Chi Phat, un progetto di eco-turismo nel cuore della Cambogia

di Daniele Tavernari

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Il minuscolo caseggiato di Andoung Tuek, a quattro ore di bus da Phnom Penh, mi offre un primo assaggio della Cambogia più autentica. La frenesia, il traffico caotico e gli hotel della capitale lasciano il posto a paesaggi rurali, risaie e un silenzio interrotto solamente dallo zampettare di galline in libertà. Da Andoung Tuek io e altri viaggiatori saliamo su una piccola barca a motore, che risale un fiume le cui sponde sono costituite da fitte mangrovie. Il paesaggio e la vegetazione lussureggiante circostante ricordano “Cuore di Tenebra”. La nostra meta è Chi Phat, villaggio a ridosso della giungla nei Cardamomi orientali. Le attività economiche dei suoi abitanti si basavano, negli scorsi decenni, su bracconaggio e disboscamento indiscriminato.
È per questo che, nel 2007, l’associazione di salvaguardia ambientale Wildlife Alliance ha avviato un progetto di eco-turismo che ha coinvolto l’intera comunità locale. Agli abitanti di Chi Phat è stata data la possibilità di dedicarsi ad imprese turistiche quali guesthouse, ristoranti e soprattutto tour guidati. È nato così il CBET (Community-Based Eco-Tourism), il quale gestisce l’organizzazione, le prenotazioni e l’assegnazione degli alloggi e dei tour guidati in maniera equa ed efficiente.

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Si può prenotare online sul loro sito www.chi-phat.org e visionare le numerose attività proposte, tra le quali vi sono trekking, giri in mountain bike o kayak di uno o più giorni, con la possibilità di dormire nella giungla. Le guide accompagnatrici parlano inglese e i pasti sono inclusi.
Insieme a un giardiniere britannico conosciuto sul momento, decido di cimentarmi in un giro in mountain bike di 44 km attraverso la giungla, che di tanto in tanto offre riparo dal sole cocente. Il bagno nel torrente a fine giornata ci sembra paradisiaco! Tra le numerose opzioni di alloggio a diversi livelli di comfort scelgo l’homestay, ovvero il soggiorno presso l’abitazione di una famiglia locale. Speravo così di sperimentare al meglio lo stile di vita degli abitanti e le mie attese non sono state deluse, sebbene questo voglia dire adeguarsi a una “doccia” fatta versandosi l’acqua (molto pulita!) con una ciotola. Le altre comodità quali elettricità e wi-fi non mancano, soprattutto nel bar-ristorante del CBET, che tra l’altro offre pasti tanto saporiti ed abbondanti quanto economici. La compagnia di viaggiatori di ogni provenienza e dei loro racconti arricchiscono con risate e nuove conoscenze le serate nel villaggio.
Chi Phat rappresenta un progetto perfettamente riuscito di eco-turismo. Le nuove entrate per la comunità locale dimostrano ancora una volta come crescita e sostenibilità ambientale non siano in contraddizione, e i vantaggi dell’eco-turismo sono misurabili anche in termini socio-economici.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Marzo 2017, sezione Turismo Sostenibile

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La vita è più leggera, quando ci si libera di ciò che ci opprime

a cura della redazione

Annalisa è una ragazza torinese che due anni fa, di fronte alla fatidica domanda “cosa vuoi fare da grande”, quella alla quale pochi sfuggono terminato il liceo, non sapeva dare una risposta definitiva. Così si è fermata dalla corsa che coinvolge tutti da quando iniziamo le scuole. Corsa in cui ti senti obbligato a fare sempre un passo successivo verso un obiettivo, spesso ancora indefinito, dove ci vediamo inseriti in un’azienda, fabbrica, posto di lavoro, per fare qualcosa ed essere parte del sistema che ci fa sentire sicuri, ma spesso non felici. Crediamo così di trovare il nostro posto nel mondo.
Ma se non fosse questa la soluzione migliore per noi?
Allora si è posta un’altra domanda: “cosa vuoi essere da grande?”. Ed è da qui che ha “cambiato” direzione…

