Un balcone sul Mottarone, la montagna dei milanesi. Monte Falò (Coiromonte – NO -)

di Mauro Carlesso – scrittore e camminatore vegano

Percorrere a piedi le montagne d’inverno ha sempre un fascino particolare. E non devono per forza essere quelle imponenti, di alta quota. Quelle che si possono percorrere d’inverno, per assaporare quel gusto speciale che d’estate si dissolve, possono essere anche quelle facili, docili, appena fuori di casa e che alle volte a torto, snobbiamo. Rientra tra queste il Monte Falò, montagna dal nome austero ed evocativo che sulle guide resta impietosamente declassato ad “altura”. Ma camminare sulla sua cresta invernale comoda e facile ci conduce la mente ed il cuore alle grandi montagne ed ai grandi orizzonti ai quali, sempre, si finisce per affezionarsi.

mappa 3 gobbi

La scheda
Località di partenza: Coiromonte (mt.820) –NO-
Località di arrivo: Coiromonte (mt.820) –NO-
Cime sul percorso: Monte Falò (mt. 1.080)
Dislivello: mt. 260 circa
Tempo di percorrenza: ore 2 (soste escluse)
Difficoltà: T
Periodo: Sempre (sconsigliata d’estate per la bassa quota)

monte falo orizzonte

L’itinerario
Dall’A26 uscire a Carpugnino, seguire per Gignese e proseguire per Armeno/Orta fino a Sovazza, dove si svolta a destra per Coiromonte. Poco prima del centro dell’abitato si prende una ripida salita a destra che dopo poche centinaia di metri scollina verso Armeno. A questo punto, di fronte ad un agriturismo, si lascia la macchina e si prende la sterrata a destra (indicazioni). Si continua a salire tenendo la destra ai bivi. Si cammina piacevolmente su sterrate tra luminosi boschi di betulle. Si raggiunge un cartello con l’indicazione “3 montagnette sasso”. Sempre in salita su larga pista sterrata si sbuca sul larghissimo crinale erboso, dove appare il panettone del Monte Falò di fronte e noi. Da qui si può salire direttamente alla vetta per prati in pochi minuti. Oppure continuare sulla sterrata fino a raggiungere la dorsale ovest del monte risalendo la quale con piacevole camminata di cresta si toccano una dopo l’altra le tre elevazioni (3 montagnette) che costituiscono la cima. Da qui il panorama a 360° è mozzafiato, col Mottarone che appare vicinissimo ed il Monte Rosa imponente dietro di noi. La via di discesa può ripercorrere liberamente una o l’altra via percorsa in salita.

cresta 3 gobbi

La nota storica
Camminare in questo territorio significa essere al cospetto del Mottarone (1.492 mt.), montagna complessa e discussa per gli accessi stradali, per le costruzioni affastellate sulla vetta (seconde case, alberghi, stazioni radio e meteo, impianti di sci e ottovolanti). Per i puristi della montagna non c’è scampo: vetta da evitare! Ma il Mottarone ha una storia nel turismo assai nobile. Da fine ottocento a metà del novecento, propugnata con fervore dall’avvocato valsesiano Orazio Spanna, era la montagna della Belle Epoque milanese e non solo. Quello del Mottarone era, allora, un turismo d’élite. Gli aristocratici di Milano facevano della vetta del Mottarone la loro montagna dalla quale poter ammirare la loro Milano e, nelle giornate terse, il brillio della Madunina…
La presenza sulla vetta del Grand Hotel Mottarone risultava un’attrattiva non da poco per gli intrepidi turisti che potevano raggiungerlo però faticosamente salendo a piedi da Stresa, con l’aiuto di carri trainati dai buoi dei contadini per il trasporto di bauli e valigie. Dal 1911 la salita divenne più agevole e decisamente più aristocratica con l’inaugurazione di un glorioso trenino a cremagliera a trazione elettrica (il primo impianto del genere in Italia) rimasto in funzione fino al 1963, quando entrò in servizio l’attuale funivia che, con partenza direttamente dal Lago Maggiore, raggiunge la vetta in soli 20 minuti.

Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: radicchio con champignon raw (in olio e limone)

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Dicembre+Gennaio 2017/2018, sezione Turismo Sostenibile

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Boschi in fiamme

di Giancarlo Fantini

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“Ha fatto più pulizia il fuoco in 3 giorni che noi in 30 anni”: così dichiarava una guardia del Parco del Campo dei Fiori di Varese, intervistato dal TGR Lombardia nei giorni dei grandi incendi in questa parte dell’Italia nordoccidentale.
“Guarda che continuano a fare… pulizia nel tuo bosco”: mi diceva in diretta telefonica un amico ascoltatore, comunicandomi nel corso del mio programma su BluRadio l’ennesimo furto di legna.
Uno degli ultimi regali che ho ricevuto è un libro, “Norwegian Wood”, il cui autore, Lars Mytting, può vantare 200.000 copie vendute nella sola Scandinavia ad un anno dalla prima uscita.
Tre notizie recenti, tre fatti accaduti in rapida successione tra loro, sicuramente non per caso. È da anni che so che nulla succede per caso, ma in questa occasione posso davvero dire di essere stato ispirato nello scrivere il mio contributo mensile a questa rivista.

