Un balcone sul Mottarone, la montagna dei milanesi. Monte Falò (Coiromonte – NO -)

di Mauro Carlesso – scrittore e camminatore vegano

Percorrere a piedi le montagne d’inverno ha sempre un fascino particolare. E non devono per forza essere quelle imponenti, di alta quota. Quelle che si possono percorrere d’inverno, per assaporare quel gusto speciale che d’estate si dissolve, possono essere anche quelle facili, docili, appena fuori di casa e che alle volte a torto, snobbiamo. Rientra tra queste il Monte Falò, montagna dal nome austero ed evocativo che sulle guide resta impietosamente declassato ad “altura”. Ma camminare sulla sua cresta invernale comoda e facile ci conduce la mente ed il cuore alle grandi montagne ed ai grandi orizzonti ai quali, sempre, si finisce per affezionarsi.

mappa 3 gobbi

La scheda
Località di partenza: Coiromonte (mt.820) –NO-
Località di arrivo: Coiromonte (mt.820) –NO-
Cime sul percorso: Monte Falò (mt. 1.080)
Dislivello: mt. 260 circa
Tempo di percorrenza: ore 2 (soste escluse)
Difficoltà: T
Periodo: Sempre (sconsigliata d’estate per la bassa quota)

monte falo orizzonte

L’itinerario
Dall’A26 uscire a Carpugnino, seguire per Gignese e proseguire per Armeno/Orta fino a Sovazza, dove si svolta a destra per Coiromonte. Poco prima del centro dell’abitato si prende una ripida salita a destra che dopo poche centinaia di metri scollina verso Armeno. A questo punto, di fronte ad un agriturismo, si lascia la macchina e si prende la sterrata a destra (indicazioni). Si continua a salire tenendo la destra ai bivi. Si cammina piacevolmente su sterrate tra luminosi boschi di betulle. Si raggiunge un cartello con l’indicazione “3 montagnette sasso”. Sempre in salita su larga pista sterrata si sbuca sul larghissimo crinale erboso, dove appare il panettone del Monte Falò di fronte e noi. Da qui si può salire direttamente alla vetta per prati in pochi minuti. Oppure continuare sulla sterrata fino a raggiungere la dorsale ovest del monte risalendo la quale con piacevole camminata di cresta si toccano una dopo l’altra le tre elevazioni (3 montagnette) che costituiscono la cima. Da qui il panorama a 360° è mozzafiato, col Mottarone che appare vicinissimo ed il Monte Rosa imponente dietro di noi. La via di discesa può ripercorrere liberamente una o l’altra via percorsa in salita.

cresta 3 gobbi

La nota storica
Camminare in questo territorio significa essere al cospetto del Mottarone (1.492 mt.), montagna complessa e discussa per gli accessi stradali, per le costruzioni affastellate sulla vetta (seconde case, alberghi, stazioni radio e meteo, impianti di sci e ottovolanti). Per i puristi della montagna non c’è scampo: vetta da evitare! Ma il Mottarone ha una storia nel turismo assai nobile. Da fine ottocento a metà del novecento, propugnata con fervore dall’avvocato valsesiano Orazio Spanna, era la montagna della Belle Epoque milanese e non solo. Quello del Mottarone era, allora, un turismo d’élite. Gli aristocratici di Milano facevano della vetta del Mottarone la loro montagna dalla quale poter ammirare la loro Milano e, nelle giornate terse, il brillio della Madunina…
La presenza sulla vetta del Grand Hotel Mottarone risultava un’attrattiva non da poco per gli intrepidi turisti che potevano raggiungerlo però faticosamente salendo a piedi da Stresa, con l’aiuto di carri trainati dai buoi dei contadini per il trasporto di bauli e valigie. Dal 1911 la salita divenne più agevole e decisamente più aristocratica con l’inaugurazione di un glorioso trenino a cremagliera a trazione elettrica (il primo impianto del genere in Italia) rimasto in funzione fino al 1963, quando entrò in servizio l’attuale funivia che, con partenza direttamente dal Lago Maggiore, raggiunge la vetta in soli 20 minuti.

Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: radicchio con champignon raw (in olio e limone)

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Dicembre+Gennaio 2017/2018, sezione Turismo Sostenibile

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San Domenico di Varzo – Alpe Devero: il collegamento sciistico risorge dalle ceneri

di Fabio Balocco

Manufatti e Crevandone

Erano gli inizi degli anni settanta dello scorso secolo: un’epoca di vacche grasse per lo sci (allora si parlò persino di “piccola glaciazione”) e si era convinti che la “valorizzazione” della montagna transitasse dai comprensori sciistici, che più grandi erano e meglio era. Nella vicina Francia videro la luce i domaines skiables, stazioni sciistiche create dal nulla, o meglio, dalla natura incontaminata (si fa presto a dire “nulla”) in varie zone delle Alpi Occidentali. Fu allora che nacque in Piemonte anche il VE.DE.FOR. cioè il progetto di un comprensorio sciistico del tutto nuovo che prevedeva il collegamento tra Alpe Veglia, Alpe Devero, Val Formazza, nel nord della regione, in Val d’Ossola. 113 chilometri di piste e persino impianti per lo sci estivo, dove vi erano solo pascoli e natura incontaminata, a parte alcuni impianti idroelettrici. Forse per la complessità ed il gigantismo dell’operazione il progetto però non fu mai attuato nella sua interezza e venne realizzata solo una stazione sciistica in località San Domenico, in comune di Varzo.

Il Lago e la corona rocciosa dell'Est

Ora, in un’epoca in cui lo sci si salva solo grazie alla “neve programmata”, finché questa durerà (occorrono temperature costanti sotto lo zero per fabbricarla…) e dopo una delle ennesime stagioni torride e siccitose, viene riproposto un collegamento sciistico in zona e precisamente un collegamento fra la predetta stazione di San Domenico e l’Alpe Devero. Peccato che nel frattempo l’Alpe Veglia e l’Alpe Devero siano diventate aree protette della Regione, e che proprio grazie alla tutela si sia sviluppato un turismo dolce sia estivo sia invernale, fatto di ciaspolate, sci di fondo, scialpinismo, escursioni.
Grazie a questo, saputo dell’araba fenice del progetto, tre albergatori del Devero hanno scritto una bella lettera alla Regione Piemonte ed a Mountain Wilderness (che si è mossa per denunciare la follia, con Pro Natura a ruota) e Legambiente, in cui, premesso che la loro zona si è sviluppata proprio grazie a questo turismo compatibile con il territorio, concludono: “Crediamo che la realizzazione di questo collegamento comprometterà inesorabilmente la bellezza di queste montagne e il modello di sviluppo perseguito in questi anni, rendendo l’Alpe Devero una località turistica alpina uguale a tante altre.”
Peccato che il collegamento dovrebbe transitare in una zona che è posta all’interno della Rete Natura 2000 della regione e nei siti della Natura 2000 sia vietato “realizzare nuovi impianti di risalita a fune e nuove piste da sci, fatti salvi gli interventi di adeguamento strutturale e tecnologico necessari per la messa a norma degli impianti esistenti e di razionalizzazione di comprensori sciistici che determinino la sostituzione e/o la riduzione numerica degli impianti esistenti e modesti ampliamenti del demanio sciabile che non comportino un aumento dell’impatto sul sito.”
Peccato che il Piano Paesaggistico della Regione, recentemente approvato, preveda la tutela dei crinali (e il progetto dovrebbe appunto attraversare un crinale, quello del Monte Cazzola).
Insomma, il progetto, oltre che antistorico, oltre che una follia dal punto di vista meramente economico del Devero, non è fattibile alla luce dell’attuale normativa. Riesce difficile pensare che i politici si possano inventare qualcosa perché vada a compimento, anche se dietro pare esserci la potenza di fuoco di una finanziaria svizzera ed anche se il sindaco di Baceno (area PD come la Regione), comune sotto il quale ricade il Devero, pare favorevole. Stiamo alla finestra.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Dicembre 2017+Gennaio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili