Piccola Banda di Cornamuse

a cura della redazione

La Piccola Banda di Cornamuse nasce nel 2012 attorno ad uno strumento musicale che ha visto una rinascita che va oltre i confini della sua regione di origine ed una diffusione a livello europeo in costante crescita: la “musette”, cornamusa del centro Francia.

Al contrario della “Highland Bagpipe” (la cornamusa scozzese), la “musette” non ha una tradizione bandistica, tanto meno militare, ma si presta maggiormente ad arrangiamenti in polifonia grazie alle differenti taglie di questo strumento. Composta da una decina di musicisti provenienti dal nord-ovest d’Italia, è su questo gioco polifonico che la banda basa il suo sound in un repertorio che spazia da quello specifico delle cornamuse del centro Francia a musiche della tradizione italiana, inglese e scandinava, integrato da composizioni originali per “musette” e adattamenti di brani provenienti da altri mondi musicali.

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Dopo 5 anni di attività musicale è uscito il 15 novembre “Siamo qui a cantar la Stéla”, primo CD della Piccola Banda di Cornamuse, in gran parte registrato lo scorso mese di giugno presso la Chiesa della Natività della frazione verbanese su iniziativa di uno dei suoi componenti, Ermanno Pinna, residente a Intra e appassionato di cornamuse da oltre vent’anni. Impreziosito dalla voce di Caterina Sangineto, dall’organo da chiesa e Hammond di Marc Novara e dall’utilizzo di altri strumenti, l’album, frutto di approfondite ricerche sulle fonti storiche, raccoglie arie e canti natalizi di varia provenienza europea: noëls francesi legati alla questua dell’Avvento, melodie tradizionali italiane, carols inglesi e un brano di composizione.

Il cd è reperibile presso la libreria Libraccio e il negozio Bioè di Intra, oppure direttamente telefonando al 338 38 37 418, mentre lo si può ordinare  sul sito dell’etichetta discografica, www.felmay.it, o acquistare in formato digitale su iTunes e altre piattaforme di vendita online. Per maggiori informazioni la banda ha un proprio sito web, www.piccolabandadicornamuse.it, e una propria pagina Facebook.

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Articolo inedito di Vivere Sostenibile Alto Piemonte

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Sentire il freddo per non avere freddo – PerCorso di Amicizia con il Freddo

intervista a Giovanni Guerra

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Giovanni, ho saputo che stai proponendo un corso particolare, come ti è venuta l’idea?
Una sera a casa da solo, sentivo la voglia di esprimere qualcosa di me e, forse aiutato dalla sola luce della candela, ho sentito di proporre quello che in 25 anni ho appreso a proposito del rapporto con il freddo. Ovvero di non combatterlo con vestiti e riscaldamento eccessivi, ma farmelo amico in modo che non mi dia sofferenza.

Cosa vuoi dire, che ci vogliono 25 anni per imparare a non soffrirlo?
No, ci vuole molto meno, secondo me per l’80% dipende da quanto ci mettiamo a cambiare il nostro atteggiamento mentale ed il resto è adattamento fisico, ma questo arriva da sé.

Come hai cominciato?
Durante un trekking attorno all’Annapurna notavo le persone locali che camminavano a piedi scalzi pur con basse temperature ed ho cominciato a pensare che il nostro fisico e la nostra mente possono adattarsi ad ogni condizione. Tornato a casa ho deciso di portare solo sandali e vestiti leggeri in ogni stagione. Così è iniziata la mia ricerca ed un grosso aiuto me lo ha dato una frase di Gandhi che afferma che un nemico l’hai veramente sconfitto quando non è più un nemico ovvero quando te lo sei fatto amico. Ho quindi compreso che dovevo cambiare il mio approccio mentale rispetto al freddo. In questi anni ho praticato varie tecniche di meditazione e ciò mi è stato di aiuto nella ricerca.

Ma allora è così semplice?
Nella teoria sì, nella pratica un po’ meno, nel senso che mi ci è voluto qualche anno per scoprire tecniche e approcci per sentirmi rilassato anche a basse temperature. Ma chi seguirà il corso sarà fortemente avvantaggiato perché proverà subito delle tecniche funzionanti che riguardano il rilassamento, il respiro, la postura, il cambiamento di consuetudini comportamentali, il sentire la propria energia.