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Innanzitutto, raccontaci un po’ come è nata l’avventura del viaggio.
Direi che il tutto è cominciato dentro di me molto tempo prima che il viaggio fisico prendesse luogo. Le radici di un cambiamento di vita così radicale crescono e si rafforzano in tempi molto lunghi.
Credo che ognuno di noi abbia una dose più o meno alta di spirito di avventura e di insoddisfazione per come le cose vanno o per la piega che prenderanno se si continua a camminare. Al giorno d’oggi facciamo talmente tanti compromessi e prendiamo costantemente piccole deviazioni da quello che è il nostro vero percorso, che può capitare di trovarsi a percorrerlo persino nella direzione opposta. Questo, per lo meno, è quello che sarebbe successo a me se non mi fossi fermata un attimo a pensare. Mi sono trovata ad essere insoddisfatta e annoiata. La strada che mi si profilava davanti era semplice: università, lavoro, famiglia, casa… Non penso avrei avuto problemi a completare tutti i miei compiti, ma questo significava davvero vivere? Non fraintendermi, per ognuno è diverso, e tutte queste cose che ho elencato non sono assolutamente malvagie o sbagliate. Semplicemente, non erano il mio percorso.
Alla fine del liceo ho “perso” tutte le cose che mi definivano: “canto in un coro da 10 anni, ho un fidanzato da lungo tempo, vado al liceo classico”, era così che mi presentavo. Ma era possibile che, quando tutte queste cose, di colpo, fossero cessate di esistere, io sarei esistita ancora?
Non siamo forse definiti da ciò che facciamo? Forse no. Non dovremmo piuttosto rompere il cerchio delle abitudini del fare, dove una cosa tira l’altra e ci si trascina sempre verso la prossima, che è conseguenza logica delle azioni precedenti? Non dovremmo piuttosto tirare tutto a mare, mescolare le carte, cimentarci in qualcosa che non è importante cosa ma come la facciamo, ed essere definiti da ciò che siamo? E chi è Annalisa?

Quanto è durato il viaggio e dove sei stata? Come hai gestito gli spostamenti?
Sono partita il 4 di febbraio 2014, e non sono ancora arrivata da nessuna parte! La mia idea iniziale era quella di lavorare in alcune fattorie in Spagna e in Germania per 4 mesi, per poi tornare a casa. Ma le cose sono andate diversamente… Ho lavorato in fattoria per due settimane, dopodiché ho iniziato a spostarmi per l’Andalusia in autostop, ho vissuto a Granada per strada e a Nerja in diverse grotte tra le montagne a ridosso del mare, poi un po’ a Valencia in un parco pubblico…e da lì l’idea di prendere una bicicletta e viaggiare per l’Europa pedalando. Spagna, Francia, Belgio, Olanda, Germania, Danimarca… Diversi mesi dopo sono arrivata in una comune/eco villaggio in Svezia sui miei pedali, ed è da qui che ti sto scrivendo adesso!

Come hai gestito le spese di cibo, spostamenti, pernottamento… insomma, tutte le spese che gravano in un preventivo di viaggio?
Non ho mai avuto grandi spese, in realtà… forse 30 euro al mese per birra e cioccolato! Il fatto è che il concept di questo stile di vita è essere a costo zero. Tento di non comprare nulla, viaggiare o in autostop o in bicicletta, per dormire, dormo per strada se mi trovo in una città, ma preferibilmente monto la tenda da qualche parte nella natura, e se non piove, anche solo un sacco a pelo è sufficiente! Ogni tanto si trova ospitalità da qualche persona o in qualche comunità autogestita o casa occupata.
Guadagno suonando per strada, ogni tanto è davvero remunerativo (si possono ottenere anche un centinaio di euro al giorno) ogni tanto solo 20 centesimi, ma così è la vita!
Per mangiare riciclo dalla “spazzatura” dei supermercati: buttano talmente tante cose ancora in perfetto stato che sarebbe davvero stupido lasciarle nei bidoni e comprare le stesse cose finanziando questo sistema consumista e inquinante. Ogni tanto chiedo nelle panetteria o ai fruttivendoli a fine giornata se mi lasciano l’invenduto, ed è anche un ottimo sistema per fare amicizia.

