Robin Clayfield e la permacultura sociale

La comunità Artaban di ACF di Burolo (TO) ospiterà due corsi di Robin Clayfield, australiana, facilitatrice, insegnante, autrice di diversi libri, agente del cambiamento, mamma e nonna.

Robin Clayfield

I due eventi sono:
– Dynamic Groups, Dynamic Learning’ Creative teachers, Facilitators and Group Leaders dal 8 al 13 luglio
– Words for women’s and wise women’s wisdom weekend dal 14 al 15 luglio

Robin, considerata una pioniera della Permacultura, conosciuta a livello internazionale, inizia il suo percorso nella Permacultura nel 1983. Dalla fine degli anni 80, insieme a Sky, il suo ex partner, inizia a sperimentare una nuova metodologia d’insegnamento, più dinamica, creativa, partecipativa, che coinvolge con entusiasmo i partecipanti. Robin, appassionata del benessere delle persone e dei gruppi ha studiato e sperimentato in diverse situazioni e parti del mondo, tanti metodi, fino ad arrivare al metodo: Dynamic Groups, Dynamic Learning’ Creative teachers, Facilitators and Group Leaders, percorso iniziato circa 30 anni fa, a cui hanno contribuito anche altri colleghi/e. Robin è stata la prima persona nel mondo della Permacultura, a creare, quella che oggi viene chiamata: Permacultura Sociale. Secondo Robin si apprende di più e ci sente più “empowered” con metodi di facilitazione creativi. Si acquisisce più sicurezza e con questa nuova consapevolezza, si riesce a supportare maggiormente se stessi e coloro che accompagnano i gruppi, nel processo di cambiamento. Quando uniamo le nostre differenti forze ed energie si crea un incredibile sinergia tra tutti i componenti di un sistema, il raccolto finale è più integrato e vitale. Il metodo Dynamic group si ispira alla Permacultura, che è un metodo di progettazione integrato e sistemico.
Durante questo corso residenziale di 6 giorni, Robin ci accompagnerà nel mondo della facilitazione, insegnandoci, con amore e attenzione, i segreti e le “chicche” per diventare facilitatori/trici ed insegnanti creative/i o migliorarci nella facilitazione, gestione e conduzione di gruppi ma anche per acquisire più dimestichezza di fronte ad una platea.
Robin attualmente vive nella comunità intenzionale di Crystal Waters, in Australia, il primo ecovillaggio creato secondo i principi progettuali della Permacultura.
Durante il ritiro “Words for women’s and wise women’s wisdom weekend”, dedicato alle donne, con Robin e Kym Chi, esploreremo crescita, condivisione, supporto, guarigione, processi creativi, divertimento, musica, danza, rituali, cerimonie, libertà, gratitudine, passione, “empowerment”, connessione con la natura, rilassamento.
Avere Robin, un “elder” della Permacultura con tanta esperienza di gruppi e cerchi di donne in Italia per la prima volta, è un vero onore.

Contatti: dynamicgroup.italy@gmail.com

Per sapere di più:
https://naturedesignsjohnfranci.com/corsi/
http://dynamicgroups.com.au/
http://dynamicgroups.com.au/gaiacraft-video/

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Giugno 2017, sezione EVENTI

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Marinaleda: il paese dell’utopia realizzata, che ha battuto la crisi e la disoccupazione

Sorprese e conferme nel viaggio alla scoperta del piccolo “pueblo” andaluso, che ha saputo fare della pace e del lavoro condiviso la propria bandiera e la propria realtà

di Silvano Ventura e Maddalena Nardi, www.viveresostenibile.net

Nella strada da Siviglia a qui, il paesaggio di colline basse coperte di olivi e di campi di grano ancora verdissimi, puntellato di bianche “fazendas”, su uno sfondo di un cielo azzurro intenso, ci è sembrato un dipinto. La strada taglia perfettamente in due parti l’abitato composto di piccole case bianche, rese abbacinanti dal sole di questo bel pomeriggio di primavera. Il cartello all’entrata del piccolo paese, non lascia dubbi: siamo arrivati a Marinaleda!
A portarci qui, è stata la curiosità di venire ad ascoltare le voci delle persone che vivono in questa comunità che, anche in Italia, ha richiamato tanto interesse dopo che è stato rilanciato sui social un blog nato da un servizio televisivo trasmesso da Repubblica TV.
Il piccolo pueblo, perfettamente in pianura, si sviluppa ai lati della strada principale e questa è la prima sorpresa. Dov’è il paese arroccato in cima alla collina delle immagini che circolano on line e che io stesso ho condiviso sul mio profilo fb prima di venire qui? Dove sono il monastero, il castello e la chiesa ritratti in quella foto?
Facendo vedere la foto in questione a qualche passante, sveliamo presto il mistero. Il paese ritratto, è Estepa, a 12 km da qui, sulle prime colline che si vedono all’orizzonte.
Parcheggiamo e proseguiamo a piedi. Nell’aria un dolce profumo di zagare ci accompagna.
Sulle pareti di molti edifici, murales colorati inneggiano alla pace, alla libertà e alle conquiste sociali. Sulla facciata del grande centro sportivo, troneggia una gigantografia di Che Guevara. Alcuni anziani, seduti al fresco degli alberi del viale principale, commentano pigramente il passaggio delle moto guidate spericolatamente dagli adolescenti del luogo. Oggi è sabato e il piccolo parco giochi è pieno di bambini festosi e di genitori intenti a chiacchierare.
Fuori da un piccolo centro ricreativo, incontriamo alcuni lavoratori e con loro iniziamo a parlare.

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Il Sindaco, Juan Manuel Sanchez Gordillo, all’inizio degli anni ‘80, capeggiò una mobilitazione con lo scopo di ridistribuire le terre ai cittadini. Questo portò, dopo qualche anno, alla cessione di un fondo agricolo di 1.200 ettari di proprietà di un nobile locale, all’Ayuntamiento (il Municipio) di Marinaleda. Prada, Juan e altri lavoratori, ci spiegano che la cooperativa che fu costituita, si occupa oggi del lavoro nei campi e dell’industria della trasformazione dei prodotti agricoli raccolti oltre che della loro commercializzazione nel mercato spagnolo e internazionale, in particolare in alcune zone dell’America latina. “Nei nostri campi” ci dicono “dove abbiamo appena finito la raccolta delle fave che ha impegnato nelle ultime settimane oltre 200 lavoratori, coltiviamo anche peperoni, carciofi, legumi, olive e altro ancora. Quello che non viene commercializzato fresco, viene trasformato e conservato nell’industria di proprietà della nostra cooperativa.”

La cooperativa è la principale azienda del paese, garantendo lavoro, dignità e reddito, a oltre il 70% della popolazione attiva. Per il resto, esistono piccole aziende produttive o commerciali, prevalentemente a gestione familiare. Tutto questo porta la disoccupazione praticamente a zero, contro il 30% circa della media nazionale!
Il modello sociale applicato nella vostra comunità – chiediamo – è quello della solidarietà e della collaborazione. Al lato pratico, nella vita di tutti i giorni, questo cosa significa?
Il salario è uguale per tutti – ci dicono – e ammonta a circa 50 euro al giorno, circa 1.100 euro al mese. Chi lavora nei campi è impegnato 6 ore al giorno, in fabbrica 8. Se, per qualche ragione, il raccolto non va bene, si lavora di meno, si guadagna meno, ma si continua a lavorare tutti.”
Nella vostra comunità, per costruire un sistema economico e sociale che sta di fatto garantendo la convivenza e la dignità economica dell’intera popolazione e che vi ha permesso di superare indenni la crisi economica provocata nel 2008 dallo scoppio della bolla finanziaria immobiliare negli USA e propagatasi in tutto il mondo con effetti devastanti, vi siete ispirati agli ideali del socialismo storico. E’ un modello che ha fallito almeno quanto quello capitalistico. Voi cosa avete di speciale per farlo funzionare?
“Nel simbolo del nostro paese, sulla nostra bandiera tricolore (n.d.r. Bianco, rosso e verde), si legge: Marinaleda, un’utopia verso la pace. Ecco, credo che la risposta sia lì. Certi valori come la pace, la solidarietà tra le persone e l’aiuto reciproco, la dignità e il rispetto, l’impegno verso la comunità, non hanno bandiere politiche. Si tratta di valori che possono essere condivisi da tutti.”
E qui, amici miei, quasi mi commuovo! Ma per passare dalle “belle parole ai fatti”, come realizzate concretamente aiuto reciproco, rispetto e impegno verso la comunità? Ad esempio sul web gira voce che qui bastano 15 euro al mese per avere casa. Come funziona quest’altra “follia”?
Il Comune cede gratuitamente il terreno e i progetti. I fondi li mette il Governo Andaluso a tasso zero e vengono gestiti direttamente dal municipio, evitando di passare per banche e finanziarie che applicherebbero interessi. La quota mensile da versare per l’acquisto la decidono in assemblea gli stessi cittadini autocostruttori. Infine il cittadino deve mettere a disposizione il proprio lavoro, magari in compagnia di parenti ed amici volenterosi, per auto costruirsi l’abitazione dove andrà a risiedere. In questo modo, negli ultimi anni, abbiamo costruito oltre 300 abitazioni!
Ma è vero che avete abolito anche la Polizia locale e che i politici non percepiscono nulla per il loro impegno amministrativo?
“Tutto vero! La Polizia locale era un costo per le casse del Comune e con quei fondi si possono fare altre cose per il bene dei cittadini. Stessa cosa vale per gli stipendi dei nostri amministratori. La politica qui è vissuta, da chi decide di farla, come impegno verso la nostra comunità.”