Cos’hanno in comune i tre eventi sopracitati?
Un problema, il fuoco che brucia i boschi (abbandonati), che può essere visto oltre che in termini negativi, anche come una scintilla di stimolo alla conoscenza ed utilizzo di una risorsa. Ovviamente non metto in discussione la tragedia ecologica che si è consumata in questo autunno: a parte l’aumento delle famose “polveri sottili”, il danno a numerose specie animali è stato incalcolabile; come incalcolabile è (e sarà) la quantità di ossigeno che gli alberi bruciati non saranno in grado di regalarci per i prossimi 30 anni…
Ma la Storia di questo pianeta è piena di incendi colossali, prima ancora della comparsa dell’uomo: paradossalmente il loro manifestarsi (sempre per accidenti naturali) ha contribuito all’evoluzione della Flora, incrementando da un lato la selezione, fertilizzando in maniera rilevante, grazie alle ceneri, i sopravvissuti.
So che a questo punto il lettore malizioso penserà di avere a che fare con un piromane, ma la realtà è ben diversa: ho imparato (e insegno) come spesso in un problema ci sia la soluzione del problema stesso!
La lettura del prezioso libro citato prima, mi ha dato ulteriori strumenti di conoscenza e li diffonderò prossimamente: qui mi limito a sottolineare come il legno sia davvero l’unico combustibile ecologico, purché si utilizzino stufe e camini ad alta efficienza. Dai camini potrà così uscire, insieme ad un po’ di vapore acqueo, la stessa quantità di anidride carbonica accumulata dall’albero che bruciamo in tutta la sua vita!
Invece il fatto che siano in continuo aumento, soprattutto nelle zone collinari prealpine, furti di legna da ardere, ma anche di interi boschi in piedi, è un sicuro segnale che la domanda di questo combustibile sia in costante aumento. E non aggiungo altro… Che fare perciò?

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“Sarà calore” – olio e segatura – 80 x 100 – 2012
di Giancarlo Fantini

Copiare ciò che da tempo si fa nei paesi normali, semplicemente:
realizzare il censimento dello stato dei nostri boschi, la cui superficie in Piemonte è già ben oltre la loro possibilità di gestione ed aumenterà progressivamente con l’ulteriore abbandono dei coltivi;
• favorire le attività di aziende private (o la nascita di associazioni e cooperative) che si occupino della “pulizia” delle aree boscate (anche) al solo scopo di ricavarne materia prima combustibile, da utilizzare in centrali a “biomasse”, riducendo così il rischio del propagarsi del fuoco;
• agevolare la diffusione di stufe e camini, ma anche di caldaie condominiali ad alta efficienza che utilizzino il legno come combustibile.
Il tutto partendo anche dalla semplice constatazione che, dalle risaie in su, la distanza tra la “miniera verde” ed i luoghi di potenziale utilizzo del combustibile sono tali da derivarne bassi costi di trasporto.
Nel frattempo mi accontenterei di vedere pochi “alberi di Natale” tagliati prima di raggiungere almeno la maturità, al solo scopo di stare per un paio di settimane a far bella mostra di sé.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Dicembre+Gennaio 2017/2018, sezione Scelte Ecosostenibile

LOST ENCORE – La voce dei luoghi abbandonati

di Mirko Zullo

Ben tornati all’appuntamento con la riscoperta dei luoghi abbandonati e dimenticati del nostro Paese. Il progetto LOST ENCORE è nato alla fine del 2015 e si è dato proprio questa missione: riscoprire le dimore abbandonate più importanti del nord Italia.

10 Madonna delle Vigne

In questo quarto appuntamento, il viaggio del team di LOST ENCORE continua in provincia di Vercelli, per occuparsi del cosiddetto “Triangolo del Diavolo”: una misteriosa miscela di aneddoti, fatti storici e leggende che coinvolge tre località del vercellese, note sin dalle loro origini per fatti misteriosi ed inquietanti, ovvero il cimitero abbandonato di Darola, l’adiacente Principato di Lucedio e il vicino Santuario della Madonna delle Vigne. Tappa conclusiva della spedizione sarà poi Leri Cavour, affascinante borgo del tutto depredato e dimenticato.
È tra la Cascina Darola, voluta dai frati cistercensi attorno al 1400, ed il Principato di Lucedio che sorge, silenzioso e misterioso, il cimitero abbandonato di Darola. La leggenda narra che era proprio in questo cimitero che il Diavolo era solito praticare canti satanici e sabba, danzando con le streghe. Uno dei fatti più inquietanti documentati risale al 1684, quando giovani donne e suore di Lucedio, pare presero parte a dei sabba proprio all’interno del piccolo cimitero. Sempre in provincia di Vercelli, si trova anche un altro cimitero abbandonato, in località Colombara, nel comune di Livorno Ferraris.

12 Madonna delle Vigne

Non meno saturo di leggende e zone d’ombra è il Principato di Lucedio, fondato dai monaci cistercensi nel 1123, pare su di un portale infernale, seppur non esplorato dal team, poiché già zona recuperata ed adibita a visite turistiche su prenotazione. Passaggi segreti, cripte con abati mummificati e disposti in cerchio attorno ad un sigillo demoniaco e la cosiddetta “colonna piangente”, sono solo alcuni dei misteri che arricchiscono queste zone. Non ultimo, lo spartito del diavolo. Una musica, uno strumento di difesa dal demonio, ancora inciso sulle mura della vicina chiesa sconsacrata della Madonna delle Vigne, a testimonianza di un periodo di oscurità e possessione durato 100 anni… Il Santuario sconsacrato della Madonna delle Vigne è stato costruito nella prima metà del XXVII secolo ed è stato meta, in passato, di sette sataniche da tutta europa. La chiesa, così come l’Abbazia di Santa Maria di Lucedio, è costruita su pianta a “croce capovolta”, ed è proprio al suo interno che si trova, appunto, il famoso spartito del diavolo. Infatti, oltre ad un esorcismo compiuto in gran segreto, a maggior riprova dell’imprigionamento del demonio, venne composta una musica, un brano che, secondo i racconti popolari, avrebbe potenzialità magiche ed esoteriche. Forse non a caso, decriptando le note presenti sullo spartito e sostituendo ad esso delle lettere, compaiono tre parole precise: Dio, Fede ed Abbazia. Non ultimo, i tre accordi iniziali sono canonici accordi di chiusura di un’esecuzione. Insomma, se lo spartito suonato in un senso imprigiona il demonio, suonato al contrario… Ma gli stupri della nostra memoria non conoscono vergogne.

