Uno sguardo sulla Val Grande Monte Faiè (1.352 mt.) (Ompio -VB-)

di Mauro Carlesso – scrittore e camminatore vegano

La scheda
Località di partenza: Ompio (mt. 940) –VB-
Località di arrivo: Ompio (mt.940) –VB-
Cime sul percorso: Monte Faiè (mt. 1.352)
Dislivello: mt. 410 circa
Tempo di percorrenza: ore 4 (soste escluse)
Difficoltà: E
Periodo: primavera – autunno

mergozzo e maggiore

L’invito
Il Faiè (che significa faggeta) rappresenta un comodo balcone che si affaccia sulle tormentate cime della Val Grande. Poco oltre la vetta del Faiè la cresta infatti si impenna e si contorce nelle rocce della Cima Corte Lorenzo, avamposto di quei Corni di Nibbio dalle forme repulsive e raramente visitate. Raggiungere il Faiè vuol dire affacciarsi sulla più vasta area wilderness italiana, scrutarne i solchi vallivi impenetrabili, osservare le tortuose sagome delle montagne affastellate tra di loro ed ascoltare il profondo silenzio nel quale da decenni è immerso questo spettacolare, affascinante e magico territorio.

parete del Pedum

L’itinerario
Dall’autostrada A26 uscire a Baveno e proseguire in direzione Verbania. Alla rotonda di Fondotoce girare a sinistra per San Bernardino Verbano – Parco Val Grande. Si continua per alcuni chilometri lungo la provinciale che passa per Bieno e seguire poi per Rovegro, Santino e Alpe Ompio. Negli ultimi 7 km la strada corre tra i castagni e termina in località Ruspesso a 937 mt. dove si parcheggia. Dal parcheggio imboccare la bellissima mulattiera acciottolata tra due muretti che in breve conduce al Rifugio Fantoli, (15 min.). Da qui si prosegue su un sentiero segnalato che sale nel bosco fino a una selletta (a destra prosegue in piano il sentiero per Corte Buè), si continua verso sinistra, salendo la dorsale boscosa che diventa successivamente molto panoramica e poi, camminando tra la faggeta, si raggiunge la cima del Monte Faiè (1.352 mt). Il ritorno si può effettuare lungo la via di salita. Se invece si vuole chiudere un anello, dalla cima proseguire lungo la panoramica dorsale, passare dall’Alpe Pianezza, e dopo un’ultima elevazione scendere alla Colma di Vercio ( 1250 mt.); da qui scendere sul versante Ossolano su un sentiero che, superata una piccola dorsale rocciosa, porta con vari tornanti al bel pianoro di Vercio ( 900 mt.) da dove, con percorso in mezzacosta e passando da Curt di Nus (cartello) si rientra all’Alpe Ompio.

La nota storica
Camminare in Val Grande, ovunque lo si faccia, significa tuffarsi in un mondo ricco di storia e di storie fatte di lavoro, fatica e fame. Sembra incredibile che in questo territorio così ostile, l’uomo abbia potuto vivere e lavorare. Qui in Val Grande l’uomo ha conosciuto un’intensa epopea lavorativa con la produzione di legname e di energia elettrica. Ora che la Natura si è riappropriata di tutto il territorio che l’uomo aveva addomesticato sembra impossibile che Cossogno, un piccolo paese valgrandino, sia stato uno dei primi paesi in Italia a beneficiare di una Centrale Elettrica (con buone probabilità si ritiene addirittura che la Centrale di Cossogno sia stata la prima in assoluto). Merito del lungimirante ingegnere svizzero Sutermeister insediatosi a Pogallo e dove si possono ancora osservare le vestigia della sua lussuosa casa. Ma in Val Grande era più la fame e la miseria a far compagnia alla gente. Una di queste storie di stentata ma dignitosa sopravvivenza riguarda Angela Borghini, nota come La vegia dul balm. Proprio sotto i Corni di Nibbio, in un anfratto della roccia, la Borghini negli anni 20 si era ritirata a vita grama con un uomo che aveva moglie e un figlio fuggendo di fatto dalla maldicenza del paese che non vedeva di buon occhio questo rapporto di concubinaggio. E così Angela e Michele hanno vissuto il loro ideale e tormentato amore sotto la balma di Fajera, un luogo inospitale, fuori dal mondo e di difficile accesso anche oggi. Angela visse lassù isolata anche per molti anni dopo la morte di Michele testimoniando una prova di libertà forse estrema ma sicuramente ammirevole, commovente ed irripetibile.
(per approfondire si veda lo storico e commovente libro “Val Grande ultimo paradiso” di Teresio Valsesia – Alberti Libraio Editore Intra 1985)

