MONTE FENERA – Il rilievo della bassa Valsesia (Colma di Valduggia -VC-)

di Mauro Carlesso – scrittore e camminatore vegano

Il Monte Fenera si impone come un totem piantato nella bassa Valsesia. Emerge monolitico a testimonianza dell’antico supervulcano nascondendo tra la rigogliosa vegetazione, fenomeni carsici con grotte di notevole rilevanza. Il Fenera è quindi un luogo che va ben oltre l’apparente “semplice elevazione” in quanto contiene in se caratteristiche geologiche, fossili, faunistiche, floreali e botaniche di notevole importanza che meritano di essere scoperte. Una fitta rete di sentieri imbriglia il Fenera ma salirci dalla Colma comodamente, con poco dislivello, nella stagione in cui la neve è appena andata via e la flora comincia a ricoprirne i versanti è una piacevole ed emozionante esperienza.

valduggia fraz colma

frazione Colma di Valduggia

La scheda
Località di partenza: Colma di Valduggia (mt.696) –VC-
Località di arrivo: Colma di Valduggia (mt.696) –VC-
Cime sul percorso: Monte Fenera –Punta Bastia-(mt. 899) e Punta San Bernardo (894 mt.)
Dislivello: mt. 200 circa
Tempo di percorrenza: ore 2,30 (soste escluse)
Difficoltà: T
Periodo: Sempre (da evitare l’estate per il caldo e la bassa quota)

L’itinerario
Con l’autostrada A26 uscire a Romagnano Sesia, continuare sulla SS 299 proseguendo verso Grignasco, superare Borgosesia e seguire le indicazioni per Valduggia. Poco prima di entrare in paese imboccare a destra la strada che con alcuni chilometri di salita conduce alla frazione Colma dove, a bordo strada, si lascia l’auto. Da qui si volge in direzione del Monte Fenera, lungo un tratto di strada asfaltata che porta alla chiesetta di S.Antonio, nei pressi del cimitero. Di fianco si innalza il poderoso campanile, a destra scende l’itinerario 764. Si prosegue su sterrata sul fianco sud-est del monte, lasciando a destra l’itinerario 772 che sale direttamente al Fenera. Si continua fino a raggiungere la dorsale sud della montagna stessa, dove si incrocia l’itinerario 771. Ci si inoltra sul fianco ovest seguendo la mulattiera, si tralascia a sinistra, in discesa, il sentiero per Cascina Spada e si continua, sempre in leggera salita, fino ad incrociare l’itinerario 769. Si prosegue ancora e si esce con una breve salita sul piccolo spiazzo dove rimangono tracce dei lavori di scavo ed alcuni blocchi sbozzati, residui della Cava di Arenaria. Buon panorama sulla valle dello Strona da Valduggia a Cellio fino a Borgosesia e sulla cerchia alpina. Un sentiero più incerto si innalza sul pendio del monte e raggiunge la cima est del Fenera dove è eretta la chiesa di S.Bernardo. Buon panorama in particolare verso Est. Si scende in breve alla sella dove convergono i sentieri 769 e 772 e con un breve tratto in salita si raggiunge la cima principale denominata Punta Bastia, con la grande croce in pietra, e dalla quale si gode un superbo panorama circolare sulle alpi e sulla pianura. La discesa può avvenire direttamente da questa cima lungo l’ampio sentiero che poco sotto si innesta sul 769 che abbiamo percorso all’andata.

croce punta bastia

croce punta Bastia

La nota storica
Camminare sul Fenera ha un significato geologico importante ed affascinante. La natura calcarea e i movimenti orogenetici avvenuti nell’Era Terziaria, hanno fessurato in profondità le rocce carbonatiche e permesso all’acqua di penetrare all’interno della montagna scavandovi grotte e caverne che invitano all’esplorazione. Dal punto di vista storico le grotte sono un ambiente eccezionalmente ricco di reperti paleontologici. Sono stati infatti rinvenuti moltissimi resti fossili dell’orso delle caverne (Ursus Spelaeus, estintosi 20.000 mila anni fa) che sfruttava queste cavità come riparo nei periodi invernali. La lunga frequentazione di uno stesso sito, durata anche diversi secoli, avrebbe portato all’accumulo di tutte le ossa fossili rinvenute nel corso delle numerose campagne di scavo. Nel corso delle sistematiche esplorazioni sono state anche trovate prove dirette della presenza dell’uomo di Neanderthal (Homo neanderthalensis), vissuto in questi luoghi circa 50.000 anni fa, una specie che ha affiancato per qualche millennio la nostra stessa specie (Homo sapiens) sul territorio europeo: nel 1989 sono stati trovati due denti di probabile appartenenza a un uomo di Neanderthal, forse unici nell’Italia dell’arco alpino settentrionale.