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Spostiamoci dunque, in chiusura di esplorazione, a Leri Cavour, poco distante da Lucedio. Un piccolo paese dove si trova la residenza campana del Conte Camillo Benso di Cavour, oggi spesso utilizzata come fortino finale da conquistare nelle battaglie di soft-air. Una volta, tra queste mura, c’era anche una statua a lui dedicata. La testa della statua del Conte è stata decapitata e mai più ritrovata. Lo stato attuale di degrado di Leri Cavour ha origine negli anni ‘80 del secolo scorso, quando l’Enel decide di costruire la seconda centrale nucleare a ridosso di Trino Vercellese. Per circa quindici anni la società instaurerà nel borgo gli uffici logistici e amministrativi necessari. Ma nel 1987 arriverà il Referendum che bloccherà del tutto il progetto. Alla fine degli anni ‘90 finalmente Enel svuota gli uffici nel borgo e sarà da questo momento che l’intero paese, ancora di proprietà di Enel, inizierà ad essere saccheggiato e vandalizzato senza alcun rispetto storico e civile. Leri Cavour sarà poi venduto all’Amministrazione per la simbolica cifra di circa 1.000 euro. Nel 2011, in occasione dei 150 dell’Unità d’Italia, alcuni finanziamenti hanno agevolato diverse opere di recupero e di parziale messa in sicurezza della dimora cavouriana, ma ciò non è bastato per salvare questo piccolo splendido tesoro del nostro bel Paese. Piccolo borgo, tra l’altro nemmeno inserito nei “Percorsi cavouriani”. Un luogo simbolo dell’unità d’Italia, un luogo dove la storia si è fatta per davvero e che oggi rispecchia il mal rispetto che i cittadini hanno verso il proprio passato, verso le proprie origini. Responsabilità anche e soprattutto dello Stato, che avrebbe dovuto fermare per tempo un insulto così grande.
Come sempre, potete seguire ed avere tutte le informazioni su LOST ENCORE tramite la pagina Facebook ufficiale, oppure riguardando tutte le losteggiate della prima stagione sul canale LOST ENCORE di YouTube. Per altre informazioni, domande o segnalazioni, potete invece scrivere alla casella mail: lostproductiontv@gmail.com.

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Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Dicembre 2017+Gennaio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

San Domenico di Varzo – Alpe Devero: il collegamento sciistico risorge dalle ceneri

di Fabio Balocco

Manufatti e Crevandone

Erano gli inizi degli anni settanta dello scorso secolo: un’epoca di vacche grasse per lo sci (allora si parlò persino di “piccola glaciazione”) e si era convinti che la “valorizzazione” della montagna transitasse dai comprensori sciistici, che più grandi erano e meglio era. Nella vicina Francia videro la luce i domaines skiables, stazioni sciistiche create dal nulla, o meglio, dalla natura incontaminata (si fa presto a dire “nulla”) in varie zone delle Alpi Occidentali. Fu allora che nacque in Piemonte anche il VE.DE.FOR. cioè il progetto di un comprensorio sciistico del tutto nuovo che prevedeva il collegamento tra Alpe Veglia, Alpe Devero, Val Formazza, nel nord della regione, in Val d’Ossola. 113 chilometri di piste e persino impianti per lo sci estivo, dove vi erano solo pascoli e natura incontaminata, a parte alcuni impianti idroelettrici. Forse per la complessità ed il gigantismo dell’operazione il progetto però non fu mai attuato nella sua interezza e venne realizzata solo una stazione sciistica in località San Domenico, in comune di Varzo.

Il Lago e la corona rocciosa dell'Est

Ora, in un’epoca in cui lo sci si salva solo grazie alla “neve programmata”, finché questa durerà (occorrono temperature costanti sotto lo zero per fabbricarla…) e dopo una delle ennesime stagioni torride e siccitose, viene riproposto un collegamento sciistico in zona e precisamente un collegamento fra la predetta stazione di San Domenico e l’Alpe Devero. Peccato che nel frattempo l’Alpe Veglia e l’Alpe Devero siano diventate aree protette della Regione, e che proprio grazie alla tutela si sia sviluppato un turismo dolce sia estivo sia invernale, fatto di ciaspolate, sci di fondo, scialpinismo, escursioni.
Grazie a questo, saputo dell’araba fenice del progetto, tre albergatori del Devero hanno scritto una bella lettera alla Regione Piemonte ed a Mountain Wilderness (che si è mossa per denunciare la follia, con Pro Natura a ruota) e Legambiente, in cui, premesso che la loro zona si è sviluppata proprio grazie a questo turismo compatibile con il territorio, concludono: “Crediamo che la realizzazione di questo collegamento comprometterà inesorabilmente la bellezza di queste montagne e il modello di sviluppo perseguito in questi anni, rendendo l’Alpe Devero una località turistica alpina uguale a tante altre.”
Peccato che il collegamento dovrebbe transitare in una zona che è posta all’interno della Rete Natura 2000 della regione e nei siti della Natura 2000 sia vietato “realizzare nuovi impianti di risalita a fune e nuove piste da sci, fatti salvi gli interventi di adeguamento strutturale e tecnologico necessari per la messa a norma degli impianti esistenti e di razionalizzazione di comprensori sciistici che determinino la sostituzione e/o la riduzione numerica degli impianti esistenti e modesti ampliamenti del demanio sciabile che non comportino un aumento dell’impatto sul sito.”
Peccato che il Piano Paesaggistico della Regione, recentemente approvato, preveda la tutela dei crinali (e il progetto dovrebbe appunto attraversare un crinale, quello del Monte Cazzola).
Insomma, il progetto, oltre che antistorico, oltre che una follia dal punto di vista meramente economico del Devero, non è fattibile alla luce dell’attuale normativa. Riesce difficile pensare che i politici si possano inventare qualcosa perché vada a compimento, anche se dietro pare esserci la potenza di fuoco di una finanziaria svizzera ed anche se il sindaco di Baceno (area PD come la Regione), comune sotto il quale ricade il Devero, pare favorevole. Stiamo alla finestra.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Dicembre 2017+Gennaio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