Cosa hai raccolto da questa esperienza?
Questa è una domanda importante.
È cambiato radicalmente il mio modo di pensare e la percezione di me stessa. L’altro giorno mi è venuta in mente una bella immagine: è come se fossi stata per anni come un albero di Natale, tutta intenta a metter su addobbi e ghirlande e la scuola, la televisione, i social network e le persone in qualche modo influenti nella mia vita abbiano speso una gran dose di lavoro e dedizione nell’aggiungere, e aggiungere, e ripetermi quanto ognuna di queste palline che mi offrivano fosse importante e mi rendesse speciale. Negli ultimi due anni ho speso il mio tempo a togliere, invece. E pezzo dopo pezzo mi sono sentita più leggera, fino a che mi sono resa conto che avevo addirittura dimenticato la mia natura di albero! E spoglia di tutti gli ornamenti ho potuto realizzare l’ingiustizia di essere in un vaso… voglio tornare alla foresta, e piantare le mie radici nella terra, quella vera, viva e brulicante di vita. Ma è un lavoro di strati, rendersi conto di essere in un vaso è come il fondo del pozzo, mi ci è voluto tanto tempo per arrivarci, ero distratta da tante cose.

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Ti sei mai sentita persa?
Tutto il viaggio è inteso per perdersi! È una frase scontata e da aforisma facile, ma bisogna davvero perdersi per ritrovarsi. Gli istinti si risvegliano quando si spinge il limite sempre più in là, e straordinariamente ci si accorge che sopravvivere non è così difficile. “Inget kan ga fel” si dice spesso qua in Svezia, niente può andare storto. Quando mi sento persa e sola penso che ogni situazione accade per un motivo, ogni pezzetto fa parte del puzzle della mia vita, il mio unico e personale percorso. Nulla sarebbe uguale se ogni cosa non accadesse al momento in cui accade, quindi tento di accettare ed abbracciare tutto così come viene. Se non avessi avuto fame, freddo e paura non potrei apprezzare la pancia piena, il calore di un letto e la sensazione di pace che mi pervade sempre più di frequente. E non apprezzerei così tanto i ricordi che mi riscaldano quando tutto sembra perso. Suonerà strano, ma i momenti di maggior felicità li ho provati quando mi sono trovata sola, senza un soldo o un riparo, perché mi sono davvero resa conto di quanto io sia attaccata alla vita, e che non avrei scambiato il mio percorso per niente al mondo.

Quale è stato il momento più difficile del viaggio e quale il momento più bello ed esaltante?
Quando racconto la mia esperienza ho sempre un paio di aneddoti interessanti, che lasciano un buon sapore in bocca, ma non sono davvero fedeli a quella che è la sensazione che provo vivendo. Il mio non è un viaggio o una vacanza, io sono il viaggio e il viaggio è la mia vita stessa, piena come tutte le vite di “altissimi” e “bassissimi”, che non si possono davvero raccontare.
A volte mi siedo davanti al falò con un bicchiere di vino in mano e la testa sgombra, qualcuno suona la chitarra e il mio cane dorme ai miei piedi, e mi sembra di fluttuare a un metro da terra, così lontana e allo stesso tempo vicina a tutto.
A volte piove per tre giorni e divento pioggia io stessa, col vento freddo che sferza e mi congela, ma poi avviene una qualche magia e incontro qualcuno che sembra fosse lì ad aspettarmi da tutta la vita, e se non avessi avuto così freddo magari avrei proseguito per la mia strada e sarei stata ormai lontana.
A volte tutto gira per il verso giusto e mi ritrovo con soldi in tasca, pancia piena e cuor contento e ogni cosa che desidero trovare si manifesta lì ai miei piedi. Ancora devo capire se sia perché ho avuto fortuna o perché sono così “connessa” con il ritmo delle cose che inizio a pormi le domande giuste…

Pensi sia un viaggio alla portata di tutti? Cosa ci vuole per viaggiare in questo modo?
Un sacco a pelo, vestiti caldi e qualcosa da fare (giocoleria, musica, disegno, qualunque arte va bene) è ciò che è necessario a livello materiale. Poi ognuno ovviamente aggiunge ciò che vuole..
A livello mentale c’è bisogno di spirito di adattamento e fiducia nei propri mezzi e in ciò che la vita ci presenta. Ma soprattutto bisogna imparare a guardare con altri occhi, rendersi conto che ci sono tante cose sbagliate a cui siamo stati abituati che abbiamo normalizzato, e bisogna prendere una posizione. Puntare i piedi con fermezza e non scendere a compromessi con ciò che ci avvelena, anche se può darsi richieda molti sacrifici. Ma la vita è più leggera, quando ci si libera di ciò che ci opprime. Andare a letto pensando che se la vita finisse qui e ora saremmo contenti lo stesso, sorrideremmo e andrebbe bene così. Perché siamo stati sinceri con noi stessi e non abbiamo fatto nulla che possa creare rimorsi, giorno per giorno.