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A questo punto, sono senza parole! Forse questa è “l’isola che non c’è”, o forse è un sogno e ora mi sveglierò… Vi prego amici, ditemi qualcosa che non va, qualcosa che non funziona…
“Marinaleda è un esempio di un modello totalmente alternativo a quello globalizzato, ma non è facile vivere qui. Ci vuole una visione diversa e ci vuole molta buona volontà e generosità. Ad esempio a tutti noi tocca, a rotazione, la manutenzione e la pulizia degli spazi pubblici e delle scuole. Il vincolo di solidarietà tra noi è molto forte. Sappiamo che dobbiamo aiutare gli altri e gli altri ci aiuteranno quando saremo noi ad avere bisogno.”
Marinaleda, a chi come noi sogna un diverso modello di comunità basato sulla condivisione delle risorse, il rispetto per l’uomo e per l’ambiente e la giustizia sociale, appare come un’utopia realizzata. Credete sia possibile replicarla anche in Italia, o preferite che ci trasferiamo tutti qui da voi?
Il nostro modello è replicabile ovunque; basta una reale volontà politica di farlo. E, almeno per oggi, è un piacere avervi qui con noi.”

L’intervista ai nostri nuovi amici è finita, ma c’è ancora il tempo per una freschissima cerveza e una tapas a base di carciofi sott’olio. Di Marinaleda, naturalmente!

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Dal Solstizio d’Estate alla festa di S.Giovanni il sole trionfa

di Beatrice Calia

Acqua e luce sono la base della Vita. Nell’antica società agraria il culto del sole era vitale e l’essere umano usava benedire tutti gli elementi e ritualizzava i passaggi per non perdere l’unione col Creato. Durante l’anno due momenti meravigliosi si mostrano per propiziarci una buona Vita. Uno è il solstizio invernale che ci guida al Natale, inizio di una stagione propensa all’introspezione, l’altro avviene ad inizio estate, tempo di interazione sociale. Si magnifica la Terra gravida di vita, perché ci accompagni verso la luce e la calura estiva sia clemente. Un tempo, questo momento era ritenuto magico, ovvero legato alla Natura e a noi stessi, e si facevano gesti legati all’abbondanza e alla gioia. Il Solstizio d’Estate è il giorno più lungo dell’anno, il sole trionfa nel cielo e vi è la comunicazione diretta fra visibile e invisibile, i due opposti si incontrano e si fondono.

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La festa di San Giovanni è un’antica festa celtica associata con le forze lunari, con la rugiada e con le erbe che, raccolte questa notte, hanno maggior potere: iperico, artemisia, arnica, ruta, achillea, salvia, rosmarino, noce, ribes, erica, verbena. Nella foto ho preparato la “Guazza profumata di S. Giovanni” arricchita con le amiche erbe dai fiori colorati per lavarci dai rigori invernali. In questo giorno si prepara il nocino come simbolo di rinnovamento e il rosso olio d’iperico preziosissimo rimedio contro le scottature e i malumori, e con le erbe prepariamo piatti sfiziosi dai nomi curiosi.

IL NOCINO
27 noci raccolte la notte di S. Giovanni
4 chiodi di garofano
2g di cannella
3 pezzetti di scorza di limone
500g di zucchero moscobado
350g di alcool a 95°
300g di acqua
Raccogliete le noci la notte di San Giovanni (23/24 Giugno) e lasciatele in un recipiente a prendere la rugiada. Il 24 tagliate le noci in 4 parti, mettetele in un vaso con l’alcool. Il giorno successivo aggiungete le spezie e lasciate in infusione fino al 3 Agosto al sole, agitando 3 volte al giorno. Filtrate e aggiungete lo sciroppo fatto con lo zucchero scaldato nell’acqua. Lasciare raffreddare, imbottigliare e aspettare almeno 3 mesi prima di consumarlo, conservandolo al buio.

Articolo pubblicato su Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Giugno 2017, sezione Alimentazione Naturale

Erbe selvatiche ed “erbacce”: cosa sono in realtà?

di Marilena Ramus

Lì dove vive l’uomo, la Natura è Dispensa e Farmacia: ha messo piante che lui può usare come cibo e/o come cura. Da sempre le Donne hanno imparato a riconoscere le erbe, ad utilizzarle e a conservarle e hanno saputo trasmettere le loro conoscenze per millenni, così, accumulate da una generazione all’altra sono entrate nella Tradizione.
Le nostre nonne, andando in campagna, portavano a casa durante l’anno più di 250 erbe che sapevano trasformare in vari modi per tutta la famiglia. Poi, da alcuni decenni, queste erbe le abbiamo dimenticate.