Sul Poncione di Ganna, il “Piccolo Cervino” (Ganna -VA-)

di Mauro Carlesso

Lasciata alle spalle la “città giardino”, la strada si inoltra sinuosa e silenziosa lungo la valle. Acqua pura, grotte, piccoli borghi, verdeggianti declivi stimolano a fermare l’auto, ad osservare, a scoprire una natura lussureggiante alle spalle di una città capoluogo ma, con una definizione ormai desueta, ancora “a misura d’uomo”. La frenesia delle nostre vite ci induce a non perdere di vista i nostri obiettivi di lavoro, a concentrarci totalmente sui nostri problemi, sulle nostre cose, la nostra famiglia… tutto giusto, s’intende. Ma percorrendo questa strada, appena fuori città, tra acque pure, cascate, borghi, antiche badie e boschi rigogliosi non si resta indifferenti. Allora la calma ci pervade ed un atavico istinto ci spinge ad osservare, ad alzare lo sguardo. E allora, in un certo tratto di quella strada scorgiamo una guglia rocciosa affascinante ed ammaliatrice. Ed è obbligatorio, per staccare dalla frenetica attività quotidiana, andarla a visitare. Quella guglia è il Poncione di Ganna.

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La scheda
Località di partenza: Passo del Tedesco (mt.700 circa) –VA-
Località di arrivo: Poncione di Ganna (mt.993) –VA-
Cime sul percorso: Poncione di Ganna (mt.993)
Dislivello: mt. 300 circa (numerosi saliscendi)
Tempo di percorrenza: ore 2 (soste escluse)
Difficoltà: E
Periodo: Sempre (con neve richiede qualche attenzione)

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L’itinerario
Dall’autostrada dei Laghi in direzione Varese si esce a Gazzada da cui, con la comoda Tangenziale si evita il centro di Varese. Superato il Centro Commerciale e seguendo le indicazioni per Luino e Ponte Tresa si entra in Valganna. Nei pressi della fabbrica della birra si può già godere di una spettacolare vista della nostra vetta. Si continua sino a Ganna, che si attraversa e poco dopo si sale a destra verso l’Alpe Tedesco raggiungendo l’omonimo passo dopo circa 5 km di tornanti. Qui si lascia l’auto nei rari spazi che si trovano a margine della strada.
Dal Passo si sale il dosso boscoso sulla destra, arrivando in breve ad un discutibile roccolo di caccia che si contorna a destra. Al culmine della salita si scende fino ad incrociare la mulattiera proveniente dall´Alpe Tedesco sita a poche centinaia di metri più avanti del Passo. Si cammina quindi in salita lungo questa mulattiera per qualche centinaio di metri fin quando spiana. A questo punto ci si tiene a destra (cartello) percorrendo un sentiero che conduce sotto le propaggini della cresta NW. Con una lunga diagonale in falsopiano a sinistra, si percorre tutto il versante NE fino a quando, ad una svolta, inizia la cresta SE (dove è presente una rudimentale panchina). Da qui inizia una salita, seppur facile, decisamente più ripida che nell´ultimo tratto, ormai in vista della grande croce, presenta alcuni gradini rocciosi che conducono alla superba vetta dallo sconfinato panorama sulla Valganna, con i Laghi di Ganna e Ghirla, sul Campo dei Fiori e i Laghi del Varesotto, sul Monte Martica, e la vicina Valceresio, con il Lago di Lugano, sul Monte Minisfreddo, sul Monte Orsa e San Giorgio e, più in lontananza il Monte Generoso, il Monte Rosa, le Alpi Lepontine e le Alpi Retiche.
La discesa avviene lungo il percorso di salita. Se si vuole prolungare l’escursione si può però percorrere la cresta che unisce il Poncione al dirimpettaio Monte Minisfreddo. Si cammina su buon sentiero fino a quando la cresta si abbassa più ripida. A questo punto, giunti ad un breve pianoro, si stacca sulla sinistra un sentierino che raccordandosi più sotto con quello proveniente dal Minisfreddo, torna alla panchina alla base della cresta SE, da dove siamo transitati all’andata. Da qui si raggiunge di nuovo la depressione dalla quale si risale al roccolo e si scende al passo dove abbiamo lasciato l’auto.

