Che foglie grandi che ha…

di Giancarlo Fantini

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“bosco magico” – 60 x 80 – olio, segatura e legno su tela – 2014 di Giancarlo Fantini

Parafrasando una famosa fiaba, è questa l’espressione spesso ricorrente da parte di visitatori di giardini nelle settimane di questa “umida” primavera. Lo stupore è stato più volte manifestato di fronte ad erbe, arbusti ed alberi che mostravano foglie insolitamente di maggiore ampiezza rispetto ad altri esemplari della stessa specie o, soprattutto, al confronto con le stesse foglie osservate nelle precedenti stagioni, sulla medesima pianta. Pur comprendendo tale stupore, non ho avuto motivo alcuno di meravigliarmi, semplicemente perché da molto tempo sono abituato ad osservare, “visitare”, registrare dati relativi alla vegetazione, sia selvatica che coltivata.
Nel caso specifico delle dimensioni delle foglie, mi è capitato anche di peggio, nel senso di poter osservare, in altre annate, esemplari di consistenza quasi “mostruosa”, sicuramente esagerata, rispetto alla norma della specie in esame.

Perciò sono in grado di dare una spiegazione del fenomeno che è molto più semplice di quanto si possa immaginare. Poiché la costruzione delle parti verdi dei vegetali dipende dalla disponibilità di acqua e di azoto, succede che, in concomitanza con primavere particolarmente piovose e in terreni abbastanza fertili, le piante riescano, comunque entro limiti fisiologici, a costruire lamine fogliari ben più ampie rispetto alle “normali”. Questo argomento però va inquadrato in un discorso più ampio all’interno del mondo vegetale e delle produzioni a ciò collegate. Ho sempre insegnato, infatti, che, sia nel riconoscere le piante, quanto nelle attenzioni necessarie per la loro coltura, non ci si deve mai fare ingannare né dai colori, né dalle dimensioni assumibili, sia dai singoli “pezzi” che compongono una pianta che dall’intero corpo del vegetale. Dimensioni e colori sono, infatti, dipendenti dall’ambiente in cui cresce l’individuo, con tutte le sue componenti, altrimenti denominate “fattori fondamentali per la vita di una pianta”: quantità di acqua e sua disponibilità nell’arco delle diverse stagioni; quantità e qualità della luce; temperature e loro distribuzione sia nei mesi che nell’arco delle 24 ore; presenza e solubilità dei sali nel terreno.
Non a caso la conoscenza dei parametri relativi a questi “ingredienti”, ci dà la possibilità di poter coltivare (bene) le singole specie; ma è evidente il fatto che ogni vegetale spontaneo possa dare il meglio di sé solo in presenza ottimale e concomitante delle variabili sopra descritte. Ma per poter osservare davvero una specie vegetale al massimo delle sue possibilità, è necessario che questa abbia avuto l’opportunità di crescere da sola e senza concorrenza con altre piante, men che meno suoi simili: è sufficiente per questo andare in un bosco spontaneo e vedere quanto siano diverse dimensioni e colori degli alberi alla “periferia”, rispetto a quelli del “centro”. Queste che potrebbero sembrare sottili disquisizioni tra addetti ai lavori, hanno invece notevole importanza in scienze diverse tra loro come l’agronomia, l’ecologia, l’economia agraria. Ma, in assoluto, l’importanza più significativa che riveste la conoscenza di queste differenze la troverete in un campo ben più “esplorato”: il riconoscimento delle specie spontanee, soprattutto quando è finalizzato alla loro raccolta ad uso alimentare. Nelle scorse settimane, in più di un’occasione, mi è capitato di accompagnare gruppi diversi e, ancora una volta, ho riscontrato, da parte di molti, l’approssimazione con la quale ci si approccia a tale pratica. Fortunatamente, ho avuto a che fare anche con persone più attente e sensibili, che mi hanno segnalato la necessità di saperne di più, onde evitare di raccogliere le erbe sbagliate, con tutti i rischi conseguenti. Alla fine, mi sono dovuto ripetere, come facevo a scuola: “bisogna studiare, ragazzi, studiare, sempre”.

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Il colore verde della tua anima

di Laura Stefanini

pexels-photo

Non ricordo il momento esatto in cui ho cominciato ad accostare fiori e piante alle anime umane, né quando ho cominciato a regalare alle persone la propria anima verde gemella. A 5 anni ero una sorta di goffo Cupido (poco svolazzante a dire il vero), tra colori sgargianti e profumi mediterranei, scricchiolii di erbe secche sotto le scarpe, quelle ortopediche che solo in campagna non sentivo più e non ricordavo di avere. Girovagavo con mio nonno tra le campagne del nuorese, in cerca di sorgenti che poi lui mi “regalava”, per rendermi responsabile della sopravvivenza di quel luogo. Era lì che osservavo piante e fiori, profumi e odori, era lì che cominciavo a pensare alle anime delle persone e inconsciamente ne abbinavo una verde a far loro compagnia. La Menta selvatica per me, l’Asfodelo per nonno, i fiori di Cardo per il mio adorato cugino, i fiori di Mandorlo per mia mamma, il Carrubo per mio papà e l’Acetosella per mio fratellino.

