Olio di palma: il prezzo nascosto di una filiera insostenibile – prima parte

di Mirko Busto, ricercatore e ingegnere ambientale

Olio di palma sì, olio di palma no. Nel marasma di notizie pubblicate durante questi mesi, a favore o contro questa sostanza, molto spesso ci si è concentrati sul singolo particolare invece che sull’insieme. La questione olio di palma meriterebbe invece uno sguardo più ampio, in quanto le conseguenze negative del suo utilizzo impattano enormemente in molti ambiti diversi ma collegati tra loro: la filiera dell’olio di palma è insostenibile dalla coltivazione, alla lavorazione, al consumo. E sempre più studi e ricerche ormai lo dimostrano. L’unico motivo per cui una parte dell’industria continua a insistere sull’olio di palma è la sua economicità. L’olio di palma è conveniente. Ma mentre alcune multinazionali da decenni si arricchiscono utilizzando questa sostanza – ormai onnipresente in alimenti, cosmetici, prodotti per l’igiene, biocombustibili etc. – c’è chi ci ha perso e continua a perderci parecchio.

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Land grabbing
La rincorsa all’olio tropicale ha comportato e tuttora comporta l’accaparramento di terre da parte di multinazionali agroindustriali e governi stranieri ai danni di comunità locali di diversi Paesi del sud del mondo: dopo l’Indonesia ora è il turno di Africa e Sud America. Il fenomeno del land grabbing è stato recentemente denunciato da varie ong e associazioni, tra queste la Conferenza Episcopale del Camerun, CALG – Coalition Against Land Grabbing, Aman l’organizzazione per la difesa dei diritti dei popoli indigeni, Grain, Source International, Oxfam e Rettet den Regenwald, solo per citarne alcune. Nel 2016, per la prima volta, la Corte Penale Internazionale ha equiparato i crimini ambientali e il land grabbing, ossia i crimini commessi in tempo di pace in nome del profitto, agli altri crimini di guerra: crimini contro l’umanità. Di cui anche l’olio di palma è complice.

Deforestazione e inquinamento
Oggi, a causa della crescente domanda mondiale di olio di palma la distruzione di foreste per far posto alla coltivazione di palme da olio coinvolge sempre più nazioni (se ne contano 43), con importanti impatti sull’ambiente e sulla biodiversità. A partire dal 1989, i maggiori tassi di deforestazione sono stati registrati nel Sud-Est asiatico, in particolare in Indonesia e Malesia, dove più della metà di tutte le palme da olio sono coltivate su terreni sottratti alle foreste (solo in Indonesia sono andati persi 6 milioni di ettari di foresta tropicale in dieci anni) e, in particolar modo, delle torbiere, aree in grado di assorbire grandissime quantità di anidride carbonica e di incidere in maniera significativa nella regolazione del clima. L’inquinamento dei suoli e delle acque, a causa del massiccio uso di pesticidi nelle coltivazioni e l’inquinamento dell’aria provocato dal continuo propagarsi di incendi per far spazio alle piantagioni è arrivato a livelli insostenibili. Basti pensare che, a causa di questa produzione, Paesi neanche lontanamente industrializzati come l’Indonesia hanno conquistato in pochi anni il podio nella classifica dei maggiori inquinatori al mondo, raggiungendo i livelli di Cina e Stati Uniti per emissione di gas serra. Oggi, dopo aver distrutto questi due Paesi, l’industria dell’olio di palma si sta spostando in altri luoghi. Il problema infatti sorge con il tempo: le palme da olio coltivate in questi terreni ne prosciugano la parte fertile e dopo una ventina d’anni ne rendono impossibile l’impiego. L’unica soluzione è l’abbandono. E con una domanda di olio di palma sempre crescente non resta che colonizzare altri territori.
Per il futuro, le più grandi aree di foresta tropicale prese di mira da questa industria sono in Africa e in Sud America, dove oltre il 30% delle foreste all’interno di terreni adatti per le piantagioni di palma da olio è senza protezione. La denuncia arriva dalla Duke University che in uno studio pubblicato sulla rivista PLoS ONE, che ha preso in considerazione 20 paesi e analizzato circa 25 anni di immagini ad alta risoluzione di Google Earth e del satellite Landsat, ha formulato una previsione, sulla base di modelli, di dove è più probabile che in futuro si verifichino le maggiori deforestazioni, a causa di assenza di politiche di tutela.

La seconda parte dell’articolo vi aspetta sul prossimo numero di
Vivere Sostenibile Alto Piemonte!

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Marzo 2017, sezione Speciale Alimentazione Naturale

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