Quando sei tornata a casa cosa hai provato?
Tutto è lo stesso, ma tutto è diverso allo stesso tempo. Ho cambiato punto di osservazione e i miei parametri su ciò che è bello, giusto, importante. Ho trovato un tesoro in persone che prima conoscevo appena e ho compreso senza rancore quanto alcune relazioni mi avessero invece fatto del male. In questi anni non sono riuscita a fermarmi a Torino troppo a lungo, ogni volta dopo poco le mie gambe fremevano per ripartire. Ma si parte per tornare e si torna per ripartire, ogni cosa è una fase del tutto; non credo di star “scappando” da qualcosa, semplicemente seguo il mio ritmo interno e reputo casa il mondo intero, con le sue innumerevoli città, montagne, strade, quartieri.
Quando torno a Torino sono piena di felicità nel riabbracciare la mia splendida famiglia.

Successivamente hai fatto altri viaggi simili?
Dopo essere arrivata in Svezia con la mia bici sono tornata in Italia e ho fatto la patente. Successivamente ho continuato a girovagare per un annetto in Europa, toccando anche il Portogallo e il Marocco, che non avevo mai visitato prima.
A febbraio sono tornata in Italia e ho comprato un furgone (ford transit 2005) e l’ho ristrutturato all’interno rendendolo una mini-casa. Ora viaggio con questo, dopo un paio d’anni di zaino in spalla sono passata a qualcosa di un po’ più comodo… ma con molte più responsabilità e spese! Ad agosto andrò a fare la vendemmia in Francia per pagare l’assicurazione… ma per la benzina suono negli autogrill, e si trova sempre qualcuno che ti fa il pieno!

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Cos’hai in programma per il futuro?
Dopo la vendemmia mi dirigerò verso est… ci sono talmente tanti posti che vorrei vedere! Bulgaria, Ungheria, Serbia, Croazia, Grecia, Turchia… in generale esplorare il Sud est dell’Europa è il mio piano. Staremo a vedere cosa succede, perché le magie avvengono solo se si resta flessibili, cuore aperto e mani tese ad afferrare ciò che la vita ci offre.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte n5 Luglio+Agosto, sezione Scelte Ecosostenibili

I vantaggi della mobilità sostenibile e Piccolo Vademecum per il ciclista urbano

di FIAB Novara

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La mobilità sostenibile è quella che prevede un minor uso di spazio e di energia; pertanto un minor uso dell’auto privata e dell’aereo, un maggior uso dei piedi, della bicicletta, del trasporto pubblico locale e del treno. A volte in certi territori e con certe organizzazioni sia urbanistiche che di servizi l’auto privata è o sembra essere l’unica possibilità efficiente di movimento. Per poter ridurre l’inquinamento atmosferico, migliorare la salute dei cittadini e contenere i cambiamenti climatici è necessario modificare il nostro modello di mobilità basato oggi prevalentemente sull’auto privata. Si tratta di modificare l’offerta di mobilità, cioè di rendere realmente possibili altri modi di muoversi , ma anche di rendere desiderati altri modi, come la bici ed il trasporto pubblico. Le campagne di comunicazione basate su principi emozionali possono realmente modificare i comportamenti dei cittadini.
La bicicletta è una delle chiavi di volta di una mobilità diversa, innovativa e smart, in relazione e alleata con le altre modalità di spostamento “non motorizzate” e con un trasporto pubblico altrettanto innovativo.
La bicicletta non  è solo un mezzo di trasporto sostenibile, è un modo veloce per spostarsi quotidianamente nella propia città e arrivare in luoghi dove altri mezzi non ti portano; da autonomia negli spostamenti e consente al contempo di socializzare la città, vivendola e vedendola in modo diverso. Non solo può sostituire l’auto ma può aggiungere qualcosa ai nostri percorsi quotidiani: uno sguardo diverso, movimento e benessere, risparmio di tempo e denaro.
Un modo diverso di muoversi, che consente di conoscere e capire non solo la città, ma anche il territorio, il paesaggio, l’ambiente in cui viviamo.
Più bicicletta, più spostamenti a piedi e più trasporto pubblico locale sono le chiavi di volta per raggiungere entrambi gli obiettivi di maggiore sicurezza di spostamenti e maggiore vivibilità delle nostre città.
Miglior mobilità vuol dire anche miglior qualità della vita, riduzione dell’inquinamento, turismo, economia.