Camminando in mezzo al verde, tanti sono indifferenti, vanno senza vederle, altri non le riconoscono più, altri, vedendole, fanno fatica a ritrovare il loro nome, o si lamentano “che brutte erbacce!” senza nemmeno immaginare che possono avere virtù straordinarie. Crescono dappertutto, spesso dove non le vorremmo, invadono esuberanti lì dove non pensavamo che potessero crescere. Sono lì, rinascono ogni anno e non spariranno perché è in quel luogo che hanno trovato le condizioni ottimali per vivere: quella terra le ospiterebbe in ogni caso. Queste piante selvatiche, queste “erbacce” sono sicura che siamo in tanti a conoscerle, ma in quanti siamo a raccoglierle ed ad usarle per la cucina, il benessere e la salute?
Mi piacerebbe far sì che questa pratica diventasse accessibile a tanti. Ognuno di noi può imparare a riconoscere le erbe selvatiche, e anche molte delle cosiddette “erbacce”, a nominarle, a raccoglierle ed ad usarle dalla primavera all’autunno; sono buone nell’insalata mista profumata con fiori e foglie, nelle frittate e minestre e nei dolci… e sono sempre pronte ad alleviare disturbi di salute, a curare una ferita o una brutta tosse. Raccoglietele lungo viottoli, prati e boschi. Finché non avrete esperienza sufficiente, vi invito a verificarne le caratteristiche. Per riconoscerle ed evitare di raccogliere piante protette o velenose chiedete consiglio a chi sa, usate libri o internet.

Ecco alcune erbe, tra le più comuni, che crescono dappertutto: ortica, tarassaco, rovi, celidonia, silene, primule, papaveri, bardana, borragine, acetosella, iperico, consolida, malva, gramigna, trifoglio, aglio orsino, menta, camomilla, equiseto, eufrasia, alchemilla, artemisia, finocchietto, portulaca, rafano, timo origano, erba viperina, epilobio, centocchio, barba di becco, parietaria, lamio, farinaccio, borsa del pastore, barba di capra, saponaria, luppolo… E tante altre!
Avvicinandovi alla Natura e alle sue erbe, che dona con generosità, scoprirete un mondo straordinario, sempre rinnovato col cambio delle stagioni.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Giugno 2017, sezione Orti e Giardini

La transizione alimentare parte dalle nostre scelte

di Francesca Cappellaro, ricercatrice Ingegneria della Transizione

La transizione è quel periodo di tempo nel quale si inizia a prendere consapevolezza del proprio stile di vita, per iniziare a mettere in pratica alcune strategie di cambiamento verso uno più sano e sostenibile. Transizione alimentare significa quindi uscire dalla propria zona di comfort alimentare, ossia dalle proprie abitudini nutrizionali e provare ad attuare alcune modifiche a favore della nostra salute e dell’ambiente. Questo non sempre può risultare facile e può generare un po’ di inquietudine. Una strategia che può facilitare l’avvio di una transizione, può essere quella di cominciare ad attuare piccoli cambiamenti. Ad esempio, provare ad essere più informati sulla scelta dei prodotti presenti sul mercato. La globalizzazione del sistema alimentare ha portato una grande varietà di cibi disponibili in ogni momento. Sui banchi dei supermercati troviamo abbondanza frutta e verdura, che spesso però non è legata alla stagionalità e alla territorialità. Basti pensare alle fragole in febbraio o ai pomodori a dicembre. Per rifornirsi di questi alimenti, che non possono essere prodotti localmente, sono necessari trasporti a lungo raggio e ritmi produttivi intensivi.
Per soddisfare l’elevata domanda di prodotti a un prezzo sempre più basso, si è arrivati ad un’iper-specializzazione del sistema agro-alimentare dove coltivazioni e allevamenti vengono sfruttati in condizioni del tutto incompatibili con il loro benessere.
Infatti, se un terreno è adibito ogni anno alla stessa coltura, si impoverisce e ha bisogno di essere reintegrato con fertilizzanti e ammendanti, concimi artificiali.
Anche gli allevamenti intensivi, per far raggiungere peso il più rapidamente possibile agli animali, attuano selezioni genetiche e costringono gli animali in edifici sovrappopolati, bui e privi di ogni stimolo naturale.
È possibile però evitare tutto ciò, prestando attenzione ad alcune etichette che offrono informazioni sulle condizioni delle colture e degli allevamenti.

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Un esempio sono le uova, dove nell’etichettatura è indicato un codice che ha un numero distintivo per il metodo di allevamento, uno per la provenienza, informazioni sul produttore e, facoltativo, il sistema di alimentazione. Una delle cose più importanti da verificare è il primo numero, che indica la modalità di allevamento. In particolare, “0” sono le uova da agricoltura biologica, che per legge sono soggette a doppi controlli e deposte in allevamenti che rispettano pienamente le loro caratteristiche naturali. “1” è il codice per le uova da galline allevate all’aperto. Molto diverso è il codice “2” che identifica le galline allevate a terra. In realtà, le ovaiole vivono in capannoni con pavimenti di cemento ricoperti da paglia o sabbia, in un sovraffollamento da nove galline a metro quadro, che non vedranno mai il sole perché illuminate con luce artificiale. Infine il codice “3” per le galline ovaiole allevate in gabbia, 25 galline per metro quadrato, solo 15 cm per gallina: come vivere in una scatola di scarpe per tutta la vita!
Un sistema così è insostenibile! È tempo di trasformare i nostri consumi verso un sistema che porti benefici a tutti: consumatori, agricoltori, animali e ambiente.
Con le nostre scelte alimentari possiamo attuare una transizione a tutela della fertilità del suolo e della salute degli animali, per garantire la qualità del cibo e quindi della nostra vita!