Ancora oggi, con la stessa leggerezza d’animo, faccio i miei abbinamenti, scrivo su un foglio di carta quello che il silenzio mi sussurra all’improvviso, continuo a regalare un amore verde a qualche amico divertito che mi chiede: –E io? Che fiore vedi per me?-.
È divertente veder rimpicciolire gli adulti fino a tornare bambini, renderli liberi per qualche istante da abiti e pensieri pesanti, percepire la luce negli occhi di un’età lontana e andar via con l’amore in tasca, un fiore stretto in mano, nascosto per paura che possa svanire.
Oggi rispetto a tanti anni fa approfondisco e studio il significato di ogni pianta e fiore che mi capita di “donare”, alcune hanno proprietà terapeutiche, significati simbolici quasi sconosciuti, oppure appartengono alla terra, piuttosto che all’acqua o all’aria, all’antica medicina tradizionale.
E se l’anima gemella verde appartiene ad un fiore che proprio non piace a chi lo riceve? È ancora più divertente per me, ma fastidioso per chi non può proprio accettare il suggerimento e va via un po’ deluso. Quando rimango sola prendo i miei libroni e trovo quasi sempre un suggerimento sul carattere della persona, peccato che questa occasione capiti di rado. Si impara moltissimo dagli amori incompresi. In ogni giardino inserisco una pianta che mi faccia pensare alla persona che ne avrà cura, che ne sia a conoscenza o meno non ha importanza, voglio credere che l’anima verde possa aiutare e andare in soccorso ai pensieri tristi e a quei cieli grigi che a volte capitano, in ogni stagione.

L’Asfodelo di nonno Nino = “ciò che non è stato ridotto in cenere”. Nella tradizione popolare ha il potere magico nella radice che, se nascosta tra le vesti, provoca l’innamoramento della persona desiderata. Mia nonna mi raccontava che si innamorò quasi senza comprenderlo di mio nonno, così a prima vista, ancor prima di parlargli. Non so se avesse qualche radice nascosta nel cappotto. È certo che sia stato un uomo tanto amato da tutti in vita e oggi indimenticato.
Il fiore di Cardo di mio cugino = Pianta sacra di San Giovanni e protettiva “quando la luna sarà in Capricorno col sole nuovo prendi l’erba detta Cardum sylvaticum e fino a quando la porterai con te non ti capiterà mai nulla di male”. Potere di far infuriare i serpenti. Mio cugino si chiama Giovanni, è del segno del capricorno e se lo conosceste sapreste che sarebbe capacissimo di far infuriare i serpenti, ma a 5 anni che ne sapevo io… mi piace riderci su.
I fiori di Mandorlo di mamma = nella mitologia greca rappresenta la speranza e la costanza. La rinascita. Mamma dice da sempre:” stai tranquilla tutto si risolve prima o poi.”
Il Carrubo di papà = proprietà curative per stomaco e intestino, il frutto è detto pane di San Giovanni, abbassa il colesterolo. Non vi dico di cosa soffre e come si chiama mio padre, mi dareste della koga* e proprio non ve lo permetto.
L’Acetosella di mio fratello Simone = il nome deriva dal sapore un po’ “acido” e aspro delle foglie. Nel linguaggio dei fiori esprime protezione e amore materno. Mio fratello, ancora oggi, veste di tanto in tanto e con disinvoltura note acidule, ma in famiglia sappiamo quanto sia protettivo verso chi ama e padre amorevole.
Tutto questo mi ha insegnato che non bisogna mai stancarsi di giocare con piante e fiori, di proteggerli e se si riesce, ascoltarli. C’è tanto di invisibile intorno a noi, che si aggrappa con forza al visibile.

* Koga = Strega (nella pianura del Campidano, la più vasta pianura della Sardegna)

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione giugno+luglio 2018, sezione Orti e Giardini

Dopo l’episodio di inizio maggio, venerdì scorso un altro sversamento di residui di lavorazione di cromatura e soda caustica nel Lago d’Orta (NO)

Ancora sversamenti nel Lago d’Orta. Legambiente si costituirà parte civile: “Si applichi la legge 68 sugli ecoreati: chi ha inquinato deve pagare”

Comunicato stampa

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Legambiente si costituirà parte civile contro gli ecocriminali che venerdì scorso hanno nuovamente sversato residui di lavorazione di cromatura e soda caustica nel Lago d’Orta, a San Maurizio d’Opaglio (NO). A dichiararlo, in una nota congiunta, il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani, il presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta Fabio Dovana e il presidente del circolo di Legambiente Gli Amici del Lago Massimiliano Caligara: “Confidiamo che ora chi ha commesso questo delitto contro l’ambiente paghi in modo esemplare. Ciò è finalmente possibile grazie alla nuova legge sugli ecoreati che ha introdotto cinque nuovi reati ambientali, tra cui quello di disastro ambientale che prevede la reclusione da 5 a 15 anni”.

L’associazione ambientalista, proprio lo scorso venerdì in occasione della tappa piemontese della Goletta dei Laghi 2018, la campagna che attraversa l’Italia per monitorare la qualità delle acque, degli ecosistemi e dei territori dei laghi, ha organizzato a San Maurizio d’Opaglio una tavola rotonda dal titolo Industria, turismo ed ecosistema lacustre. La ricerca continua dell’equilibrio. Iniziativa a cui sono intervenuti numerosi rappresentanti delle istituzioni locali e del distretto produttivo della rubinetteria e dell’economia del turismo.

“Legambiente si costituirà parte civile con l’auspicio che si faccia piena luce sullo sversamento di inquinanti nel Lago d’Orta, perla dal punto di vista ambientale e paesaggistico nonché attrattiva turistica e centro nevralgico dell’identità territoriale. Non è accettabile –dichiarano i rappresentanti dell’associazione ambientalista– che imprenditori senza scrupoli possano compromettere il grande e innovativo progetto di bonifica svolto con successo sul lago sotto il coordinamento e la guida scientifica del CNR-ISE a partire dal 1989”.

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