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Evitare  strade  trafficate e, possibilmente, scegliere itinerari provvisti di piste ciclabili.
Uno degli errori più frequenti che le persone commettono quando iniziano a muoversi in bicicletta è percorrere esattamente le stesse strade di quando si muovono in auto.
In generale è meglio scegliere strade con meno auto e dove il traffico è più lento. Studiando bene il percorso, si scopriranno molte strade secondarie, più tranquille, che permettono di raggiungere ugualmente la meta, attraversando soltanto le strade principali anziché percorrendole.
Bisogna ricordarsi inoltre che, se ci sono piste ciclabili, i ciclisti sono OBBLIGATI ad usarle.

Rendersi visibili. Troppo ovvio? Bene, se è così, allora perché molti ciclisti viaggiano senza fanali e catarifrangenti alla sera o di notte?
Luci e catadiottri non sono optional; sono invece elementi fondamentali e anche obbligatori per la sicurezza del ciclista e devono quindi essere sempre presenti e in condizioni di efficienza. In commercio si possono trovare luci rosse intermittenti posteriori da usare come integrazione. Meglio ancora usare fanali che funzionano con la dinamo, così non si scaricano le batterie e non si producono rifiuti pericolosi e difficili da smaltire. E’ inoltre utile indossare pettorina rifrangente e abiti chiari e sgargianti, soprattutto di notte. Capi di colore arancione o giallo riflettenti fanno la differenza. Anche le fasce rifrangenti di bretelle o ferma pantaloni sono una soluzione valida e poco costosa.

Segnalare la propria presenza suonando il campanello
A volte ci si sente a disagio a suonare il campanello, ma è certo meglio provare imbarazzo piuttosto che essere investiti. Anche il campanello è obbligatorio, ma è bene operare una scelta accurata, preferendo modelli che siano ben udibili anche a distanza e nel caos del traffico.

Guardarsi alle spalle
Usare uno specchietto retrovisore. Ce ne sono di diverso tipo, da applicare al manubrio, al caschetto o agli occhiali. Anche se non si tratta di un accessorio indispensabile può essere molto utile per tenere sotto controllo il traffico anche alle spalle.

Rispettare le norme
Conoscere e rispettare norme e segnaletica è un modo per partecipare consapevolmente alla propria sicurezza, condizione necessaria anche se non sufficiente.
Nella complessità della mobilità cittadina, il ciclista deve attenersi scrupolosamente al Codice della Strada come se fosse alla guida di un’auto; prima di tutto perché in caso di incidente con altri mezzi di trasporto ha spesso la peggio e inoltre perché così agevola il congestionato traffico cittadino (non andare contromano, non passare con il semaforo rosso, scendere dalla bici negli attraversamenti pedonali, a meno che non ci sia l’apposito attraversamento segnalato con tratteggio “a quadrotti” sulla strada, non utilizzare le corsie interne delle rotatorie).

Essere prudenti
Prudenza e buon senso aiutano a prevenire incidenti. Evitare se possibile le strade più trafficate; pedalare come se si fosse invisibili; valutare i pericoli che stanno intorno.

Cercare il contatto visivo con i conducenti degli altri veicoli
Molto utile è guardare negli occhi chi guida per rendersi conto se ci ha visto o se è distratto. Nel caso, richiamare la sua attenzione è importante per tutti e due!