san bernardo

San Bernardo

Per un pranzo al sacco Veg
Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: insalata di patate, cipolla di Tropea con olive taggiasche e capperi.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Febbraio+Marzo 2018, sezione Turismo Sostenibile

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Un balcone sul Mottarone, la montagna dei milanesi. Monte Falò (Coiromonte – NO -)

di Mauro Carlesso – scrittore e camminatore vegano

Percorrere a piedi le montagne d’inverno ha sempre un fascino particolare. E non devono per forza essere quelle imponenti, di alta quota. Quelle che si possono percorrere d’inverno, per assaporare quel gusto speciale che d’estate si dissolve, possono essere anche quelle facili, docili, appena fuori di casa e che alle volte a torto, snobbiamo. Rientra tra queste il Monte Falò, montagna dal nome austero ed evocativo che sulle guide resta impietosamente declassato ad “altura”. Ma camminare sulla sua cresta invernale comoda e facile ci conduce la mente ed il cuore alle grandi montagne ed ai grandi orizzonti ai quali, sempre, si finisce per affezionarsi.

mappa 3 gobbi

La scheda
Località di partenza: Coiromonte (mt.820) –NO-
Località di arrivo: Coiromonte (mt.820) –NO-
Cime sul percorso: Monte Falò (mt. 1.080)
Dislivello: mt. 260 circa
Tempo di percorrenza: ore 2 (soste escluse)
Difficoltà: T
Periodo: Sempre (sconsigliata d’estate per la bassa quota)

monte falo orizzonte

L’itinerario
Dall’A26 uscire a Carpugnino, seguire per Gignese e proseguire per Armeno/Orta fino a Sovazza, dove si svolta a destra per Coiromonte. Poco prima del centro dell’abitato si prende una ripida salita a destra che dopo poche centinaia di metri scollina verso Armeno. A questo punto, di fronte ad un agriturismo, si lascia la macchina e si prende la sterrata a destra (indicazioni). Si continua a salire tenendo la destra ai bivi. Si cammina piacevolmente su sterrate tra luminosi boschi di betulle. Si raggiunge un cartello con l’indicazione “3 montagnette sasso”. Sempre in salita su larga pista sterrata si sbuca sul larghissimo crinale erboso, dove appare il panettone del Monte Falò di fronte e noi. Da qui si può salire direttamente alla vetta per prati in pochi minuti. Oppure continuare sulla sterrata fino a raggiungere la dorsale ovest del monte risalendo la quale con piacevole camminata di cresta si toccano una dopo l’altra le tre elevazioni (3 montagnette) che costituiscono la cima. Da qui il panorama a 360° è mozzafiato, col Mottarone che appare vicinissimo ed il Monte Rosa imponente dietro di noi. La via di discesa può ripercorrere liberamente una o l’altra via percorsa in salita.

cresta 3 gobbi

La nota storica
Camminare in questo territorio significa essere al cospetto del Mottarone (1.492 mt.), montagna complessa e discussa per gli accessi stradali, per le costruzioni affastellate sulla vetta (seconde case, alberghi, stazioni radio e meteo, impianti di sci e ottovolanti). Per i puristi della montagna non c’è scampo: vetta da evitare! Ma il Mottarone ha una storia nel turismo assai nobile. Da fine ottocento a metà del novecento, propugnata con fervore dall’avvocato valsesiano Orazio Spanna, era la montagna della Belle Epoque milanese e non solo. Quello del Mottarone era, allora, un turismo d’élite. Gli aristocratici di Milano facevano della vetta del Mottarone la loro montagna dalla quale poter ammirare la loro Milano e, nelle giornate terse, il brillio della Madunina…
La presenza sulla vetta del Grand Hotel Mottarone risultava un’attrattiva non da poco per gli intrepidi turisti che potevano raggiungerlo però faticosamente salendo a piedi da Stresa, con l’aiuto di carri trainati dai buoi dei contadini per il trasporto di bauli e valigie. Dal 1911 la salita divenne più agevole e decisamente più aristocratica con l’inaugurazione di un glorioso trenino a cremagliera a trazione elettrica (il primo impianto del genere in Italia) rimasto in funzione fino al 1963, quando entrò in servizio l’attuale funivia che, con partenza direttamente dal Lago Maggiore, raggiunge la vetta in soli 20 minuti.

Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: radicchio con champignon raw (in olio e limone)

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Dicembre+Gennaio 2017/2018, sezione Turismo Sostenibile

Da casa a ecovillaggio – un progetto per Zuccaro, Valsesia

di Francesca Farina

È dal concetto di co-housing che ho iniziato a pormi delle domande su come più individui potessero vivere insieme, condividendo spazi e beni; un’idea difficile per una società individualistica come la nostra. Il co-housing è un’evoluzione del vivere comunitario, strutturato in spazi condivisi e altri privati, per ottimizzare l’utilizzo di fonti di energia, dei beni di consumo e dell’organizzazione del tempo libero attraverso la suddivisione delle mansioni all’interno dell’abitazione. Questo è stato il punto di partenza che mi ha portato a conoscere la realtà degli ecovillaggi, dove alla base del vivere assieme in più persone di nuclei familiari diversi, si unisce uno stile di vita ecosostenibile, in sintonia con la natura, facendo della terra (nella maggior parte dei casi) la principale fonte di sostentamento. L’idea di uno stile di vita ecosostenibile ed immerso nella natura è per me un punto fondamentale, che nasce anche dal periodo storico che stiamo vivendo, dove finalmente inizia ad esserci una sensibilizzazione forte verso il benessere del pianeta e dopo tanto deterioramento iniziamo a porci domande sullo sfruttamento delle risorse e sull’inquinamento. Si fa più reale il bisogno di tornare alla natura e il vivere frenetico delle grandi città e degli ambienti di lavoro troppo stressanti ci fanno riflettere e proiettare verso nuovi stili di vita più salutari.IMG_4318
Per Ecovillaggio, quindi, si intende una comunità caratterizzata da due elementi fondamentali: l’intenzionalità e l’ecosostenibilità. Anche se il termine pone l’accento sull’aspetto ecologico, esso vuole promuovere una sostenibilità a 360°, ovvero l’attitudine di un gruppo umano a soddisfare i propri bisogni migliorando allo stesso tempo le prospettive delle generazioni future. È qualcosa di più di una semplice condivisione degli spazi: si tratta di sperimentare concretamente, nel quotidiano, uno stile di vita in armonia con la natura, basato sui valori di solidarietà, partecipazione, ecosostenibilità e sobrietà.
Non è stato facile riuscire ad organizzare visite agli ecovillaggi, alcuni sono stati più disponibili ed altri meno. Alla fine ne ho visitati due, dei quali i residenti, molto gentili, mi hanno raccontato la loro storia.

È così che è nato il mio progetto di laurea:  DA SEMPLICE CASA UNIFAMILIARE AD ECOVILLAGGIO.
Ne ho riprogettato gli spazi, partendo da uno schema basato sulle nuove necessità  dell’abitazione: quante persone ospitare, le funzioni interne, gli ambienti di lavoro e quelli di svago o relax.
Ho deciso che la progettazione di un ecovilaggio sarebbe diventato il mio argomento di tesi nel momento in cui, oltre al mio personale interesse, si è presentata l’occasione di una vera struttura a disposizione, data dal desiderio di un amico di riutilizzare la vecchia abitazione di famiglia.
IMG_4259A rafforzare il progetto è indubbiamente la sua futura collocazione: ci troviamo a Zuccaro, un piccolo paese sito in Valsesia, a pochi chilometri dal Lago d’Orta. Una zona ancora piuttosto chiusa nelle proprie tradizioni, con una media di abitanti di età adulta ed una bassa percentuale di giovani che tendono sempre più a vivere nuove esperienze lontano dalla valle. Questo fattore diventa un grande punto di motivazione per la realizzazione di questo progetto: a mio avviso porterebbe indubbiamente una ventata di freschezza e di nuove possibilità per i giovani, come la rete lavorativa per la vendita dei prodotti o l’organizzazione di attività e corsi per un pubblico esterno; la curiosità porterebbe ad un incremento del turismo incanalato in maniera ecosostenibile e quindi a una frequentazione delle zone circostanti, con un conseguente maggior afflusso alle attività presenti nelle zone limitrofe.
Insomma, spero che la mia idea possa portare, oltre a tutto ciò, anche alla valorizzazione del territorio nel quale sono nata e in cui ancora attualmente vivo: la vallata valsesiana.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile 2017, sezione Speciale Bioedilizia