Articolo pubblicato su Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione giugno 2017, sezione Scelte Ecosostenibili

Percorsi alla riscoperta di sé

di Equotube e Viaggi Responsabili

Tra i numerosi spunti di viaggio che l’Italia ha da offrire, sicuramente possiamo annoverare i percorsi spirituali. La ricchezza del patrimonio italiano, derivante da secoli di tradizione religiosa, ben si presta a viaggi in cui l’obbiettivo è quello della riscoperta profonda del proprio essere. Sono viaggi che innescano un altro viaggio: quello con noi stessi, alla ricerca di una dimensione, che a volte ci dimentichiamo essere parte della nostra persona. Gli spunti sono numerosi, i viaggi possono essere costruiti a seconda delle nostre necessità: cammini più o meno impegnativi, oppure esperienze tranquille dove immergersi in luoghi carichi di spiritualità. Molti siti ben si prestano a suscitare un percorso introspettivo, per intraprendere un viaggio all’interno di noi stessi.

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Il cammino è un elemento che accompagna la storia dell’uomo, dal viaggio per soddisfare bisogni primari, al viaggio dei pellegrini alla ricerca di un contatto con la divinità, fino al viaggio, non necessariamente religioso, per riscoprire la nostra parte più spirituale attraverso la meditazione: passaggio fondamentale per un incontro più profondo anche con gli altri. I cammini spirituali in Italia sono numerosi da nord a sud, sta a noi scegliere il proprio cammino. Oggi vi vogliamo raccontare un luogo particolare: “La Sacra di San Michele” che evoca bellezza, fascino e mistero. Quel mistero che la avvolge fin dalla sua costruzione, avvenuta tra il 983 e il 987 d.C. Un’imponente abbazia che, quasi sfidando i principi della fisica, domina la cima del Monte Pirchiriano. Un luogo meraviglioso e denso di spiritualità, custodito in origine dai monaci benedettini e, dopo quasi due secoli di abbandono che non ne hanno scalfito la magnificenza, dai padri rosminiani, oggi affiancati da un gruppo di volontari e ascritti. La Sacra è di San Michele perché nasce e cresce con la sua storia e le sue strutture attorno al culto di San Michele che approdò in Val di Susa nei secoli V o VI. La sua ubicazione in uno scenario altamente suggestivo, richiama immediatamente i due insediamenti micaelici del Gargano e della Normandia. Fondata su uno sperone roccioso, si trova al centro di una via di pellegrinaggio di oltre duemila chilometri che unisce quasi tutta l’Europa occidentale da Mont-Saint-Michel a Monte Sant’Angelo. Un’occasione per un viaggio affascinante nella splendida Val di Susa, facilmente raggiungibile, dalla storia ricca e antica, dove troverete tantissimi tesori da scoprire. Potete partire dedicandoci qualche giorno, magari utilizzando il proprio pacchetto EquoTube e scegliendo una delle proposte contenute all’interno oppure richiederci un percorso calibrato sulle vostre esigenze.

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Che tempo farà?

di Giancarlo Fantini

In questa primavera dominata dalla variabilità del clima, le domande che mi vengono poste si alternano tra le “solite” lamentele sull’inaffidabilità del “tempo” e sulla ricerca di previsioni attendibili. Una volta tanto ho delle certezze nel dare le risposte: una bella soddisfazione, in questi tempi, ma, soprattutto, su questo argomento. Queste certezze, che sempre di più stupiscono i miei interlocutori, mi derivano da una serie di conoscenze, tra le quali, ultime per arrivo, ma non certo per efficacia, grazie alle moderne tecnologie.