Per un pranzo al sacco Veg
Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: cous cous con tofu, melagrana e pistacchi.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Ottobre+Novembre 2018, sezione Turismo Sostenibile

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Tutte le strade portano in (alta) montagna

tratto dal blog I camosci bianchi
Toni Farina

Strade che salgono in alto. Oltre i paesi, verso le arene del silenzio. Le infrangono. La questione è da tempo oggetto di contesa. E così accadrà anche quest’anno, 2018, con l’arrivo della calura estiva. Contesa fra portatori d’interesse diversi, talora opposti, sostenitori di posizioni che è arduo conciliare. Da un lato i fautori del turismo dolce per i quali queste strade devono essere in via prioritaria lasciate a camminatori e ciclisti. Una posizione che, è importante sottolinearlo, è fatta propria anche da titolari di esercizi commerciali, gestori di rifugi e posti tappa per i quali l’escursionista è il cliente principale. Un cliente esigente, che mal tollera la convivenza con i motori. Soprattutto se il cliente in questione proviene da oltralpe. Dall’altro i fautori della massima “la montagna è di tutti”. “Non bisogna escludere nessuno”. Soprattutto non bisogna escludere quell’importante fetta di mercato composta da motociclisti e fuoristradisti, molti dei quali, provenienti anche da oltralpe, trovano sulle montagne del Bel Paese un terreno di gioco molto libero, impensabile nelle loro contrade. Una posizione condivisa da gran parte degli amministratori pubblici, restii a imporre limitazioni.

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La questione è da tempo oggetto di contesa, ma nell’estate 2017 è diventata più stringente. Complice il gran caldo, la montagna è diventata luogo di salvezza. E così sarà anche quest’anno e nel tempo a venire. Ma la montagna è per sua intima natura anche luogo del limite: etico (per chi crede) e fisico. E così dalle Dolomiti alla Conca del Prà in Val Pellice, dall’Ossola alle Alpi Liguri è tutto un fiorire di soluzioni intermedie, “provvisorie”, “sperimentali”, spesso figlie dell’italica incapacità di decidere. Numero chiuso, orario o periodo stagionale limitato, pedaggio, navetta. Lo scopo è di accontentare tutti. Col rischio di non accontentare nessuno. Tuttavia emergono qua e là timidi segnali. Nulla di strutturato, però si inizia a capire che un accesso più dolce ai luoghi turistici di alta montagna non solo è possibile, ma può essere anche vantaggioso. Può creare qualità. E così si aderisce a campagne di mobilità sostenibile, nella speranza (convinzione sarebbe eccessivo) di dare un impulso a quel turismo tanto vagheggiato, quanto ancora semi-clandestino. L’elenco di località piemontesi che seguono (NdR: che qui su Vivere Sostenibile è stato limitato a quei luoghi compresi nelle nostre province) costituiscono una sorta di “report” in parte aggiornato al 2017, in parte aggiornato all’estate in corso, 2018. L’impulso a questa ricerca è comunque giunto l’anno scorso, il torrido 2017, foriero di polemiche in molte località. Ho cercato per quanto possibile di dare voce a portatori di interesse di varia estrazione e mi scuso per eventuali inesattezze e omissioni. Sarà interessante seguire l’evoluzione negli anni a venire.