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La nota storica
Cosa c’è di più sostenibile del viaggiare in bicicletta? Pedalare, faticare, immergersi nella natura con una “macchina” che non lascia nulla dietro di sé, nell’aria e che non fa rumore e non rilascia odori. E cosa c’entra la bicicletta col Poncione di Ganna? Apparentemente niente. Eppure… In questi luoghi, quelli sotto il Poncione per intenderci, era nato un tale Luigi Ganna che nulla ha a che vedere col nome della montagna, ma che ben figura nell’orizzonte della sostenibilità oggi tanto agognata. Ebbene Luigi Ganna è stato uno che con la bicicletta ci sapeva fare. Ne faceva di chilometri: per andare a lavorare, dalla sua Induno Olona fino a Milano dove faceva il “magutt”, ne percorreva ben 110 ogni giorno! Ganna era una forza della natura, senza neppure saperlo manifestava una “resilienza” per noi inimmaginabile. E forse proprio quella istintiva “resilienza”, lo portò a vincere il primo Giro d’Italia (1909). Non era solo uno che andava in bicicletta, non era solo un muratore, non era solo uno dei nove figli di una famiglia di contadini. Ganna è stato l’inconsapevole avanguardia di quel movimento che adesso facciamo nostro, per difendere la natura aggredita dalla violenza delle macchine, delle quali lui, il “magutt” Ganna, sapeva fare a meno. E per dare colore a questo ecologista ante litteram non si può non citare la sua divertente, ma significativa espressione della sua personalità, umile e concreta (un binomio che spesso noi perdiamo per strada). Ad un cronista, che lo sollecitava ad esprimere un commento a caldo, chiedendogli quale fosse la sua impressione più viva dopo la vittoria, Ganna rispose: “L’impressione più viva l’è che me brüsa tant ‘l cü!”

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Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: torta salata con tofu, radicchio e patate

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Vivere Sostenibile Varese

Auto elettriche ed ibride, Varese ottava città d’Italia

di Enrico Marone

Di certi risultati positivi se ne parla poco, ma soprattutto in questo periodo di grave situazione per l’inquinamento atmosferico e quindi per la salute dei cittadini, vivere in una zona dove qualcosa si muove in senso positivo fa sempre piacere. Da uno studio di Osserva, osservatorio dell’economia varesina della Camera di Commercio di Varese, risulta che la provincia di Varese è ottava nella classifica nazionale per numero di auto ibride-elettriche (3.447) su un totale di auto circolanti di 577.754, cioè una valore dello 0,60%. Un valore che sembra basso, ma che nell’attuale situazione è appunto uno dei più alti nel nostro paese. In cima a questa speciale classifica ci sono le province di Roma con 16.724 auto elettriche e ibride (0,62% sul totale delle auto in circolazione nella provincia), Milano 2° con 16.690 auto (0,94%), Trento 3° ne conta 6.220 (1,25%), Bologna 4° con 5.922 (0,99%), Firenze 5° con 4.253 (0,6%), Torino 6° con 4.247 (0,29%), Bergamo 7°con 3.519 (0,53%) e, appunto, Varese 8° con 3.447.

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Giova comunque ricordare che il numero di auto ibride-elettriche è in ascesa. Tra il 2015 e il 2016 nell’arco di dodici mesi la quantità di vetture elettriche o ibride in circolazione è passata da 2500 a quasi 3500, un incremento del 40%. Dal 2013 il numero di auto elettriche e ibride è più che raddoppiato, passando da 1.251 a 3.477 del 2016, ovvero il 9,18% delle ibride ed elettriche circolanti su base regionale. Un trend positivo confermato anche a livello regionale, da 15.115 a 37.536 autoveicoli, e nazionale, con un incremento del numero di autovetture ibride ed elettriche che sale da 45.404 nel 2013 a 89.932 nel 2015 a 126.508 nel 2016. Naturalmente una diminuzione dei costi o della tassazione su questi veicoli e un aumento di prezzi e tassazione su quelli inquinanti, favorirebbe moltissimo il rinnovo del parco auto circolante. Senza dover per forza arrivare sempre alle emergenze da gestire.
Qui si può scaricare la tabella

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Vivere Sostenibile Varese

I Funghi, i guardiani del bosco

di Matt Perrod, escursionista e conoscitore di boschi

Immaginate le belle giornate autunnali, con la natura che si prepara ad andare a dormire nel freddo inverno e che lentamente indossa un pigiama di foglie tutto colorato. Questa stagione ci offre molti frutti deliziosi, come castagne, noci, ma soprattutto funghi. Tecnicamente non sono né piante né animali, ma se non ci fossero non esisterebbero nemmeno i boschi che tanto amiamo.

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I funghi, rilasciando miliardi di spore, contribuiscono a far respirare il bosco e a creare l’humus necessario alla crescita delle piante, decomponendo il legno e le foglie. Si nascondono prevalentemente nei boschi, sia in pianura che in montagna; alcune specie solitamente nello strato superficiale della lettiera (fogliame, muschio e piccoli rami), altre invece crescono sul tronco degli alberi o addirittura in mezzo all’erba alta.
Assomigliano alle piante perchè dotati di una fitta rete di radici e filamenti chiamata micelio: è il corpo vegetativo del fungo e non è altro che un’enorme rete metropolitana dei boschi. È la parte fondamentale di ciascuna specie e col verificarsi di particolari condizioni atmosferiche (umidità, incremento o decremento di temperatura e assenza di vento), dà origine al carpoforo, il “fungo” come lo conosciamo e che siamo abituati a raccogliere.

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Per trovarli non basta una breve passeggiata, alle volte una “fungata” può durare anche molte ore, con il rischio di rientrare a casa con il cestino vuoto. Premesso che, un conto è una passeggiata nel bosco e un altro andar per funghi, quest’ultima è un’attività che non deve essere presa sottogamba per almeno due motivi: il rispetto dell’ambiente e la propria sicurezza.
La prima importante regola è il rispetto del bosco, come lo abbiamo trovato lo dobbiamo lasciare e non bisogna rompere i funghi cattivi o che non conosciamo, per i motivi descritti prima: se lo rispettiamo, il bosco ci ripagherà con i suoi frutti. Il silenzio è la seconda regola: ricordiamoci sempre che non siamo al mercato, ma nell’habitat di molti animali, grossi e piccini, che non saranno molto entusiasti di avere a casa chiassosi ospiti indesiderati. La terza regola è più personale: soprattutto in mezzo ai boschi di montagna, fermatevi a respirare e dimenticatevi dei problemi, chiudete gli occhi e sentite l’energia di Madre Terra intorno a voi. Una volta fatto questo potete iniziare la vostra ricerca.