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Infatti la mia fonte “esterna” per le previsioni è il bollettino meteo che ascolto al “gazzettino padano”, o meglio Radio Rai, proveniente da quel gioiello di mezzi, ma soprattutto di uomini e donne che è il centro di Campo dei fiori, sopra Varese che, fondato dal mitico Prof. Furia, con costanza eroica resiste grazie ai finanziamenti della regione Lombardia. Vista la vicinanza coi luoghi in cui vivo e la serietà degli addetti questa è una di quelle fonti di informazione meteo che consiglio senza alcuna esitazione.
Ma, nel frattempo è arrivato anche qualcosa di meglio, soprattutto perché “portatile”: infatti ho avuto la possibilità di inserire nel mio cellulare tra le cosiddette APP quella di “meteo svizzera” che, oltre ad essere gratuita è particolarmente interessante in quanto consente di vedere le animazioni in tempo reale delle precipitazioni, i pericoli derivanti dagli eccessi del clima e le previsioni vere e proprie.
A proposito delle quali va ribadito che sono attendibili solo quelle che arrivano fino a 5 giorni, perché oltre nessun metereologo potrebbe (e dovrebbe) spingersi senza utilizzare il termine “tendenze”.
Personalmente poi mi affido anche al Monte Rosa: transitando quasi ogni mattina sulla superstrada del Sempione, ho potuto verificare, da decenni, come le condizioni in cui mi appare la seconda vetta d’Europa all’altezza della piana di Piedimulera saranno tali per le successive 6- 8 ore nella valle ossolana in cui lavoro.
Non a caso ho utilizzato il termine “decenni” per riaffermare però un’altra certezza , che è quella della conoscenza del territorio e del ripetersi dei fenomeni metereologici: perché, in ogni caso, nonostante “non ci siano più le stagioni di una volta”, non possiamo ignorare di vivere in una delle tre aree italiane con la più alta piovosità e che, da sempre, le alluvioni come le piene del lago si siano manifestate in autunno o, appunto, primavera. Ciò che sfugge ai più, purtroppo, sono i dati sul lungo periodo: soprattutto chi vive in città e vede il clima solo dalle proprie finestre non si rende conto di quali siano i veri problemi derivanti dal clima e misura l’entità dei  propri guai metereologici solo sulla base del guardaroba e del “non si sa più come vestirsi”. Invece, senza voler fare del terrorismo, azione di cui si sono invece più volte dimostrati capaci di muoversi soggetti diversi (privati e pubblici) consci della capacità di influenzare scelte commerciali e spostamenti di milioni di consumatori, voglio qui ribadire che continua il deficit idrico di cui soffrono le nostre contrade (monti, laghi, falde acquifere) e che questa situazione non può più essere ignorata, ad ogni livello, perché dalla disponibilità di acqua, buona e pubblica, dipende la sopravvivenza (anche) della nostra specie. Infine sarebbe bene tornare ad insegnare non solo la Geografia e la Meteorologia, ma anche trovare quei, sempre più rari, anziani conoscitori dei venti e di tutti quei segni che la Natura ci ha offerto da millenni (in assenza di onde radio e di App). Ma questa è davvero un’altra storia e le previsioni in proposito non sono felici, soprattutto nel lungo periodo. Di mio mi sono impegnato negli anni a studiare, cercare, osservare e qualcosa in proposito l’ho messo nei cassetti delle mie conoscenze, per cui difficilmente la pioggia mi trova impreparato e altrettanto difficilmente capita, a chi accompagno in visite sul territorio, di rischiare il bagno fuori stagione. Mi piacerebbe però saperne ancora di più e chissà che non mi capiti di incontrare qualche altro Maestro.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Giugno 2017, sezione Agri-Cultura

Quando il silenzio si fa ricerca

 

di Equotube e Viaggi Responsabili

Questo mese vi vorremmo proporre una idea alternativa, fuori dai soliti schemi. Spirit Youth PratoIn un momento in cui la frenesia, il rumore, la dipendenza dalla tecnologia, la necessità di dover continuamente essere presenti – attivi – on line sono elementi all’ordine del giorno, vorremmo mostrarvi la bellezza incontrastata del silenzio, come momento di distacco e di ritrovamento del sé. A volte, infatti, il desiderio di viaggiare nasce proprio dalla necessità di una “vacanza detox”. Non nel senso fisico del termine, ma nel senso più intrinseco e spirituale. Nasce quindi il progetto “Spirit Youth”, viaggi speciali dedicati a attività scelte con attenzione per raggiungere un benessere mentale, una dimensione spirituale, una disintossicazione tecnologica e una riduzione dello stress, in una connessione profonda e rilassante con la natura, da portare come ricchezza interiore, una volta che il viaggio è terminato.

Spirit Youth Limburg

L’esperienza del silenzio è l’attività che funge da filo rosso conduttore dei viaggi “Free Your Mind” del progetto Spirit Youth. Una novità che potete trovare sul sito di Vivere Sostenibile Alto Piemonte, con un prezzo speciale dedicato ai lettori. Che cosa hanno in comune un monastero, i millennials, l’interrail, l’arte, il liquore dei monaci e la cucina? Lo scoprirete presto! Spirit Youth ha realizzato percorsi dedicati per i giovani. Un progetto che ha realizzato dei percorsi dedicati alla spiritualità a 360 gradi: il ruolo del silenzio, la ricerca di sé stessi, la valorizzazione dei siti religiosi attraverso proposte diverse ed una alternativa ai “soliti weekend”. E proprio il provare l’emozione del silenzio diventa l’attività più significativa di ogni itinerario, proprio perché i giovani non sono abituati a questa sensazione. Per un momento, sono infatti chiamati al “just stand and look”: “fermati e guarda”, vivi l’emozione del contemplare qualcosa in completa armonia con essa senza altre distrazioni. E allora troverete in Extremadura, nel Parco del Monfrague, un piccolo punto di osservazione sulle montagne, ricavato nella roccia. Vedrete in Spagna nel Montserrat, un monastero arroccato sui monti, che si affaccia sull’infinito di un orizzonte meraviglioso.Spirit Youth MontserratNei Paesi Bassi, scoprirete Limburg e Abdji Rolduc, un’abbazia diventata oggi luogo di ospitalità dove poter vivere le giornate tra natura e riflessione. Fino ad arrivare in Italia, nelle splendide terre toscane di Prato, dove il paesaggio incontaminato si fonde con la tradizione del gusto ed il silenzio permette un tuffo nel passato, tra arte e storia. E se l’Europa non vi basta, volate in Mongolia questo agosto e assaporate l’emozione delle “singing sand dunes” del deserto del Gobi: sotto un cielo di stelle splendenti come mai le avete viste, il suono prodotto dalla sabbia delle dune nel silenzio della notte vi resterà impresso nel cuore.