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Ma il corpo non rischia di indebolirsi ed ammalarsi di più?
Chiarisco che non sono un medico od uno studioso dell’azione del freddo sul nostro organismo, ma semplicemente una persona che porta la propria esperienza. Penso che il nostro corpo in decine di migliaia di anni si sia adattato a vivere alle nostre latitudini seguendo le varie stagioni. In fondo sono solo alcuni decenni che con lo sviluppo delle tecnologie e l’utilizzo dei combustibili fossili nella nostra parte di mondo viviamo in ambienti ben riscaldati. Personalmente di norma non riscaldo (lo sanno bene i miei amici che d’inverno diradano le visite) ma non sono un estremista, ben venga il riscaldamento, in realtà amo il caldo ed è per questo che ho deciso di farmi amico il freddo, per non soffrirlo. Quello che sostengo è che riscaldare eccessivamente, oltre a consumare tanta energia, costare economicamente ed inquinare, non permette al nostro corpo di seguire le stagioni. Questo ci indebolisce e ci fa ammalare maggiormente perché il nostro sistema termoregolatore passa continuamente da ambienti molto caldi a freddi e non capisce più cosa deve fare.

Parlami del corso, qual è l’obiettivo?
Appena si crea un gruppo di persone interessate si parte, luogo ed orari saranno decisi in funzione degli aderenti. Io abito in Val d’Ossola ma sono disposto a spostarmi. Il corso base è strutturato in sei incontri a cadenza settimanale e si sviluppa con una parte teorica e motivazionale e soprattutto in una parte pratica, di ascolto delle sensazioni individuali e cambiamento di consuetudini comportamentali. Con un approccio graduale si arriverà a tenere le lezioni da un ambiente riscaldato ad uno non riscaldato, se le persone non scappano vuol dire che il corso ha funzionato. Si rivolge a tutti ma in particolare ai freddolosi, l’obiettivo è quello di provare soddisfazione personale nel sentirsi a proprio agio vestendosi più leggeri e riscaldando meno gli ambienti, riducendo l’inquinamento e così risparmiando.

Leggi il programma completo qui

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Dicembre 2017+Gennaio 2018, sezione Benessere Corpo e Mente

A spasso con VS – momenti di vita della redazione

Il cuore di polvere di cacao si formava pian piano sulla superficie del cappuccino di soia. Il grigio del cielo si fondeva con la facciata della chiesa ed il ciottolato della piazzetta. Qualche genitore che portava i figli a scuola e qualche impiegato di anonime ditte, attraversava quello spazio ancora silenzioso, per cominciare una delle solite giornate.

Avevo trovato libero il tavolino vicino alla vetrina. Potevo così osservare la vita cittadina che lentamente si animava e cresceva di intensità. Quasi ogni passante era intento ad utilizzare il suo telefonino come fosse l’unico legame con la vita ed il mondo. Io che scrivevo su un blocco note di carta talvolta suscitavo curiosità ed il mio smartphone giaceva spento quindi inerte sul tavolo. Il piccolo locale era ormai pieno, nonostante ci fossero dei posti fuori la temperatura non consentiva agevoli colazioni.

Mi ha sempre divertito osservare le diverse reazioni delle persone alla temperatura esterna. Vedevo passare gente con pesanti giacconi invernali chiusi fino a coprire la bocca, con l’aggiunta del cappuccio ed altri invece con una semplice giacca aperta.

Il chiasso delle chiacchiere ormai impediva di scrivere fluidamente, ma almeno sconfiggeva l’orrido silenzio interiore dei social network.

Il gruppo di studentesse aumentava sempre di più, occupavano metà del locale in un’unica tavolata per niente colorata. Sembrava infatti che i colori di moda di questo autunno fossero bianco, nero e grigio sotto varie forme e sfumature. Quel fenomeno social-commerciale chiamato “moda” continuava a mietere vittime.

Anche la pianta grassa sul mio tavolino aveva un’angolazione tale che sembrava intenta a guardare fuori per curiosare su un mondo che non era il suo.