“Il posto più bello del mondo”

Così definisce l’Alpe Devero Alberto Paleari, guida alpina dell’Ossola. Se lo dice lui c’è da crederci. Ma Devero sarebbe ancora più bello senza quella rotabile che da Goglio s’infila nel granito delle Lepontine per giungere a lambire la piana. Alta Ossola, estremo nord del Piemonte. Una zona che, per ragioni di distanza, i piemontesi non bazzicano molto, e che neppure gli ossolani considerano molto piemontese. In effetti molto più assidui sono i cittadini lombardi, in gran parte automuniti, tant’è che lassù, nei giorni di festa, estivi o invernali, è dura sistemare la fila di auto che s’inerpicano da Goglio, non c’è costo di parcheggio che tenga. La navetta organizzata dall’ente gestore del Parco naturale Alpe Veglia e Alpe Devero fa il suo egregio lavoro, ma non basta a soddisfare l’ansia d’Alpe. E dire che da Goglio saliva lassù una funivia. E dire che il confine con la Svizzera felix è lì, bastava prendere esempio da chi con il turismo fa affari da tempo, costava poco imparare pratiche virtuose. Fu così che la funivia, anziché essere adeguata al pubblico trasporto, fu smantellata. E c’è stato pure chi ha sostenuto la “necessità” di portare auto e moto in quel di Crampiolo, con tanto di bel parcheggio con vista sull’Arbola. E oggi si progetta di “avvicinare le montagne” con le funivie. Follie ossolane.

“La prima volta che ho sentito parlare della strada del Devero ero ancora una bambina. Me lo ricordo bene perché sentivo spesso mio padre discuterne con amici e conoscenti: lui era favorevole e elencava i vantaggi di una strada rispetto alla costruzione di una funivia. Durante la mia infanzia, salivo a Devero a piedi, percorrendo la mulattiera o con la mitica funivia dell’Enel che partiva da Goglio. La piccola cabina rossa, portava, se non ricordo male, 16 persone in tutto e ci impiegava almeno mezz’ora per salire e riscendere. Era ogni volta un’avventura. Forse per questo motivo già allora ero contraria alla strada e favorevole alla funivia, in netta contrapposizione alle scelte paterne. Ho visto da vicino la costruzione della strada e ho cominciato a lavorare a Devero quando ormai la strada era terminata. Non posso negare di averla trovata comoda, cosa che mio padre mi ha più volte rinfacciato, e di averla anche maledetta quando le condizioni della neve non permettevano di tenerla aperta per il pericolo di valanghe. Ora, dopo quasi 30 anni di lavoro come imprenditrice turistica al Devero, continuo a pensare che la scelta migliore per tutti sarebbe stata una strada di servizio e una bella funivia che ci avrebbe garantito l’accesso in qualsiasi momento. Siamo ancora qui dopo tutti questi anni a chiederci come sarebbe stata la nostra vita qui al Devero se le scelte fossero state differenti. Ma ogni scelta, nel bene e nel male, chiude possibilità che restano nel mondo dell’ipotetico.” Rosy Saletta, titolare di Casa Fontana all’Alpe Devero.

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“Un itinerario in bicicletta tra i più belli d’Europa”