Non resta che approfittare dell’occasione offerta da Vivere Sostenibile e partire: visitate il sito, scegliete la sezione “viaggi speciali” e scoprite l’itinerario più adatto a voi!

Tra nostalgia e progresso

di Laura Fanchini, liceale

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Chi si ostina a mantenere un atteggiamento nostalgico nei confronti del passato è un illuso. É molto diffusa – in particolare tra le persone più anziane – l’idea secondo la quale “si stava meglio quando si stava peggio”; si fa scioccamente appello a un’antica Arcadia splendida e illusoria, che rimanda a un tempo idillico e ormai perduto. Il tempo perfetto non è mai esistito, per il semplice fatto che l’uomo è imperfetto. Negli ultimi due secoli l’umanità ha assistito a cambiamenti che si sono susseguiti con straordinaria rapidità, e anche se è difficile giudicare in maniera obiettiva se ciò sia stato un bene o un male, è insensato continuare a lamentarsi del presente, confrontandolo con gli aspetti migliori del passato. D’altra parte, è innegabile che oggi stiamo vivendo un momento di profonda crisi, che si presenta sotto diverse forme: economica, ambientale, interculturale, immigrazione, instabilità dei governi… Tuttavia, ognuna di tali sfaccettature è riconducibile a un’unica problematica più profonda: la crisi dei valori, che consiste nel sovvertimento dell’ordine di quelle virtù etiche e morali che si pensa essere innate nell’essere umano. La causa di una simile distorsione risiede in una serie di fattori culturali, e in particolare nell’equivoca interpretazione di un parola: crescita. Il concetto di “crescita”, in ambito economico, ha iniziato a essere esaltato con l’avvento del capitalismo, con il quale i grandi imprenditori hanno visto nel connubio scienza-tecnica l’arma vincente che avrebbe portato a uno sviluppo infinito, a un progresso senza limiti: mai, prima di allora, l’uomo si era sentito tanto potente, mai era stato tanto ottimista quanto cieco. Oggi viviamo le conseguenze di un sistema produttivo che si è rivelato fallimentare, e ci appare dunque evidente che il principio della crescita infinita è errato nella sua stessa definizione: in un mondo finito non può essere possibile una crescita infinita soprattutto se le risorse che ci ostiniamo a sfruttare sono “non rinnovabili”. Siamo tutti d’accordo che è necessario un cambiamento, ma non in senso progressista. Si tratta di abbandonare una logica sbagliata, con cui siamo cresciuti: quella consumistica.
“Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati”: è una celeberrima frase di Albert Einstein che ci invita a cambiare mentalità e, in questo caso, a rivalutare le parole crescita e progresso. Non si interpreti questa posizione come se fosse volta a smentire la tesi della perfettibilità umana: l’uomo può e deve impegnarsi per migliorare continuamente se stesso, ma considerando direzioni alternative. Mutare un’opinione, un pensiero, un’idea è relativamente facile, lo facciamo continuamente. Ma cambiare un’abitudine è estremamente difficile, perciò ci aspetta una battaglia dura, ma inevitabile. Non possiamo più permetterci di vivere nel sogno delle molteplici opportunità, come poteva succedere negli anni del “boom economico” del dopoguerra, dobbiamo invece prendere atto della situazione in cui ci troviamo e riformare la società dal suo interno, a partire dalle nostre scelte quotidiane: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, esortava Gandhi. É una posizione tanto comoda quanto utile rievocare il passato nella vana speranza di un suo ritorno. Lamentarsi della società presente è comprensibile, ma è da ipocriti, dal momento che ne siamo tutti dipendenti: volenti o nolenti, siamo immersi in un sistema dal quale non riusciamo a liberarci. Siamo sinceri: chi di noi potrebbe fare a meno dell’automobile, di un telefonino o della connessione internet? Inoltre dobbiamo ricordare che il presente l’abbiamo costruito noi, la nostra società è figlia dei nostri padri, e se questa ha qualche difetto è nostro compito correggerlo. L’uomo è artefice del proprio destino: sentiamoci responsabili del mondo in cui viviamo. Ognuno di noi, per il solo fatto di esistere, è una componente attiva nella storia, perciò ognuno di noi è costretto a prendere una posizione, scegliendo tra vivere in maniera sostenibile, oppure vivere come un parassita.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Giugno 2017, sezione Scelte Sostenibili

