La chiamata dell’India

di Irene Santamaria

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Certi luoghi li visiti per curiosità, per opportunità o per caso. L’India no. Lei ti chiama.
Io ci sono stata per diversi mesi e spesso volevo scappare, ma ogni volta sull’aereo del ritorno già mi mancava. Gli indiani sono tra i popoli più casinisti e disordinati al mondo e in aggiunta sono molto furbi coi turisti e la truffa è sempre dietro l’angolo. Prenotazioni annullate, pullman che vedi passare ma ti dicono che non esistono, treni stile merci in ritardo di 10 ore, cibo troppo piccante… eppure vale tutti gli sforzi. Va vissuta in maniera reale: utilizzando i loro mezzi di trasporto, mangiando il loro cibo, sopportando code, caldo e il peso dello zaino sulle spalle.
L’ultima volta ho visitato il nord: Dehli, Jaipur, Varanasi, Agra, Darjeling e Calcutta.
Dehli e Calcutta sono trafficate, cosmopolite e ricche di storia. Si cena nei caffè francesi e si va a sentire la messa coi bianchi anglicani. Jaipur è detta città rosa per le sue costruzioni polverose di quel colore, ha diverse rovine antiche con mucche e scimmie che pascolano e in alto il bellissimo forte domina la città da un lato e il deserto dall’altro.
Darjeling e Sikkim sono oasi di fresco, dove la nebbia vive tra le piantagioni di the e si può scalare il Kanchenjunga per vedre l’alba che si alza al ritmo dei tuoi passi.
Ma l’India è a Varanasi, un clichè più che motivato che vale più del Taj mahal. La città vive quasi solo dalle 19.00 al sorgere del sole. I tour alle prime luci, vi portano lungo il fiume sacro quando le ceneri dei morti vengono “sepolte” e la preghiera delle 18.00 indica che è cominciata la “movida”. Il Gange è circondato da gath: scalinate in pietra con torri e palazzi (attualmente ristoranti) su cui la notte vengono accese le pire funerarie, infatti la città è dedicata a Shiva, dio della distruzione. Se vi immaginate la purificazione nel fiume sacro simile al battesimo, rimarrete stupiti. Da tutto il mondo bisognosi e malati vengono in queste acque, dove ragazzi giocano a palla, animali bevono, i morti riprendono il ciclo vitale. Sulla riva si chiacchiera, si mangia e beve, qualcuno prega, qualcuno è lì da chissà quanto, immobile nella stessa posizione, molti vendono cibo, gadget, premonizioni.
E in mezzo a tutto questo senti l’universo o Dio per la prima volta davvero: è l’energia più potente che puoi immaginare. Questa vita così singolare, ma autentica con la sua potenza ti pervade. Sei una delle centinaia di persone che allungano la mano aspettando aiuto, sei il marajà, sei la legna che brucerà quella notte, sei la tua strada e la tua meta, sei l’energia che ti ha spinto fin lì e che non sai dove altro ti porterà.
L’India non capita per caso: è in te già prima e non ti abbandoma mai del tutto. L’India è fine e inizio di un ciclo. L’India è il viaggio per eccellenza, dentro e fuori te stesso.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Giugno+Luglio 2018, sezione Turismo Sostenibile

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La coppettazione in medicina cinese

di Paola Massi, operatrice Tuinà

Le coppette sono un antico metodo terapeutico che nel corso dei secoli, ha trovato utilizzo in numerose culture, risalendo sino a quella della Mesopotamia dove si trovano testimonianze di un medico che le utilizzava già nel 3300 a.C. Oggi la coppettazione è ormai diffusa anche in occidente dove viene particolarmente apprezzata da chi svolge attività sportiva. Cerchiamo di capire come funziona e quali sono i benefici di questa tecnica millenaria. L’utilizzo delle coppette si basa sulla teoria della Medicina Tradizionale Cinese, secondo la quale l’energia vitale – qi – circola attraverso canali ben definiti, i meridiani, che la trasportano in tutto il corpo, raggiungendo gli organi e tutti i sistemi funzionali. Secondo la concezione cinese, le malattie sopraggiungono nel momento in cui la circolazione di questa energia è alterata o bloccata. Utilizzate da sole o all’interno di una seduta di agopuntura o di massaggio Tuina (antico massaggio cinese), le coppette rappresentano un valido metodo terapeutico per ripristinare il libero fluire dell’energia.