Ancora una citazione per descrivere il Tracciolino. L’autore è Fabrizio Bottelli, responsabile del Giardino botanico d’Oropa, che certo la zona la conosce bene. E anche in questo caso c’è da credergli. In particolare se si azzecca la giornata con meteo favorevole, questa “traccia” a mezzacosta sulla montagna biellese, tra Andrate e Oropa, riserva impressioni davvero notevoli. Che ancor più notevoli sarebbero ponendo limiti (ora non previsti) al transito dei mezzi a motore.
Il maggior rispetto sarebbe tra l’altro coerente con gli importanti aspetti devozionali che caratterizzano la zona. Oropa, la Trappa, il Santuario di Graglia, il sentiero Frassati, la Chiesa di San Carlo. Il Tracciolino è parte della “strada panoramica” ideata negli anni ’30 del secolo scorso dall’imprenditore tessile Ermenegildo Zegna, nell’ambito di un vasto progetto di valorizzazione turistica avviato nella montagna sopra Trivero, sede del proprio lanificio. Il tratto in questione, completato in più riprese dagli anni ’50 del secolo scorso fino ai giorni nostri, attraversa sui 1000 metri di quota il territorio della Valle Elvo fra la zona degli alpeggi estivi e le emergenze della Trappa di Sordevolo, della borgata di Bagneri e del Santuario di Graglia.

“Ma come conciliare le ragioni di chi considera il Tracciolino un’opera da terminare, un “tracciamento” da potenziare con ulteriori percorsi paralleli e trasversali, e di chi la considera invece un errore, una ferita da rimarginare? Ci può essere una terza strada? Un sentiero possibile che tenga insieme la gestione di un territorio montano con la salvaguardia dell’ambiente naturale. Può il Tracciolino diventare un percorso privilegiato di conoscenza? Una nuova cerniera tra due mondi complementari, come lo erano in passato i paesi e la montagna? Può diventare, questa traccia, il laboratorio di un nuovo turismo sostenibile e responsabile? Giovanni Pidello, Ecomuseo del Biellese.

Una facile salita adrenalinica Rocca d’Argimonia – cresta Est – (Bielmonte)

di Mauro Carlesso – scrittore e camminatore vegano

cresta da bielmonte

La scheda
Località di partenza: Bocchetta di Luvera (mt.1.292) –BI-
Località di arrivo: Bocchetta di Luvera o Bielmonte (mt.1.482) –BI-
Cime sul percorso: Rocca d’Argimonia (mt. 1.610)
Dislivello: mt. 320 circa
Tempo di percorrenza: ore 4 (soste escluse)
Difficoltà: EE (con qualche tratto F+); presenza di vari tratti esposti con presenza di corde fisse
Periodo: Primavera e Autunno (evitare in giornate piovose)

L’invito
Per quei camminatori infaticabili, ai quali piace salire vette senza blasone ma ugualmente ricche di storia o ammantate di leggenda e che regalano anche un po’ di adrenalina, la Rocca d’Argimonia nel Biellese è la cima ideale. Si tratta di un itinerario collocabile tra l’escursionismo estremo e la prima fascia di alpinismo, che si cela in un contesto di grande fascino storico naturalistico. Gita comunque da non sottovalutare tecnicamente, nella quale è frequente l’uso della mani per progredire in sicurezza.

mappa

L’itinerario
Da Romagnano Sesia si transita per Trivero e da qui, attraverso la spettacolare Panoramica Zegna, si sale verso Bielmonte. Poco prima di raggiungerlo si tocca la Bocchetta di Luvera con locanda ed ampio piazzale dove si parcheggia l’auto. Da qui ci si incammina a destra della locanda, dopo pochi metri svoltare a sinistra e prendere il sentiero F9, che segue più o meno fedelmente la cresta (segnalazione escursionisti esperti per i diversi tratti di arrampicata, anche se facile e attrezzata con corde fisse). Magnifici gli scorci panoramici, in primis sulle selvagge cime della Valsessera (Mora, Bors). Affrontare i salti di roccia senza passaggi obbligati (segnali bianco-rossi un po’ sbiaditi ma roccia ottima). La cima si raggiunge in circa due ore regalando un panorama grandioso sulla pianura e soprattutto sul Monte Rosa, il Corno Bianco, i 4000 Vallesani, il Monte Disgrazia e in lontananza anche l’Argentera ed il Monviso. Dalla vetta si prosegue per cresta inizialmente ancora con qualche corda fissa e poi per piacevole sentiero fino ad incontrare una graziosa cappelletta votiva. Poco più in basso si può scegliere di rientrare al Bocchetto di Luvera con due percorsi: 1- tramite la strada asfaltata dopo aver raggiunto comodamente Bielmonte su sentiero (fioritura spettacolare di narcisi in questa stagione). 2 – In prossimità di un ripetitore si prende il sentiero in discesa che svolta a destra. Incrociato dopo pochi minuti il Sentiero del Rosa si svolta a destra e lo si segue praticamente in piano passando sotto la parete nord della Rocca fino al punto di partenza dell’escursione.

