con Febbraio 2017!

Dopo un doveroso riposo, ricomiciamo a parlarvi delle notizie positive dell’Alto Piemonte, aprendo con il bell’editoriale di Rossana Vanetta, che esprime quello che noi della redazione di Vivere Sostenibile vogliamo fare con la nostra rivista: far vedere quanto di positivo c’è vicino a noi. E con questo pensiamo anche alla vostra attività: Vivere Sostenibile Alto Piemonte è infatti il miglior modo per raggiungere il pubblico sensibile ai temi eco-bio delle nostre province!

A San Valentino invece pensate a un regalo sostenibile per entrambi: i viaggi di Equotube sono super scontati per i nostri lettori!

In redazione tante novità sono già partite, come la nuova pagina instagram e twitter, che ci permetterà di condividere ancora più info e notizie con voi, mentre altre partiranno nei prossimi mesi. Quindi, non ci resta che augurarvi buona lettura e che quest’anno porti a realizzazione tanti sogni!

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E il prossimo mese saremo a Fa’ la Cosa Giusta a Milano!

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