Dovevo attendere l’orario di apertura dei negozi per poter consegnare il numero appena uscito della rivista. L’espediente di scrivere qualcosa su un bloc notes mi consentiva di occupare il tavolo con più tranquillità e nel contempo mi faceva sentire un artista di fine ottocento, intento nella sua opera.

Che scemo! Cose e sensazioni da ragazzino; però mi divertiva. Ogni tanto guardavo la titolare del bar, una signora bionda con i capelli raccolti dietro la testa. Una bella donna, di quella bellezza che sembrava un po’ altezzosa, ma stemperata dal suo lavoro manuale e di servizio al cliente, dietro al bancone.

Ormai era quasi ora di andare. Avevo già in mente il percorso, ottimizzato come distanze e tempi per riuscire a consegnare anche nelle successive cittadine. Sempreché oggi i miei punti di distribuzione non fossero particolarmente chiacchieroni. Nell’ordine erboristeria, negozio di sementi e alimenti vari, studio grafico-fotografico, supermercato bio, erboristeria, centrifugati e frullati, libri usati, insomma un bel mix di attività e persone.

Sostenete il nostro progetto!

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LOST ENCORE – La voce dei luoghi abbandonati

di Mirko Zullo

Ben tornati all’appuntamento con la riscoperta dei luoghi abbandonati e dimenticati del nostro Paese. Il progetto LOST ENCORE è nato alla fine del 2015 e si è dato proprio questa missione: riscoprire le dimore abbandonate più importanti del nord Italia.

10 Madonna delle Vigne

In questo quarto appuntamento, il viaggio del team di LOST ENCORE continua in provincia di Vercelli, per occuparsi del cosiddetto “Triangolo del Diavolo”: una misteriosa miscela di aneddoti, fatti storici e leggende che coinvolge tre località del vercellese, note sin dalle loro origini per fatti misteriosi ed inquietanti, ovvero il cimitero abbandonato di Darola, l’adiacente Principato di Lucedio e il vicino Santuario della Madonna delle Vigne. Tappa conclusiva della spedizione sarà poi Leri Cavour, affascinante borgo del tutto depredato e dimenticato.
È tra la Cascina Darola, voluta dai frati cistercensi attorno al 1400, ed il Principato di Lucedio che sorge, silenzioso e misterioso, il cimitero abbandonato di Darola. La leggenda narra che era proprio in questo cimitero che il Diavolo era solito praticare canti satanici e sabba, danzando con le streghe. Uno dei fatti più inquietanti documentati risale al 1684, quando giovani donne e suore di Lucedio, pare presero parte a dei sabba proprio all’interno del piccolo cimitero. Sempre in provincia di Vercelli, si trova anche un altro cimitero abbandonato, in località Colombara, nel comune di Livorno Ferraris.

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Non meno saturo di leggende e zone d’ombra è il Principato di Lucedio, fondato dai monaci cistercensi nel 1123, pare su di un portale infernale, seppur non esplorato dal team, poiché già zona recuperata ed adibita a visite turistiche su prenotazione. Passaggi segreti, cripte con abati mummificati e disposti in cerchio attorno ad un sigillo demoniaco e la cosiddetta “colonna piangente”, sono solo alcuni dei misteri che arricchiscono queste zone. Non ultimo, lo spartito del diavolo. Una musica, uno strumento di difesa dal demonio, ancora inciso sulle mura della vicina chiesa sconsacrata della Madonna delle Vigne, a testimonianza di un periodo di oscurità e possessione durato 100 anni… Il Santuario sconsacrato della Madonna delle Vigne è stato costruito nella prima metà del XXVII secolo ed è stato meta, in passato, di sette sataniche da tutta europa. La chiesa, così come l’Abbazia di Santa Maria di Lucedio, è costruita su pianta a “croce capovolta”, ed è proprio al suo interno che si trova, appunto, il famoso spartito del diavolo. Infatti, oltre ad un esorcismo compiuto in gran segreto, a maggior riprova dell’imprigionamento del demonio, venne composta una musica, un brano che, secondo i racconti popolari, avrebbe potenzialità magiche ed esoteriche. Forse non a caso, decriptando le note presenti sullo spartito e sostituendo ad esso delle lettere, compaiono tre parole precise: Dio, Fede ed Abbazia. Non ultimo, i tre accordi iniziali sono canonici accordi di chiusura di un’esecuzione. Insomma, se lo spartito suonato in un senso imprigiona il demonio, suonato al contrario… Ma gli stupri della nostra memoria non conoscono vergogne.