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Esistono diversi tipi di coppette: quelle in vetro o in bambù sono “tradizionali”, ma in commercio se ne trovano anche in materiale plastico. Possono essere applicate con metodi diversi a seconda dello scopo che si vuole raggiungere: a ripetizione, strisciate o fisse. Per fare in modo che aderiscano al corpo (tipo ventosa), si scaldano inserendo una piccola fiamma all’interno che brucia l’ossigeno creando un vuoto, procedura che conferisce alla coppetta l’effetto aspirante sui tessuti. La suzione e il calore prodotto provocano un maggiore afflusso di sangue e linfa, favorendo la circolazione locale e il nutrimento degli organi riflessi collegati alle zone trattate. In questo modo si riesce a stimolare e ripristinare la circolazione dell’energia nel corpo. Grazie alla loro azione antalgica sui dolori, energetica, meccanica e circolatoria, le coppette trovano impiego in diversi disturbi
• Nelle patologie articolari e muscolari, reumatismi, lombosciatalgie, torcicollo, gonartrosi, periartriti della spalla, distorsioni, tendiniti
• Nei disturbi dell’apparato respiratorio come tosse, bronchite o asma
• Nei disturbi viscerali, quali problemi digestivi o ginecologici legati al ciclo mestruale
• Nel trattamento della cellulite, poiché mobilizzano i liquidi del corpo che vengono poi drenati con un massaggio
Naturalmente a seconda del problema che si intende risolvere, le coppette andranno sapientemente posizionate in diverse parti del corpo utilizzando la tecnica più appropriata. La coppettazione ha alcune controindicazioni. È sconsigliata in gravidanza, in caso di assunzione di anticoagulanti o in presenza di varici, in caso di dermatosi o di escoriazioni. Per quanto riguarda gli effetti collaterali, l’unica segnalazione da fare è che sulle zone della pelle dove sono state applicate le coppette, subito dopo il trattamento tendono a formarsi delle macchie rosso-violacee che scompariranno in qualche giorno. Niente di preoccupante! Sono le tossine che, mobilizzate e richiamate in superficie dalla suzione, possono essere smaltite più velocemente.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Benessere Corpo e Mente

La Corte dell’Oca apre alle idee

e cerca nuovi collaboratori per raccontare storie ai più piccoli

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La Corte dell’Oca è un’associazione culturale che propone un modello diverso d’incontro tra gli artisti e tutti coloro che amano il mondo dell’arte, un cenacolo dove espressioni artistiche diverse possono confrontarsi e crescere, per dare vita a forme espressive uniche e originali. Nata nel 2003, ha lo scopo di promuovere, favorire e sostenenre l’educazione, l’istruzione e la formazine nel campo della cultura e dell’arte e di diffondere la cultura artistica nell’ambito sociale. Creare collegamenti tra culture diverse, sviluppare i rappori tra differenti discipline artistiche, incoraggiare l’uso della creatività come stumento educativo e formativo per bambini, adulti, anziani e disabili, differenziando e adattando l’intervento. Nella sede ospitata nell’Atelier di Roberto Crivellaro, convergono artisti che trovano un ambiente favorevole allo scambio di idee, al lavoro creativo, alla conversazione e gli strumenti per la realizzazione di incisioni, libri d’artista ed ex libris, libri per bambini e molto altro.

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I fondatori della Corte dell’Oca organizzano e partecipano attivamente a tantissime iniziative, in particolare con bambini, legate all’espressività artistica, attraverso sopratutto la lettura di storie. Ad esempio, Librinfiore che si è tenuto a Comignago il 23 Aprile, giornata mondiale del libro; oppure La Piazza sui Tetti (figlio del precedente Il Portico Racconta) verso fine Settembre al Parco della Rocca di Arona. L’Associazione cerca giovani e meno giovani che abbiano spirito di partecpiazione e che da spettatori diventino attori, immergendosi e anche proponendo nuove attività e idee. Vuoi aiutare un’associazione che promuove un modo differente di esprimersi, in una società che va via via omologandosi? Vuoi lavorare con i più piccoli e mettere a frutto nuove idee e capacità, in uno scambio continuo? Vuoi copartecipare alle iniziative che rendono vivo culturalmente il tuo territorio rivolgendosi anche ai piccoli? Contatta la Corte dell’Oca per conoscere i dettagli!

Contatti: bobcrive@gmail.com
facebook: associazione culturale la corte dell’oca – il portico racconta

L’idea del reddito di base: l’uomo è creativo, giusto ed empatico

di Thomas Richter

Il cosiddetto reddito di base incondizionato**, è un importo sufficiente per vivere che viene pagato dallo Stato ad ogni cittadino per tutta la vita e che non dev’essere restituito. Immaginatevi di poter vivere senza dover guadagnare soldi. Quando ho chiesto ad alcuni amici italiani cosa ne pensassero, mi hanno risposto: “Va beh, non funzionerebbe per gli italiani, smetterebbero subito di lavorare”, ma anche nel mio paese di provenienza, la Germania, hanno risposto in modo simile e devo dire che fino poco tempo fa anch’io la pensavo così. Ma siamo proprio così pigri noi esseri umani che dobbiamo essere spinti dalla necessità di sopravvivere per impegnarci? Non c’è forse un’altra motivazione, per esempio lasciare un’impronta bella e utile per gli altri, per dare un senso alla vita?

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Però lavorare per gli altri, forse non è solo una realtà consolidata nella società moderna, ma anche profondamente voluta. Ma le condizioni, come stipendio e partecipazione al processo di produzione, magari anche la scelta di cosa viene prodotto e non solo ciò che porta soldi, devono essere giuste. Con la situazione attuale di scarsità di posti di lavoro e le prospettive dell’industrializzazione 4.0, non sembra restare altro che tornare all’ideale di autosufficienza, avere un orto e far da soli quanto possibile, come si faceva una volta prima della rivoluzione moderna. Però tornare indietro è duro, un po’ solitario e in generale dovuto alla necessità più che ad una precisa scelta. Vorremmo dispiegare i talenti, partecipare al sociale e contribuire in modo produttivo e con compenso giusto, ma esiste veramente un concetto che soddisfa tutti questi aspetti?

La risposta è , esiste un concetto che considera ed abbina gli aspetti dell’economia, della giustizia e delle proprie capacità. Questi ambiti vengono messi al posto giusto per renderli funzionanti e soddisfacenti per ogni cittadino, partendo dalla differenziazione della società nel senso del cosiddetto “organismo sociale”. Questo termine è stato creato da Rudolf Steiner*, l’ispiratore delle scuole Waldorf, dell’agricoltura biodinamica e ricercatore delle leggi animico-spirituali in tanti altri settori. Colpito dal caos generatosi a seguito della 1a Guerra Mondiale, diceva che il problema era dovuto all’ignoranza del fatto che la vita sociale richiede un’articolazione invece di essere uniforme. Vedeva la vita sociale come un organismo intero, ma faceva una suddivisione ovvero “tripartizione sociale”, poiché secondo lui, la vita sociale si compone di tre campi distinti.

Rispetto all’organismo umano che deve il suo funzionamento alla coordinazione degli organi con compiti differenziati, come il cuore, il cervello e gli intestini, sosteneva che anche il campo sociale fosse composto da tre ambiti ben distinti, anzi complementari. Questi svolgono ciascuno il proprio compito con una certa indipendenza, ma collaborano per il funzionamento complessivo totale. Sono l’economia, la politica e lo spirito individuale. Per la salute dell’organismo sociale nessuno di questi elementi può dominare gli altri. Iniziamo con le capacità individuali, i talenti e la creatività che ognuno possiede, quindi tutto ciò che ci contraddistingue dagli altri. Sono la scuola e la cultura che le promuovono, ma nel caso ideale si esprimono in tutti i settori della vita, per esempio nella professione. L’ideale di questo ambito naturalmente è la libertà.
Il secondo campo tradizionalmente è quello dello Stato, cioè la politica ma anche la giustizia, quindi tutto ciò che riguarda noi in quanto cittadini e soggetti con precisi diritti. Qui la libertà ha un senso limitato in quanto tocca quella degli altri, invece il valore più adatto è l’eguaglianza.
La terza parte è l’economia, cioè la produzione, il commercio e il consumo dei beni. Per questo ambito se riflettiamo un po’ ovviamente non serve come ideale la libertà e neanche l’eguaglianza. Cosa succede se uno dei tre sistemi diventa predominante rispetto ad un’altro? Per esempio se lo Stato prescrive i contenuti, metodi e l’accesso alla scuola, possiamo assumere che tutta l’educazione avrà lo scopo di servire agli interessi dello Stato e l’individualità dovrà sottomettersi a questi cioè magari seguendo uno schema. Se invece le ditte comandano, per esempio in quanto pagano le università, vuol dire che determinano i contenuti e accettano solo chi si sottomette ai loro interessi. Consideriamo l’individuo: se una persona domina la politica e la giustizia abbiamo una dittatura, se possiede un potere illimitato nell’economia diventa un monopolio. Se l’economia regge lo stato abbiamo l’utilitarismo, se invece al contrario c’è un’economia dello Stato, avremo il socialismo.