Per iniziare bisogna avere un’adeguata attrezzatura, è importante per rispettare la prima regola e per la propria incolumità: in primis scarpe con la suola a carrarmato per evitare di scivolare sul fogliame e le pigne, in pianura invece consigliamo lo stivale di gomma per non inzupparsi le scarpe negli acquitrini. Successivamente vestitevi bene, usate un abbigliamento caldo, comodo ma resistente, possibilmente lungo per evitare graffi, i funghi si possono trovare sul sentiero ma spesso vi capiterà di dover passare in mezzo ad arbusti o a boschi fitti che non vi risparmieranno gambe e braccia (in qualche modo il bosco deve difendersi da voi!). Munitevi di un bastone (potete tranquillamente raccoglierne uno appena arrivati, se non ne siete già in possesso), è un valido supporto nei tratti scoscesi ed è utile per spostare, senza danneggiare, i piccoli cespugli o le piante sotto le quali si possono nascondere i funghi. I cercatori più tecnici non si separano da un gilet multitasca, tipo quelli dei pescatori, unito al pratico marsupio. Insieme, questi due accessori vi permetteranno di avere tutto a portata di mano, senza dovervi ogni volta fermare per frugare nello zaino a cercare il coltello, strumento fondamentale per non rompere il cappello dal gambo nel tentativo erroneo di strapparlo dal terreno, importantissimo per pulire il fungo non appena raccolto e per lasciare nel bosco i resti del micelio. Così facendo, è molto probabile che la prossima volta possiate trovare funghi nuovamente nello stesso punto dove li avete raccolti. Se sarete fortunati e porterete a casa un bottino consistente, custoditelo in cesti di vimini: durante il trasporto i funghi, attraverso i fori del cesto, continueranno a rilasciare spore, che cadendo durante il tragitto nel bosco, potranno germinare e dare origine a nuovi miceli, che a loro volta potranno generare nuovi corpi fruttiferi e quindi nuove spore.
In Italia tra i più ricercati troviamo il porcino, Boletus Edulis, che è tra i funghi più pregiati al mondo. In Francia invece, preferiscono gli ovuli, anch’essi molto pregiati. I porcini hanno un sapore molto delicato e per questo in cucina vengono usati per insaporire le carni o come protagonisti di ottimi risotti. I funghi porcini, così come tutti gli altri funghi, sono facilmente deperibili, quindi è consigliabile consumarli entro pochi giorni dal raccolto, a meno che si voglia conservarli più a lungo. In tal caso possono essere messi in vasetti sott’olio, oppure possono essere fatti essiccare; quest’ultima tecnica viene usata soprattutto se si sospetta la presenza di vermi ed è l’unico modo per eliminarli senza rinunciare ai funghi. Con entrambi i metodi si manterranno intatti il gusto e l’aroma e durante il resto dell’anno non se ne soffrirà troppo la mancanza. Una curiosità, a proposito di altri periodi dell’anno: non tutti i funghi nascono in autunno. Ad esempio, quando il micelio della Morchella, fungo primaverile ottimo per i risotti, registra un aumento di temperatura, ne stimola la fruttificazione.

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I funghi possono essere definiti integratori naturali, infatti contengono molti sali minerali, tra cui fosforo, potassio, magnesio, selenio, etc. sostanze antiossidanti, proteine e numerose vitamine, come quelle del gruppo B. Favoriscono una corretta ossigenazione del sangue e la produzione di globuli rossi, non contengono grassi e hanno poche calorie. Nel complesso quindi si tratta di un alimento interessante dal punto di vista nutrizionale, nonché capace di rendere indimenticabili pranzi e cene. Come per tutte le cose non bisogna abusarne: facendo parte della famiglia delle muffe un consumo eccessivo può renderli indigesti. Bisogna fare anche attenzione quando si raccolgono nei boschi: se non siete pratici, munitevi di un compagno di avventure esperto o di guide cartacee in cui sono spiegate tutte le tipologie di funghi, dal momento che non tutti sono commestibili e alcune varietà potrebbero essere tossiche e velenose. Ricordate che per prudenza conviene farli controllare all’Ispettorato Micologico, presente un po’ in tutte le ASL.

Ma non vi allarmate: anche se non siete in grado di valutare se un fungo sia buono o cattivo, prima dovete trovarlo!

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Alimentazione Consapevole

Cima Capezzone e Cima Lago (Campello Monti – VB – ) La selvaggia valle Strona

di Mauro Carlesso – scrittore e camminatore vegano

Periodo: Estate/Autunno

Raggiungere Campello Monti ha già di per se un fascino particolare. È un luogo di storia, cultura e di confine: oltre si può andare solo a piedi. E oltre ci sono solo montagne dure e faticose usate nei secoli per una sopravvivenza oggigiorno improponibile. La Cima Capezzone è la montagna più alta di questa valle selvaggia e solitaria e salirla consente di tuffarsi in un ambiente che emotivamente lascia incantati.
La salita non presenta difficoltà tecniche ma oltre alla fatica chiede un po’ di attenzione nel canalino che dal Lago sale alla Bocchetta.