La Stria Gatina di Cervarolo e le streghe di montagna

di Rossana Vanetta

strega 1

C’è un’effigie su pietra nella città di Varallo Sesia, posta sulle rive del fiume Mastallone, che colpì la mia attenzione quando fu istallata, nel 2005. Recita così: “In memoria della Stria Gatina, ultima strega massacrata in Italia, trucidata a Cervarolo di Varallo il 22. 1. 1828, custode dell’antica sapienza montanara”.
Al di là dei dubbi sull’esattezza storica (secondo altre fonti possiamo parlare di morte per accusa di stregoneria riferendoci ad un caso avvenuto solamente 60 anni fa in Val di Susa) ciò che mi impressionò maggiormente fu la parte finale: “custode dell’antica sapienza montanara”. Non mi ero mai interessata di streghe in maniera approfondita prima di allora, e fu proprio da quello spunto che scoprii un mondo di barbare ingiustizie perpetrate nei confronti di donne “colpevoli” di tramandare antiche tradizioni erboristiche e naturali. E interessante fu anche notare come, in Italia, la maggior parte di questi episodi si sia verificata in valli montane. Questo dato mi sembra suggerire una profonda connessione tra la montagna e il desiderio di preservare e tramandare la saggezza della Natura. Forse è grazie alla sua imponente presenza, la sua magnificenza e l’energia con cui ti avvolge che la montagna, più di ogni altro paesaggio naturale, riesce nell’intento di infondere nell’uomo la volontà di rispettarla e trarne insegnamento da essa.
Ma vediamo il caso della Stria Gatina. Margherita Guglielmina era una donna di 64 anni, vedova, dal carattere invadente e petulante.
Queste caratteristiche, insieme al suo aspetto torvo, fecero sì che in paese venisse malvista e derisa, soprattutto dai ragazzini che iniziarono a chiamarla “strega”.
Fu però un episodio particolare che determinò la sua tragica fine. Due uomini del paese abbatterono un antico albero di noci situato in un terreno che una volta era appartenuto a Margherita, causando la sua indignazione. Iniziò quindi uno scontro tra le due parti a suon di offese, che si protrasse nel tempo e che culminò nella profezia da parte della donna sulla morte imminente dei due uomini. Profezia che non tardò ad avverarsi con la morte di uno e l’insorgenza di una grave malattia nell’altro. Questa fu considerata la prova schiacciante della sua arte stregonesca e due incaricati dal vice sindaco e un consigliere, si recarono il 22 gennaio 1828 a “rendere” giustizia, uccidendo la donna a bastonate. I due assassini vennero poi giudicati per omicidio preterintenzionale ma di loro non furono più trovate tracce. Questo è solo uno dei tanti episodi di brutalità compiuti nei confronti delle donne durante l’epoca buia della caccia alle streghe, avvenuti tra le nostre montagne. Donne accusate di saper compiere malefici, curare con le erbe, avere premonizioni o semplicemente giustiziate per la loro diversità. Donne la cui memoria riecheggia tra le valli, lungo i canaloni verdi e trascinata nel vento sino a noi. Per assaporare un po’ di questo misterioso passato e un po’ di questa “antica sapienza montanara”, non
posso che girarvi un consiglio, cantato dalla band milanese Io? Drama: «Ritorna tra gli alberi, è lì che dormono gli angeli».

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Luglio+Agosto, sezione Speciale Streghe