Tutti questi estremi sicuramente non sono desiderabili. Ma che cosa può essere l’ideale dell’economia? Ci si arriva ricordandosi alle parole della rivoluzione Francese: liberté, égalité, e fraternité. Quindi quello che manca è la fratellanza che sembra un elemento lontanissimo nell’attuale applicazione dell’economia. Infatti sembra difficile trovare un collegamento, ma Steiner offre una spiegazione stupenda quando scrive che la divisione del lavoro, realizzata sempre di più nella storia, incorpora proprio questo ideale. Poiché l’uomo, in questo sistema produttivo, non produce per se stesso ma per gli altri, porta avanti un altruismo non sentimentale, ma reale e pratico, tramite il suo lavoro. Ne risulta quindi che i tre sistemi descritti sopra, contribuiscono in modo complementare ed efficiente ad una sana vita sociale. Per riprendere l’argomento del reddito di base, questo si giustifica dalla convinzione che non solo esiste l’uomo economico oppure l’uomo politico, ma anche l’uomo individuale che vorrebbe sviluppare e manifestare le sue capacità in modo libero per il bene del tutto.

*Rudolf Steiner: https://it.wikipedia.org/wiki/Tripartizione_dell%27Organismo_sociale
**http://iniziativa-redditodibase.ch/reddito-di-base-incondizionato/

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

Il bio: così esclusivo

di Fabio Balocco

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Questo che sto scrivendo è un post da uomo della strada. Io ammetto di non avere le competenze per giudicare se quello che sto per dire sia giusto o sbagliato. Mi limito a osservare.
C’è un elemento che accomuna il bosco verticale e la pasta di Kamut. Sono molto cari. Un appartamento nel bosco verticale di Milano dell’architetto Stefano Boeri costava (sono andati a ruba) 15.000 euro al metro quadro. Le spese condominiali medie si aggirano sui 1.500 euro al mese. Decisamente più abbordabile un alloggio nel 25 Verde di Torino dell’architetto Luciano Pia. Qui siamo su circa 5.000 euro al mq.
La pasta di Kamut. Mediamente costa tre/quattro volte tanto la pasta trafilata al bronzo che adesso va tanto di moda. Mi si dirà, sì vabbè ma lì paghi il marchio registrato. Vero, ma se compro la pasta di Khorasan, che non è marchio registrato, la pago uguale se non di più. Adesso giustamente vengono recuperati grani antichi, come la varietà Senatore Cappelli o quella Gentil Rosso. Il discorso non cambia: sempre cari sono i prodotti. Eppure farebbe tanto bene mangiare questa pasta anziché quella della grande distribuzione, che pare assodato che contribuisca quanto meno all’aumento della celiachia. Farebbe anche bene abitare in città in un appartamento con tanto bel verde attorno…

In genere, tutto ciò che è bio, tutto ciò che è sano non è certamente alla portata di tutti. A Torino quel furbastro di Farinetti vendette Unieuro, per creare in città il primo supermercato del mangiare bene, Eataly, che è oramai una consolidata multinazionale del cibo. Io ogni tanto vado a comprare da Eataly, perché solo lì trovo certi prodotti, anche umili, che non hanno altrove. E ogni volta mi stupisco quando alle casse vedo i carrelli pieni e le spese fatte solo con le carte di credito. E Torino è una delle metropoli più povere della penisola.
Il discorso non è molto diverso se vogliamo acquistare i prodotti del commercio Equo e Solidale. Bio o non bio, pur non essendoci intermediari (in teoria), i prodotti Fairtrade costano decisamente di più dei prodotti che gli intermediari li hanno.
Forse questo articolo l’avrebbe dovuto scrivere il filosofo Franco Fusaro, mio collega: lui avrebbe individuato nel capitalismo e nel libero mercato la causa di questo fenomeno.
Io mi limito a osservare che tutto ciò che è bio in senso lato nella nostra società è fortemente esclusivo e non inclusivo. E mantenersi sani e in salute costa molto e, considerato il trend, saranno sempre meno le persone che se lo potranno permettere.
Io conobbi Sefano Boeri anni fa. Pranzai con lui quando ci fu la nascita di Salviamo il Paesaggio a Cassinetta di Lugagnano. Lo stimo molto. Il bosco verticale è una bella invenzione. Certo che se invece di essere abitato da rapper, D.J., calciatori, fosse abitato da poveri e immigrati all’interno di un programma di edilizia economico popolare, beh, preferirei. Quella sì sarebbe una bella rivoluzione.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

Salviamo le verdure!

di Eva Polare

In Sicilia da qualche anno associazioni come SemiNativi, gruppi informali come Sementi Indipendenti banca dei semi e privati, si adoperano per tutelare la biodiversità delle varietà da orto che rischiano di sparire. Ce ne parla Eva Polare della Rete Permacultura Sicilia.