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L’itinerario
Da Gravellona Toce si raggiunge Omegna da cui si risale interamente la Valle Strona passando da Forno fino a Campello Monti dove ha termine la strada. Si parcheggia l’auto all’ingresso del grazioso villaggio walser “chiuso” per otto mesi all’anno e che solo in estate si anima di villeggianti e di escursionisti. Ci si avvia verso la settecentesca Parrocchiale di San Giovanni Battista tardo barocca e si risale l’erta scalinata al termine della quale si segue la mulattiera a sinistra (freccia) incontrando poco dopo delle paline con indicazione ‘’Cima Capezzone’’. Da questo punto si inizia la lunga salita transitando dagli alpeggi Alpe Piana di Via (mt.1715) e Alpe Capezzone (mt.1845). Sempre su buon sentiero si raggiunge l’incantevole Lago Capezzone sulle cui rive è posto il bivacco in muratura Abele Traglio (mt. 2106). Da questo luogo si tralascia il sentiero di sinistra che porta alla Bocchetta delle Vacche e si costeggia invece il lago sulla destra fino al suo termine per poi risalire faticosamente verso l’evidente bocchetta posta tra la cresta SW del Capezzone e la cresta NW della Cima Lago. Dalla bocchetta si piega a destra e per cresta un po’ sconnessa si raggiunge la vetta del Capezzone (mt.2421) con vista spettacolare sul Monte Rosa. Dalla cima si rientra alla bocchetta dalla quale si risale il facile fianco erboso che porta in breve sulla Cima Lago (mt. 2401) da cui si ha un’aggettante vista del Lago Capezzone. Si ritorna alla bocchetta dalla quale si scende con cautela ripercorrendo il facile percorso dell’andata fino a Campello.

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La nota storica
Nell’immaginario collettivo le miniere hanno sempre esercitato un fascino oscuro. Le condizioni di lavoro in particolare esercitano un sentimento di povertà e di precarietà per i lavoratori. Ma anche il minerale estratto ha un suo fascino particolare: oro, diamanti, ferro, rame etc. E proprio a Campello Monti per circa un secolo si è esercitata l’estrazione di un materiale inconsueto: il nichel. Dal 1865, anno di inizio dello sfruttamento della vena, fino al 1949, quando cessarono le concessioni Ministeriali, si sono avvicendati svariati proprietari. Dal sig. Arienta, al notaio Ferrari, dal barone Hartogensis, di Berlino all’ing. Dolcetta di Vicenza prima del turno di svariati Enti. Ma tutti questi interpreti di un epoca hanno dovuto arrendersi alle molteplici difficoltà operative: durezza della roccia, verticalità del terreno che non consentiva di lavorare agevolmente, ripidità dei canaloni che solcano le pareti nelle quali erano aperte le miniere che, soggetti a continue valanghe, ne limitavano l’attività. Ed infine la concorrenza delle nuove miniere in Canada e Nuova Caledonia hanno decretato la fine di quel lavoro affascinante ma disumano. Di quel misero periodo si può ancora osservare dal parcheggio basso di Campello fino alla località Ronco un tratto della teleferica che portava il minerale dai cantieri agli impianti di lavorazione e dove esiste ancora un deposito del materiale di scarto.

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La scheda
Località di partenza: Campello Monti (mt.1305) –NO-
Località di arrivo: Campello Monti
Cime sul percorso: Cima Capezzone (mt.2421), Cima Lago (mt. 2401)
Dislivello: mt. 1120 circa
Tempo di percorrenza: ore 4,30 (soste escluse)
Difficoltà: EE

Per un pranzo al sacco Veg
Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: hummus di ceci e carpaccio di barbabietole

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte, edizione Ottobre 2017, sezione Turismo Sostenibile

La montagna, maestra di vita

di Marilena Ramus

Con le giornate caldissime che si sono susseguite durante tutta l’estate, chi ha potuto è fuggito dalla pianura, dalle città per andare al mare, ma soprattutto in montagna, per un giorno, una settimana o più a lungo con la speranza di trovare riposo, ombra e aria fresca. Abbiamo visto lunghe file di macchine risalire le valli.
Tanti si sono fermati a pochi metri dalla macchina, ripetendo gesti e abitudini della vita quotidiana cittadina, prigionieri della stanchezza accumulata, di paure, di idee prestabilite; altri, invece hanno deciso di cogliere l’occasione per scoprire un ambiente nuovo, la bellezza, la potenza, i segreti della montagna che ha tante cose da dare e da insegnare a chi apre gli occhi e il cuore e vive in sintonia con lei.
Appena guardi le piante o le vette, alzi anche gli occhi verso il cielo, sei affascinato e presto decidi di inoltrarti in quel mondo sconosciuto. Già con la prima camminata, impari che è meglio partire presto, col fresco, per scoprire con i primi raggi di sole, la natura che si risveglia, i canti degli uccelli, piante e profumi di fiori che sbocciano. È un’esperienza straordinaria poter osservare la delicatezza e la straordinaria bellezza di una pianta in fiore che ha una potenza di vita tale da poter crescere in condizioni estreme di caldo e di siccità, capace di adattarsi, sviluppando con una vera intelligenza, strategie nuove e umilmente riconosci che le piante quest’estate sono riuscite a farlo meglio di te.