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Spostiamoci dunque, in chiusura di esplorazione, a Leri Cavour, poco distante da Lucedio. Un piccolo paese dove si trova la residenza campana del Conte Camillo Benso di Cavour, oggi spesso utilizzata come fortino finale da conquistare nelle battaglie di soft-air. Una volta, tra queste mura, c’era anche una statua a lui dedicata. La testa della statua del Conte è stata decapitata e mai più ritrovata. Lo stato attuale di degrado di Leri Cavour ha origine negli anni ‘80 del secolo scorso, quando l’Enel decide di costruire la seconda centrale nucleare a ridosso di Trino Vercellese. Per circa quindici anni la società instaurerà nel borgo gli uffici logistici e amministrativi necessari. Ma nel 1987 arriverà il Referendum che bloccherà del tutto il progetto. Alla fine degli anni ‘90 finalmente Enel svuota gli uffici nel borgo e sarà da questo momento che l’intero paese, ancora di proprietà di Enel, inizierà ad essere saccheggiato e vandalizzato senza alcun rispetto storico e civile. Leri Cavour sarà poi venduto all’Amministrazione per la simbolica cifra di circa 1.000 euro. Nel 2011, in occasione dei 150 dell’Unità d’Italia, alcuni finanziamenti hanno agevolato diverse opere di recupero e di parziale messa in sicurezza della dimora cavouriana, ma ciò non è bastato per salvare questo piccolo splendido tesoro del nostro bel Paese. Piccolo borgo, tra l’altro nemmeno inserito nei “Percorsi cavouriani”. Un luogo simbolo dell’unità d’Italia, un luogo dove la storia si è fatta per davvero e che oggi rispecchia il mal rispetto che i cittadini hanno verso il proprio passato, verso le proprie origini. Responsabilità anche e soprattutto dello Stato, che avrebbe dovuto fermare per tempo un insulto così grande.
Come sempre, potete seguire ed avere tutte le informazioni su LOST ENCORE tramite la pagina Facebook ufficiale, oppure riguardando tutte le losteggiate della prima stagione sul canale LOST ENCORE di YouTube. Per altre informazioni, domande o segnalazioni, potete invece scrivere alla casella mail: lostproductiontv@gmail.com.

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Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Dicembre 2017+Gennaio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

WEDO FabLab – Pallet Design Contest

di Massimiliano Ferrè

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Si chiama Matteo Di Riso il vincitore del “Pallet Design Contest”, indetto da WE DO FABLAB tra i mesi di Ottobre e Novembre. Al concorso, che ha visto la preziosa sponsorizzazione di Vivere Sostenibile Alto Piemonte, hanno partecipato nove makers – tra uomini e donne – tutti con progetti differenti e innovativi.
La sfida lanciata dall’Associazione WE DO FABLAB, che da anni si occupa di diffondere la cultura del “fai da te” e del riciclo, consisteva nell’ideare una serie di tavoli partendo dai bancali industriali (chiamati anche “pallet”): smontando, modificando e assemblando le assi di legno di cui sono composti infatti si possono realizzare a costo zero scaffali, tavoli, sedie, porta vasi, ecc… Nel laboratorio condiviso per la fabbricazione di Bellinzago Novarese, la necessità era quella di avere dei tavoli da utilizzare per i corsi di formazione ed i workshop… da qui il concorso aperto al pubblico!
Il team di valutazione, composto da Massimiliano Ferré (presidente Associazione WE DO FABLAB), Andrea Barcheri (Make-Arch) e Luca Papini (Luca Papini Design Studio), ha valutato i progetti in base al Concept (idea, presentazione grafica, chiarezza delle informazioni) e al Design (fattore economico, modularità, mobilità, funzionalità), premiando in particolare chi mostrasse delle soluzioni complessive prendendo in considerazione il Layout dello spazio.
Matteo, oltre a vincere il premio in denaro (200 euro), si riserva la possibilità di utilizzare 100 crediti sulle lavorazioni CNC presso il laboratorio di Via A. Antontelli 29. È Andrea Barcheri che si occupa della realizzazione delle postazioni di lavoro, assistito dal vincitore Matteo Di Riso.
Riutilizziamo gli oggetti generalmente considerati obsoleti per dargli una seconda vita: We Do Fablab è anche questo! Sul sito www.wedofablab.it è possibile visionare parte dei progetti candidati con foto e punteggi.