La “questione dei semi” è ormai un argomento di dominio pubblico. Siamo per lo più a conoscenza delle multinazionali delle sementi, della loro idea di progresso e delle realtà che si oppongono a questo. Il patrimonio genetico mondiale di piante da orto si è ridotto del 90% nell’arco di 70 anni (Vandana Shiva, 2012). Anche in Italia abbiamo subito tali perdite ma, per fortuna, positivo e negativo si alternano costantemente. Da questo panorama disastrato sempre più realtà di salvaguardia emergono, recuperando la biodiversità locale.
Alla base di questa dissipazione di diversità c’è l’intramontabile dualismo tra progresso tecnologico e progressione naturale.
Da un lato, le aziende e la comunità scientifica ufficiale, si uniscono per dichiarare che il controllo della qualità delle sementi è necessario per uniformare la produzione e tutelare i consumatori, dall’altro i contadini e le comunità di salvaguardia ufficiose ricordano la necessità di diversità locale e resilienza propria degli ecosistemi, per evolverci senza finire in vicoli geneticamente ciechi. Il mercato si riempie di piantine ibride F1, i semi non registrati alla C.R.E.A. non sono commerciabili e gli, ormai anziani, contadini mettono i loro semi nel cassetto, dimenticandoli. In Sicilia da qualche anno associazioni come SemiNativi, gruppi informali come Sementi Indipendenti banca dei semi e privati, si adoperano per tutelare la biodiversità delle varietà da orto che rischiano di sparire. Il processo è simile a quello avvenuto in India con Navdanya, in Francia con Kokopelli e al nord Italia con Civiltà Contadina; si raccolgono i semi dai contadini e contadine più anziani, si rimettono in rete affidando ad ogni agricoltore e agricoltrice una sola varietà di cui si prenderà cura riproducendone i semi in grande numero.

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La punta dell’iceberg e chiara, ma cosa succede sotto?
Sotto c’è una rete, con ancora qualche buco, che include:
• Recuperare e catalogare i semi
• Testare e verificare i semi raccolti
• Conservarli nei modi adeguati
• Identificare i futuri riproduttori
• Formare nuovi riproduttori per assicurare una progenie sempre sana e vitale
• Creare una rete digitale e mezzi di comunicazione adeguati ai tempi odierni
• Comprendere le leggi in vigore e proporre alternative sostenibili
• Creare reti di consumo nei “nuovi” vegetali per assicurarne la divulgazione
Sementi Indipendenti e SemiNativi lavorano insieme per assicurare che tutti questi punti siano sviluppati in modo da creare una rete salda e duratura.
I principi su cui progettano sono quelli della Permacultura. Questo garantisce loro una visione ampia e partecipata, che costruisce verso modelli creati ad hoc per il luogo e le comunità coinvolte, garantendo, alla lunga, la resilienza tipica dei sistemi naturali. Sementi Indipendenti, banca dei semi, raccoglie e conserva varietà da orto naturali siciliane, italiane e mondiali. Tiene banchetti di distribuzione e divulgazione e organizza corsi per informare nuovi seminatori/riproduttori. Fornisce semi su richiesta e li assegna a seconda del livello di esperienza, richiedendo però i semi indietro una volta riprodotti. Semi Nativi invece si focalizza sul recupero delle sementi di orticole con più di 50anni di storia in Sicilia, recluta aziende e privati già esperti nella riproduzione per fare eseguire test, riprodurre le varietà e immettere sul mercato vecchi/nuovi vegetali. Infine tesse reti di connessioni con altri organi istituzionali, come banche del germoplasma, le università e gli altri gruppi di salvaguardia della biodiversità siciliana.