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Se parti col passo del cittadino frettoloso e il respiro corto, scopri ben presto che ti manca il fiato, che il cuore accelera e che ti devi fermare e mentre sei lì, talvolta quasi preoccupato, a chiederti se proseguire o riscendere a valle, ti tornano in mente parole già sentite da bambino: “Attento, in montagna non si corre! Il cammino è lungo, la meta è lontana, ognuno deve trovare il proprio passo, camminare secondo la forza delle proprie gambe. In montagna, non si può procedere senza la misura giusta perché altrimenti, lei ti ferma.
Dopo la sosta, trovi il ritmo giusto e inizi a sentire sotto i piedi, la terra con tutte le sue componenti, terra secca, fango, sassi, roccia, ghiaia, erba, radici e rami secchi, salite, discese, e più consapevole, giri ogni tanto la sguardo verso l’alto e scopri il cielo limpido che sembra scendere tra le chiome degli alberi. È un richiamo! Ecco il segreto: non camminare con la testa tra le nuvole perché la legge della montagna non lo permette, ma essere presente con tutto il tuo essere, tra terra e cielo, in unità perfetta con la Natura. Allora, come per magia, le chiacchiere inutili, quelle della mente soprattutto, svaniscono. Senti il silenzio, godi la pace esterna, ma anche interiore e percepisci la vita che scorre dentro di te, ti senti diverso, in armonia con te stesso e con gli altri. Riprendi il cammino più consapevole di tutto ciò che ti circonda, come se gli occhi si fossero spalancati su una realtà nuova, ma la montagna è sempre quella! Sei tu che sei cambiato! Quando arrivi in cima, ad alta quota, ti guardi attorno; visuale a 360°, paesaggi grandiosi, mozzafiato, l’aria è più leggera, più fine, quasi inebriante e rimani lì, sospeso tra terra e cielo, assorbendo tutta quell’energia, quella luce, quel silenzio che rigenerano tutte le cellule del tuo corpo.
Poi, tornando a te stesso: “Non pensavo di essere capace di farcela ad arrivare fin qui!” e scopri che i limiti non esistono! Sei tu che li crei, col tuo pensiero e con le tue paure, ma in realtà non esistono! È bastato un atto di volontà, “voglio andare lassù”, un pizzico di coraggio per togliere il freno dell’ansia di fronte all’ignoto e un filino di perseveranza che ti accompagna durante tutto il cammino, “dai che ce la fai”, facendoti dimenticare o accettare stanchezza e dolori vari. E lì, ti senti come una pianta, un’antenna tra terra e cielo, percepisci che sei una particella dell’Universo, l’unico essere vivente che ha i piedi sulla Terra e, in cima alla colonna vertebrale, la testa nel Cielo; senti che le energie del cielo e della terra invadono il tuo corpo e il tuo cranio, fatto a volto come il firmamento, sul quale si riflettono tutte le costellazioni vicine e lontane. Una sensazione d’infinito ti avvolge e staresti lì, in quel posto, in quel momento magico che vorresti trasformare in eternità. Ma è ora di intraprendere la discesa, la cima finisce in basso quando arrivi sul prato, ma tu sai già che la montagna un giorno, ti richiamerà.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte, edizione Ottobre 2017, sezione Turismo Sostenibile

LOST ENCORE – La voce dei luoghi abbandonati

di Mirko Zullo

Ben tornati all’appuntamento con la riscoperta dei luoghi abbandonati e dimenticati del nostro Paese. Il progetto LOST ENCORE, ideato e capitanato da Mirko Zullo, scrittore e regista di Verbania, è nato alla fine del 2015 e si è dato proprio questa missione: riscoprire le dimore abbandonate più importanti, per far sì di farle conoscere a più persone possibili, e di conseguenza sensibilizzare un pubblico sempre più ampio, smuovendo le coscienze, convincendo tutti che non solo stiamo perdendo la nostra storia, ma stiamo – ormai da troppi decenni – costruendo del nuovo in un territorio dove, invece, si potrebbe tranquillamente recuperare tanto di quanto già esistente.

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Vorremmo oggi parlarvi di una di queste famose dimore, situata nel Comune di Cannobio, sul Lago Maggiore, a pochi chilometri dal confine con la Svizzera. Si tratta del Preventorio Infantile Umberto di Savoia.
Inaugurato nel 1929, tale struttura ha definitivamente chiuso i battenti nel 1985. Il Preventorio giace dimenticato e decadente su di un sito molto esteso, con strada privata che sale dalla Statale sottostante.
Nel 1922 il Consorzio provinciale antitubercolare aveva acquistato in Cannobio l’area contigua all’antica abbazia di Sant’Eusebio, espropriata nel 1867, con l’intento di costruirci un sanatorio con oltre 160 posti letto. La struttura fu ultimata nel 1927, ma dichiarata inadeguata da subito. Dopo il rifiuto della Cassa Nazionale delle Assicurazioni Sociali di assumerne l’onere e la gestione, la Provincia di Milano acquisì l’edificio, mutandone la destinazione, ovvero facendone un luogo dove ricoverare bambini dall’età compresa tra i sei mesi ed i nove anni, con particolare assistenza a quelli esposti ad ambienti infetti dalla tubercolosi.
Difficile non restare affascinati e al tempo stesso tristemente spaventati dal livello di degrado ed abbandono in cui oggi si trova la struttura, fragile e silenziosamente pericolosa al suo interno. Il team stesso rinuncerà a visitare diverse aree per problemi di sicurezza.

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Non avendo finalità prettamente ospedaliera, le attività previste all’interno del Preventorio Infantile Umberto di Savoia erano perlopiù di natura didattica, attività motorie, ricreative e, come si legge negli statuti ufficiali, “per favorire l’evoluzione del loro tono psichico”.
E sarà proprio la componente psichica a delineare il futuro di questa splendida struttura italiana.
Dalla metà degli anni sessanta, infatti, il Preventorio Infantile Umberto di Savoia cominciò ad accogliere anche bambini problematici, per divenire infine – a partire dal 1974 – un vero e proprio Istituto medico psico-pedagogico.
Nell’agosto 1985 l’Istituto, la cui gestione dal 1° gennaio 1984 era stata trasferita all’USSL (l’Unità socio-sanitaria locale) n. 55 di Verbania, fu definitivamente chiuso. L’edificio fu in seguito abbandonato e ad oggi nulla si è concretamente fatto per cercare di recuperare la struttura.
Come sempre, potete seguire ed avere tutte le informazioni su LOST ENCORE tramite la pagina Facebook ufficiale, oppure riguardando tutte le losteggiate della prima stagione sul canale LOST ENCORE di YouTube. Per altre informazioni, domande o segnalazioni, potete scrivere alla casella mail: lostproductiontv@gmail.com.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte, edizione Ottobre 2017, sezione Scelte Ecosostenibili