Nota della Redazione: siamo felici di aver partecipato al contest di WEDO Fablab, per vari motivi. La messa in condivisione di risorse ed apparecchiature, l’utilizzo di materiali riciclati, la possibilità di imparare ad utilizzare software e strumenti innovativi per dare forma alle proprie idee. Ci è sembrato importante, utile e stimolante.

San Domenico di Varzo – Alpe Devero: il collegamento sciistico risorge dalle ceneri

di Fabio Balocco

Manufatti e Crevandone

Erano gli inizi degli anni settanta dello scorso secolo: un’epoca di vacche grasse per lo sci (allora si parlò persino di “piccola glaciazione”) e si era convinti che la “valorizzazione” della montagna transitasse dai comprensori sciistici, che più grandi erano e meglio era. Nella vicina Francia videro la luce i domaines skiables, stazioni sciistiche create dal nulla, o meglio, dalla natura incontaminata (si fa presto a dire “nulla”) in varie zone delle Alpi Occidentali. Fu allora che nacque in Piemonte anche il VE.DE.FOR. cioè il progetto di un comprensorio sciistico del tutto nuovo che prevedeva il collegamento tra Alpe Veglia, Alpe Devero, Val Formazza, nel nord della regione, in Val d’Ossola. 113 chilometri di piste e persino impianti per lo sci estivo, dove vi erano solo pascoli e natura incontaminata, a parte alcuni impianti idroelettrici. Forse per la complessità ed il gigantismo dell’operazione il progetto però non fu mai attuato nella sua interezza e venne realizzata solo una stazione sciistica in località San Domenico, in comune di Varzo.

Il Lago e la corona rocciosa dell'Est

Ora, in un’epoca in cui lo sci si salva solo grazie alla “neve programmata”, finché questa durerà (occorrono temperature costanti sotto lo zero per fabbricarla…) e dopo una delle ennesime stagioni torride e siccitose, viene riproposto un collegamento sciistico in zona e precisamente un collegamento fra la predetta stazione di San Domenico e l’Alpe Devero. Peccato che nel frattempo l’Alpe Veglia e l’Alpe Devero siano diventate aree protette della Regione, e che proprio grazie alla tutela si sia sviluppato un turismo dolce sia estivo sia invernale, fatto di ciaspolate, sci di fondo, scialpinismo, escursioni.
Grazie a questo, saputo dell’araba fenice del progetto, tre albergatori del Devero hanno scritto una bella lettera alla Regione Piemonte ed a Mountain Wilderness (che si è mossa per denunciare la follia, con Pro Natura a ruota) e Legambiente, in cui, premesso che la loro zona si è sviluppata proprio grazie a questo turismo compatibile con il territorio, concludono: “Crediamo che la realizzazione di questo collegamento comprometterà inesorabilmente la bellezza di queste montagne e il modello di sviluppo perseguito in questi anni, rendendo l’Alpe Devero una località turistica alpina uguale a tante altre.”
Peccato che il collegamento dovrebbe transitare in una zona che è posta all’interno della Rete Natura 2000 della regione e nei siti della Natura 2000 sia vietato “realizzare nuovi impianti di risalita a fune e nuove piste da sci, fatti salvi gli interventi di adeguamento strutturale e tecnologico necessari per la messa a norma degli impianti esistenti e di razionalizzazione di comprensori sciistici che determinino la sostituzione e/o la riduzione numerica degli impianti esistenti e modesti ampliamenti del demanio sciabile che non comportino un aumento dell’impatto sul sito.”
Peccato che il Piano Paesaggistico della Regione, recentemente approvato, preveda la tutela dei crinali (e il progetto dovrebbe appunto attraversare un crinale, quello del Monte Cazzola).
Insomma, il progetto, oltre che antistorico, oltre che una follia dal punto di vista meramente economico del Devero, non è fattibile alla luce dell’attuale normativa. Riesce difficile pensare che i politici si possano inventare qualcosa perché vada a compimento, anche se dietro pare esserci la potenza di fuoco di una finanziaria svizzera ed anche se il sindaco di Baceno (area PD come la Regione), comune sotto il quale ricade il Devero, pare favorevole. Stiamo alla finestra.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Dicembre 2017+Gennaio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