Per seguire i progetti, partecipare e divulgare puoi trovarci qui:
Sementi Indipendenti: http://www.sementiindipendenti.com
Semi Nativi: http://www.seminativi.it
Civiltà Contadina: https://www.civiltacontadina.it/
Association Kokopelli: https://kokopelli-semences.fr/
Living seed, living soil, living food: https://kokopelli-semences.fr/

Articolo di Permacultura e Transizione su Vivere Sostenibile Alto Piemonte, edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

Lotta tra razionalità ed istinto: è forse questo l’amore?

di Manuela Musso

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L’Amore, una parola che tutti conosciamo. La parola Amore racchiude in sé un mondo, una molteplicità di sentimenti ed emozioni. Amore è qualcosa di superiore al quale nessuno può rinunciare, perchè è un’energia che ci nutre, ci rende forti e ci predispone favorevolmente al mondo.

La più suggestiva storia d’amore risale al II secolo d.c. ad opera dello scrittore Apuleio, questa storia narra dell’eterna lotta tra razionalità ed istinto. I due protagonisti, la bellissima Psiche ed il Dio dell’Amore Cupido, vivono un amore non facile, contrastato da Venere, Dea della Bellezza. Psiche ed Amore dopo una serie di dure prove e fatiche, riescono a congiungersi ed a vivere in armonia ed in serenità.

Nella tradizione occidentale l’amore ha sede nel cuore, nella tradizione induista e buddista l’amore ha sede nell’Anahata Chakra, comunemente chiamato Chakra del Cuore: due mondi così lontani, ma anche così uguali.
Anahata Chakra si trova al centro del petto ed è il quarto di sette, posto a metà fra i centri energetici bassi e quelli alti; lo si può considerare un ponte di collegamento fra il corpo e lo spirito, un centro di trasformazione alchemica “il piombo che diventa oro”.
Anahata Chakra è il centro del perdono, della compassione, dell’accettazione di noi e degli altri, dei sentimenti disinteressati.
Quando questo centro energetico è in disarmonia, il collegamento e la comunicazione fra Chakra bassi e alti è distorta; al nostro interno si crea il caos da noi percepito come malessere, insoddisfazione e dolore emotivo, spesso si arriva anche al vuoto emotivo, paragonabile al gelo dell’anima. Detto ciò si comprende l’importanza di prendersi cura di questo centro energetico.

I suggerimenti che mi sento di offrire sono:

AROMATERAPIA: olio essenziale di Rosa, quest’essenza aiuta a superare la tristezza e le delusioni, scioglie i blocchi che soffocano il cuore.

CRISTALLOTERAPIA: Quarzo Rosa, mette nella giusta prospettiva il vero significato dell’amore. Ispira il perdono per sé stessi, facilitandoci la capacità di percepire ed accogliere l’amore.

Prima di salutarvi voglio ancora dirvi: “Apritevi all’amore, e tutto andrà per il verso giusto!”

Articolo di Vivere Sostenibile Network edizione Febbraio + Marzo 2018, sezione Speciale Vita di Coppia

Boschi in fiamme

di Giancarlo Fantini

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“Ha fatto più pulizia il fuoco in 3 giorni che noi in 30 anni”: così dichiarava una guardia del Parco del Campo dei Fiori di Varese, intervistato dal TGR Lombardia nei giorni dei grandi incendi in questa parte dell’Italia nordoccidentale.
“Guarda che continuano a fare… pulizia nel tuo bosco”: mi diceva in diretta telefonica un amico ascoltatore, comunicandomi nel corso del mio programma su BluRadio l’ennesimo furto di legna.
Uno degli ultimi regali che ho ricevuto è un libro, “Norwegian Wood”, il cui autore, Lars Mytting, può vantare 200.000 copie vendute nella sola Scandinavia ad un anno dalla prima uscita.
Tre notizie recenti, tre fatti accaduti in rapida successione tra loro, sicuramente non per caso. È da anni che so che nulla succede per caso, ma in questa occasione posso davvero dire di essere stato ispirato nello scrivere il mio contributo mensile a questa rivista.

