Un’ “eco-logica” per un sano egoismo

di Rossana Vanetta

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Riflessione personale. Forse poco logica o forse “eco-logica”: a voi la sentenza.
Nella nostra vita sentiamo nominare quasi quotidianamente l’aggettivo “ecologico/a”: dalla busta della spesa alla raccolta differenziata, dalla maglia in cotone bio alla crema per il viso e persino al supermercato siamo invitati a scegliere tra la carta igienica tradizionale e quella ecologica.
Scelte, di questo si tratta in fondo: a noi l’ultima (grande) responsabilità di un acquisto o un’azione in linea con i precetti dell’ecologia.
Io penso che questo termine e le prescrizioni connesse suonino alle orecchie della maggior parte delle persone come un’imposizione o qualcosa di noioso. Vorrei capirne il motivo.
L’imperativo dell’ecologismo è il rispetto dell’ambiente, della natura. E l’ambiente, questo sconosciuto, è qualcosa che spesso consideriamo esterno a noi e alle nostre vite, come se vivessimo in una bolla che ci isola dal mondo. Quindi, perché prenderci cura di qualcosa che non ha a che fare con noi? Fino a qui il discorso sembrerebbe non fare una piega, ma io ci vedo una grande fallacia, ed è qui che, a mio avviso, dovrebbe subentrare un po’ di “eco-logica” -passatemi il neologismo-: comprendere, per cominciare, la continuità tra noi e l’ambiente. Pensiamo ad esempio a quei fenomeni che accadono in ogni istante della nostra vita, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto: la respirazione, gli scambi chimici che avvengono a livello epidermico, la trasformazione del cibo che ingeriamo ecc… tutto ciò ci suggerisce l’indissolubile ed indispensabile connessione con l’ambiente circostante. La natura non è quindi qualcosa che non ci riguarda, ma un’appendice del nostro corpo. In quest’ottica, il rispetto dell’ambiente non è più una scelta fatta per buonismo, ma per sano egoismo.
E allora, ripensando ai consigli ecologici, ciò che prima mi appariva come una costrizione e talvolta una privazione, diventa ora un’occasione di benessere.
Credo quindi che abbiano ragione i nativi americani quando si sentono figli di Madre Terra e Padre Cielo o la spiritualità indiana, che ci insegna la consapevolezza dell’unità e la correlazione tra tutti i fenomeni naturali. D’altronde, anche le ultime scoperte della meccanica quantistica confermano questa interdipendenza: l’universo non è una “collezione di oggetti fisici separati, bensì una complicata rete di relazioni tra le varie parti di un tutto unificato” (Il tao della fisica, F.Capra).
Per tornare ai nostri giorni, esiste una corrente psicologica che si interessa del profondo legame tra uomo e ambiente: si chiama ecopsicologia e sostiene che “l’impegno per curare la Terra e quello per curare noi stessi diventano due facce della stessa medaglia” proprio perché “quando la natura sta male, stiamo male anche noi. La psicologia sta cominciando adesso a riconoscere e studiare la correlazione tra l’alienazione dell’ambiente naturale e malessere psichico” (Ecopiscologia, M.Danon).

Il rapporto tra il benessere dell’ambiente e quello dell’individuo, del macrocosmo e del microcosmo, è proprio il punto chiave della mission di Vivere Sostenibile.
Dal successo della nostra rivista, che abbiamo raggiunto in soli sei mesi (6.000 copie stampate mensilmente, 170 punti di distribuzione selezionati e più di 1.000 like alla nostra pagina facebook) mi rendo conto di non essere la sola a pensarla in questo modo e che esiste una rete di persone disposte con piacere a scegliere (di) “Vivere Sostenibile”.
Voglio ringraziare singolarmente ognuno di voi, ogni persona che sceglie di leggerci e di vivere la cura del pianeta come una scelta di rispetto verso se stessi.
Buona lettura!

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