Festeggiare in un altro mo(n)do

di Enrico Marone

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Ci siamo quasi. Qualche attività commerciale parlava di Natale già un mese fa, come se fosse un normale appuntamento di lavoro, una fiera. È un periodo dell’anno che è diventato strano. All’intimità e riunione della famiglia per ritrovare affetti e formulare buoni propositi (sembra retorico eh?) per il futuro, si è volgarmente sovrapposto il “circo” commerciale. Che si è subdolamente infiltrato nei nostri sentimenti e ci ha riempito delle cianfrusaglie che si porta appresso. Generalizzare non è corretto, ma vedere come si trasformano e cosa offrono i centri commerciali e moltissimi negozi in questo periodo, porta automaticamente a farlo. Da festa di gioia e raccoglimento è stata trasformata in puro scambio commerciale, in ogni suo aspetto. Mi meraviglio che non ci siano ancora spot pubblicitari con i personaggi del presepe in abiti firmati o che arrivino su fiammanti auto sportive a vedere la nascita del bambinello. Del povero Babbo Natale non ne voglio parlare, ormai da anni testimonial involontario di una nota bibita (perchè glielo abbiamo permesso? A proposito Babbo Natale è sempre stato ciccione e vestito di bianco e rosso?).
Il risultato di tutto ciò è che Dicembre, con le sue festività, è diventato il mese della spazzatura. Appena dopo Natale, enormi cumuli di immondizia (soprattutto imballaggi e cibo che viene sprecato), lo sappiamo tutti, punteggiano le nostre vie e costringono gli operatori al lavoro straordinario nei giorni di festa per liberarcene. In questa triste storia c’è un protagonista che se ne sta in disparte, avrebbe il potere di cambiare tutto, ma sonnecchia. Subisce passivamente la pressione pubblicitaria e l’annichilimento della sua creatività. Chi è?
Beh, siamo noi. Con le nostre scelte e decisioni possiamo far sì che il Natale torni ad essere una festa “pura” di emozioni, socialità, solidarietà e bene condiviso. Non abbiate paura genitori, i vostri figli apprezzeranno di più la vostra presenza che non un oggetto che il mercato ha già previsto di sostituire tra pochi mesi. Un regalo fantastico è fare qualcosa insieme. Quindi che per una volta il mercato ignorante di sentimenti e falso di passioni, stia al suo posto. Non è più bello un Natale sincero e gioioso, invece di uno che imiti malamente uno spot pubblicitario?
Buon Natale a tutti con il cuore (e buon capodanno).

È Dicembre! Natale e capodanno con Vivere Sostenibile

Siamo al 1 di Dicembre!

Cosa significa? Uscita online del numero nuovo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte!
Questo mese parleremo ovviamente del periodo natalizio, un periodo che, lo si voglia o no, fa parte della nostra cultura e diventa momento di raccoglimento. Come viverlo meglio? Non appesantitelo con l’aspettativa, non correte per acquistare nei grandi centri per tutti i parenti e amici, e non guardate con odio le persone che lo fanno, prima o poi capiranno che non è il modo giusto per vivere l’atmosfera di gioia famigliare che simboleggia… Fate voi il primo passo verso la tranquillità interiore e leggete Vivere Sostenibile!
Chissà che qualche attività che si racconta questo mese non faccia proprio al caso vostro per un regalo originale e veramente utile, al cuore, alla mente, all’economia solidale!

Volete fare un regalo culturale? I nostri libri sono disponibili! Li trovate qui

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