Cos’hanno in comune i tre eventi sopracitati?
Un problema, il fuoco che brucia i boschi (abbandonati), che può essere visto oltre che in termini negativi, anche come una scintilla di stimolo alla conoscenza ed utilizzo di una risorsa. Ovviamente non metto in discussione la tragedia ecologica che si è consumata in questo autunno: a parte l’aumento delle famose “polveri sottili”, il danno a numerose specie animali è stato incalcolabile; come incalcolabile è (e sarà) la quantità di ossigeno che gli alberi bruciati non saranno in grado di regalarci per i prossimi 30 anni…
Ma la Storia di questo pianeta è piena di incendi colossali, prima ancora della comparsa dell’uomo: paradossalmente il loro manifestarsi (sempre per accidenti naturali) ha contribuito all’evoluzione della Flora, incrementando da un lato la selezione, fertilizzando in maniera rilevante, grazie alle ceneri, i sopravvissuti.
So che a questo punto il lettore malizioso penserà di avere a che fare con un piromane, ma la realtà è ben diversa: ho imparato (e insegno) come spesso in un problema ci sia la soluzione del problema stesso!
La lettura del prezioso libro citato prima, mi ha dato ulteriori strumenti di conoscenza e li diffonderò prossimamente: qui mi limito a sottolineare come il legno sia davvero l’unico combustibile ecologico, purché si utilizzino stufe e camini ad alta efficienza. Dai camini potrà così uscire, insieme ad un po’ di vapore acqueo, la stessa quantità di anidride carbonica accumulata dall’albero che bruciamo in tutta la sua vita!
Invece il fatto che siano in continuo aumento, soprattutto nelle zone collinari prealpine, furti di legna da ardere, ma anche di interi boschi in piedi, è un sicuro segnale che la domanda di questo combustibile sia in costante aumento. E non aggiungo altro… Che fare perciò?

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“Sarà calore” – olio e segatura – 80 x 100 – 2012
di Giancarlo Fantini

Copiare ciò che da tempo si fa nei paesi normali, semplicemente:
realizzare il censimento dello stato dei nostri boschi, la cui superficie in Piemonte è già ben oltre la loro possibilità di gestione ed aumenterà progressivamente con l’ulteriore abbandono dei coltivi;
• favorire le attività di aziende private (o la nascita di associazioni e cooperative) che si occupino della “pulizia” delle aree boscate (anche) al solo scopo di ricavarne materia prima combustibile, da utilizzare in centrali a “biomasse”, riducendo così il rischio del propagarsi del fuoco;
• agevolare la diffusione di stufe e camini, ma anche di caldaie condominiali ad alta efficienza che utilizzino il legno come combustibile.
Il tutto partendo anche dalla semplice constatazione che, dalle risaie in su, la distanza tra la “miniera verde” ed i luoghi di potenziale utilizzo del combustibile sono tali da derivarne bassi costi di trasporto.
Nel frattempo mi accontenterei di vedere pochi “alberi di Natale” tagliati prima di raggiungere almeno la maturità, al solo scopo di stare per un paio di settimane a far bella mostra di sé.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Dicembre+Gennaio 2017/2018, sezione Scelte Ecosostenibile

Piccola Banda di Cornamuse

a cura della redazione

La Piccola Banda di Cornamuse nasce nel 2012 attorno ad uno strumento musicale che ha visto una rinascita che va oltre i confini della sua regione di origine ed una diffusione a livello europeo in costante crescita: la “musette”, cornamusa del centro Francia.

Al contrario della “Highland Bagpipe” (la cornamusa scozzese), la “musette” non ha una tradizione bandistica, tanto meno militare, ma si presta maggiormente ad arrangiamenti in polifonia grazie alle differenti taglie di questo strumento. Composta da una decina di musicisti provenienti dal nord-ovest d’Italia, è su questo gioco polifonico che la banda basa il suo sound in un repertorio che spazia da quello specifico delle cornamuse del centro Francia a musiche della tradizione italiana, inglese e scandinava, integrato da composizioni originali per “musette” e adattamenti di brani provenienti da altri mondi musicali.

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Dopo 5 anni di attività musicale è uscito il 15 novembre “Siamo qui a cantar la Stéla”, primo CD della Piccola Banda di Cornamuse, in gran parte registrato lo scorso mese di giugno presso la Chiesa della Natività della frazione verbanese su iniziativa di uno dei suoi componenti, Ermanno Pinna, residente a Intra e appassionato di cornamuse da oltre vent’anni. Impreziosito dalla voce di Caterina Sangineto, dall’organo da chiesa e Hammond di Marc Novara e dall’utilizzo di altri strumenti, l’album, frutto di approfondite ricerche sulle fonti storiche, raccoglie arie e canti natalizi di varia provenienza europea: noëls francesi legati alla questua dell’Avvento, melodie tradizionali italiane, carols inglesi e un brano di composizione.

Il cd è reperibile presso la libreria Libraccio e il negozio Bioè di Intra, oppure direttamente telefonando al 338 38 37 418, mentre lo si può ordinare  sul sito dell’etichetta discografica, www.felmay.it, o acquistare in formato digitale su iTunes e altre piattaforme di vendita online. Per maggiori informazioni la banda ha un proprio sito web, www.piccolabandadicornamuse.it, e una propria pagina Facebook.

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Articolo inedito di Vivere Sostenibile Alto Piemonte

Sentire il freddo per non avere freddo – PerCorso di Amicizia con il Freddo

intervista a Giovanni Guerra

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Giovanni, ho saputo che stai proponendo un corso particolare, come ti è venuta l’idea?
Una sera a casa da solo, sentivo la voglia di esprimere qualcosa di me e, forse aiutato dalla sola luce della candela, ho sentito di proporre quello che in 25 anni ho appreso a proposito del rapporto con il freddo. Ovvero di non combatterlo con vestiti e riscaldamento eccessivi, ma farmelo amico in modo che non mi dia sofferenza.

Cosa vuoi dire, che ci vogliono 25 anni per imparare a non soffrirlo?
No, ci vuole molto meno, secondo me per l’80% dipende da quanto ci mettiamo a cambiare il nostro atteggiamento mentale ed il resto è adattamento fisico, ma questo arriva da sé.

Come hai cominciato?
Durante un trekking attorno all’Annapurna notavo le persone locali che camminavano a piedi scalzi pur con basse temperature ed ho cominciato a pensare che il nostro fisico e la nostra mente possono adattarsi ad ogni condizione. Tornato a casa ho deciso di portare solo sandali e vestiti leggeri in ogni stagione. Così è iniziata la mia ricerca ed un grosso aiuto me lo ha dato una frase di Gandhi che afferma che un nemico l’hai veramente sconfitto quando non è più un nemico ovvero quando te lo sei fatto amico. Ho quindi compreso che dovevo cambiare il mio approccio mentale rispetto al freddo. In questi anni ho praticato varie tecniche di meditazione e ciò mi è stato di aiuto nella ricerca.

Ma allora è così semplice?
Nella teoria sì, nella pratica un po’ meno, nel senso che mi ci è voluto qualche anno per scoprire tecniche e approcci per sentirmi rilassato anche a basse temperature. Ma chi seguirà il corso sarà fortemente avvantaggiato perché proverà subito delle tecniche funzionanti che riguardano il rilassamento, il respiro, la postura, il cambiamento di consuetudini comportamentali, il sentire la propria energia.

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Ma il corpo non rischia di indebolirsi ed ammalarsi di più?
Chiarisco che non sono un medico od uno studioso dell’azione del freddo sul nostro organismo, ma semplicemente una persona che porta la propria esperienza. Penso che il nostro corpo in decine di migliaia di anni si sia adattato a vivere alle nostre latitudini seguendo le varie stagioni. In fondo sono solo alcuni decenni che con lo sviluppo delle tecnologie e l’utilizzo dei combustibili fossili nella nostra parte di mondo viviamo in ambienti ben riscaldati. Personalmente di norma non riscaldo (lo sanno bene i miei amici che d’inverno diradano le visite) ma non sono un estremista, ben venga il riscaldamento, in realtà amo il caldo ed è per questo che ho deciso di farmi amico il freddo, per non soffrirlo. Quello che sostengo è che riscaldare eccessivamente, oltre a consumare tanta energia, costare economicamente ed inquinare, non permette al nostro corpo di seguire le stagioni. Questo ci indebolisce e ci fa ammalare maggiormente perché il nostro sistema termoregolatore passa continuamente da ambienti molto caldi a freddi e non capisce più cosa deve fare.

Parlami del corso, qual è l’obiettivo?
Appena si crea un gruppo di persone interessate si parte, luogo ed orari saranno decisi in funzione degli aderenti. Io abito in Val d’Ossola ma sono disposto a spostarmi. Il corso base è strutturato in sei incontri a cadenza settimanale e si sviluppa con una parte teorica e motivazionale e soprattutto in una parte pratica, di ascolto delle sensazioni individuali e cambiamento di consuetudini comportamentali. Con un approccio graduale si arriverà a tenere le lezioni da un ambiente riscaldato ad uno non riscaldato, se le persone non scappano vuol dire che il corso ha funzionato. Si rivolge a tutti ma in particolare ai freddolosi, l’obiettivo è quello di provare soddisfazione personale nel sentirsi a proprio agio vestendosi più leggeri e riscaldando meno gli ambienti, riducendo l’inquinamento e così risparmiando.

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Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Dicembre 2017+Gennaio 2018, sezione Benessere Corpo e Mente