Segnalare con le braccia l’intenzione di svoltare a destra/ sinistra o di spostarsi al centro della carreggiata
Per permettere agli altri utenti della strada di capire dove andremo in modo che possano comportarsi di conseguenza.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte di Giugno n4, sezione Mobilità e Turismo Sostenibile

Cicloturismo sulla Via Francigena – intervista a Manuele Minocci

di Rossana Vanetta

Il cicloturismo è una scelta sempre più in espansione negli ultimi anni, sebbene in Italia non sia ancora molto diffusa. Un’esperienza che ribalta i paradigmi della vacanza tradizionale, dove la meta è il viaggio stesso.
Manuele Minocci -bancario di professione, ciclista per passione- nell’estate 2015 decide di trascorrere le sue ferie percorrendo una tratta della Via Francigena (Novara-Roma) in sella alla sua bicicletta. Con questa intervista ci auguriamo che la sua esperienza possa essere da esempio per chi vuole trascorrere una vacanza alternativa e sostenibile.

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Per cominciare, quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto a scegliere questo tipo di vacanza?
La mia passione per la bicicletta ha radici profonde: le due ruote sono sempre state presenti nella mia vita fin da bambino. Essendo di indole agonista, ho subito partecipato alle prime gare: granfondo, manifestazioni con un migliaio di amatori e successivamente gare in circuito, un’ora e mezza con il cuore a tutta, a 40 km/h di media.
Fortunatamente avendo un padre da cui ho attinto la passione per le due ruote ho avuto modo di venire a conoscenza di un altro approccio a questa fantastica invenzione che è la bicicletta: il cicloturismo.
Da anni mio padre e un nostro vicino di casa portano avanti una stupenda tradizione, che ogni anno li porta in giro per l’Italia e l’Europa in sella alle loro biciclette per una settimana.
Nel 2014 ho avuto il mio battesimo del cicloturismo e abbiamo trascorso sette giorni in Corsica, avventura stupenda che ci ha portato in sei tappe a girare due terzi di questa selvaggia isola francese.
Nel 2015 il programma doveva essere Roma-Brindisi, sulle orme dell’antica via Appia, ma
a causa di un piccolo incidente di mio padre abbiamo rinunciato. Così all’ultimo mi sono aggiunto ad un un gruppo di otto cicloturisti partendo alla volta della famosa Via Francigena.
Immagino che un viaggio così intenso a livello fisico possa portare con sé dei momenti un po’ difficili, magari di stanchezza o imprevisti. Sono capitati anche a te? Come li hai superati?
Certo, gli imprevisti non mancano.  Ma con lo spirito giusto e un minimo di allenamento riesci a pedalare tutto il giorno sulla tua fida compagna, con tanto di borse laterali e tutto l’occorrente per una settimana lontano da casa. E non importa la velocità o i dati del ciclocomputer, ogni sera al termine della tappa ti sentirai rinfrancato e ricaricato.
Consiglieresti una vacanza in bicicletta anche a chi non è allenato? In base alla tua esperienza hai dei segreti o degli accorgimenti da svelare?
Io mi ritengo un atleta/ciclista, anche se amatore, mediamente allenato, ma consiglio questo tipo di vacanza a chiunque. Si possono in questo caso affrontare tappe brevi, facendo parecchie soste; non per forza si devono fare 600km in sette giorni.
Credi che in una vacanza di questo tipo sia meglio meglio organizzare le tappe al minimo dettaglio o essere più flessibili?
Noi organizziamo sempre un minimo le tappe, giusto per avere un programma da seguire. Per i pernottamenti invece ci arrangiamo, dagli ostelli ai rifugi del pellegrino, B&B, ecc.
Certo se si hanno due settimane magari si può essere anche più flessibili sul programma.
Mi piacerebbe sapere cosa ti sei portato a casa da questa esperienza a livello profondo. Cosa hai guadagnato rispetto ad una più tradizionale “vacanza relax”?
Ogni volta che torno da una vacanza del genere mi porto a casa paesaggi indimenticabili, profumi, colori, suoni ed emozioni che solo una vacanza pedalata al tuo ritmo ti può regalare. E naturalmente la voglia di ripartire per una nuova avventura su due ruote. Giusto tra pochi giorni si parte nuovamente e l’emozione è sempre la stessa. Quest’anno sarà davvero speciale in quanto saremo padre, due figli più il solito Rocco, fido socio cicloturista di mio padre. Il programma è Roma-Brindisi, la Via Francigena del Sud, o meglio Via Appia.

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Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte di Giugno n4, sezione Speciale Mobilità e Turismo Sostenibile