Le cime tra i due laghi

Mauro Carlesso – Scrittore e camminatore vegano

Monte Cerano (cresta “tre gobbi”) Poggio della Croce e Monte Zuccaro (Alpe Quaggione – Omegna)

Questo trittico di montagne di facile salita sono collocate come per magia nel mezzo del territorio compreso tra il Lago Maggiore ed il Lago d’Orta. Dalle loro cime ma anche lungo tutto il percorso lo sguardo è attirato dai panorami aggraziati di questi due specchi lacustri che invitano a soffermarci su un paesaggio che apre il cuore e ci invita a rallentare la nostra premura di vivere.lagodorta

La scheda
Località di partenza: Alpe Quaggione (mt.1.142) –NO-
Località di arrivo: Alpe Quaggione
Cime sul percorso: Monte Cerano (mt.1.702), Poggio della Croce (mt.1.765), Monte Zuccaro (1.338)
Dislivello: mt.  630 circa
Tempo di percorrenza: ore 5,00 (soste escluse)
Lunghezza: Km 12 circa
Difficoltà: E
Periodo: dalla tarda Primavera al tardo Autunno (in presenza di neve, ghiaccio o anche con pioggia attenzione sulla cresta del Cerano i cui pendii sulla val Strona si presentano ripidi ed insidiosi)

L’itinerario
Da Gravellona Toce si va ad Omegna da dove si risale la Val Strona passando da Germagno fino all’Alpe Quaggione (1142), dove si lascia l’auto nell’ampio parcheggio.
Ci si incammina sulla strada asfaltata in direzione del Monte Zuccaro, sovrastato da una croce imponente. Al termine dell’asfalto si trova l’indicazione del sentiero per il Monte Cerano che taglia il pendio a mezza costa tra le felci, entra nella faggeta e conduce ad una bellissima sella boscosa che separa la valle del Bagnone dalla piana del Toce e Omegna. Dalla sella si prosegue dritti fino ad uscire dal bosco affrontando il ripido sentiero che risale la dorsale del Cerano. È questo il tratto più faticoso della salita definito dei “Tre Gobbi” che costituiscono di fatto la cresta del monte. Si raggiunge la Croce un po’ discosta dalla vetta ed in posizione aggettante sulla valle.
La vetta vera e propria (1702) la si raggiunge un centinaio di metri dopo questo punto. Dalla cima si scende tagliando il pendio su un malagevole sentiero in direzione del Poggio Croce (1765) che si raggiunge facilmente risalendo la cresta erbosa. Su questa vetta è presente un altare. Si scende seguendo la cresta opposta in  direzione della Bocchetta del Bagnone (1589). Da qui si lascia la  cresta e scendendo a sinistra nel bosco di faggi, si toccano i ruderi dell’Alpe Cappella (1470) dove incontriamo le indicazioni per l’Alpe Morello. Si percorre adesso un lungo traverso a mezza costa tra spazi aperti e boschi fino all’Alpe Morello di Sopra (1242) dove si incrocia la strada asfaltata. La seguiamo in discesa per circa 1,5 km, fino all’indicazione per l’Alpe Quaggione. Da qui si risale per faggeta fino a raggiungere la sella boscosa percorsa all’andata. Dalla sella si rientra verso Quaggione. Poco prima di riprendere l’asfalto ci si dirige a destra per il ripido sentiero a tratti gradinato che porta allo spettacolare balcone del Monte Zuccaro (1338) con la graziosa cappelletta ai piedi dell’imponente croce. Ridiscesi da questa cima ci si innesta sulla strada asfaltata che in ripida discesa conduce in pochi minuti al parcheggio dell’Alpe Quaggione.

La nota storicacroce cerano
Forse non a tutti è noto come Omegna, oltre a far parte del più grande distretto industriale della rubinetteria sia culla di due aziende che hanno segnato la storia del boom economico nazionale. Nei primi del novecento sono nate proprio qui la pentola a pressione e la moka. Due modi di interpretare e cavalcare l’entusiasmo del benessere post bellico con due operazioni di marketing che hanno segnato un epoca. La lungimiranza dei fondatori, Lagostina e Bialetti con i disegnatori Osvaldo Cavandoni creatore de “La Linea” e Paul Campani inventore dell’ “Omino coi baffi”, hanno promosso l’utilizzo di due oggetti ormai di uso comune in tutto il mondo. Fu la grande quantità di acque alpine e l’abilità degli artigiani locali nelle lavorazioni dei metalli appresa all’estero in tempo di emigrazione, a suggerire a questi pionieri di insediarsi proprio nel territorio Cusiano con le prime piccole officine metallurgiche. Oggi le trasformazioni sociali e di mercato hanno oscurato quell’epoca di grandi cambiamenti che hanno costituito per questo territorio motivo di lavoro e di orgoglio.

Pranzo al sacco veg
Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: insalatina di tofu, sedano, aglio con olive e capperi, pomodori secchi e peperoncino

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Giugno 2017, sezione Turismo Sostenibile