rocca argimonia

La nota storica
Camminare quassù ci conduce all’epopea di Fra Dolcino (Prato Sesia, 1250 – Vercelli, 1 giugno 1307) cantato da Dante, che proprio in questi luoghi ha vissuto la sua ultima parabola. Siamo di fronte al Monte Rubello il cui nome suggerisce il termine “ribelli”, riferito agli eretici che su queste pendici delle Alpi Biellesi avevano cercato l’estremo rifugio dall’accanita persecuzione del vescovo di Vercelli Raniero degli Avogadro con il beneplacito di Papa Clemente V.
Gli Apostolici guidati da Dolcino, sostenevano la fine della Chiesa con le sue degenerazioni prefigurandosi per alcuni teologi come precursori della successiva Riforma Protestante. Per contrastare le ultime angherie si rifugiarono proprio sul Rubello vivendo di stenti e costruendo delle fortificazioni recentemente venute alla luce. Ma le scorribande notturne nelle campagne della Valsesia e del Biellese permisero solo un misero sostentamento ai fuggiaschi, verso i quali crebbe anche l’ostilità dei valligiani depredati. Nella settimana Santa del 1307, le truppe di Raniero penetrarono nel fortilizio di Dolcino, dove ancora resistevano disperatamente gli ultimi superstiti del gruppo ormai falcidiato, che venne interamente passato alle armi, ad eccezione di Dolcino, la sua compagna Margherita ed il fido Longino che vennero giustiziati separatamente.
Nel 1977 Dario Fo e Franca Rame fecero tornare in auge con la commedia teatrale Mistero Buffo, la leggenda di Dolcino visto come precursore del socialismo.

Per un pranzo al sacco Veg
Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: radici amare a vapore con pomodori secchi e “Mopur”

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Turismo Sostenibile

MONTE FENERA – Il rilievo della bassa Valsesia (Colma di Valduggia -VC-)

di Mauro Carlesso – scrittore e camminatore vegano

Il Monte Fenera si impone come un totem piantato nella bassa Valsesia. Emerge monolitico a testimonianza dell’antico supervulcano nascondendo tra la rigogliosa vegetazione, fenomeni carsici con grotte di notevole rilevanza. Il Fenera è quindi un luogo che va ben oltre l’apparente “semplice elevazione” in quanto contiene in se caratteristiche geologiche, fossili, faunistiche, floreali e botaniche di notevole importanza che meritano di essere scoperte. Una fitta rete di sentieri imbriglia il Fenera ma salirci dalla Colma comodamente, con poco dislivello, nella stagione in cui la neve è appena andata via e la flora comincia a ricoprirne i versanti è una piacevole ed emozionante esperienza.

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frazione Colma di Valduggia

La scheda
Località di partenza: Colma di Valduggia (mt.696) –VC-
Località di arrivo: Colma di Valduggia (mt.696) –VC-
Cime sul percorso: Monte Fenera –Punta Bastia-(mt. 899) e Punta San Bernardo (894 mt.)
Dislivello: mt. 200 circa
Tempo di percorrenza: ore 2,30 (soste escluse)
Difficoltà: T
Periodo: Sempre (da evitare l’estate per il caldo e la bassa quota)

L’itinerario
Con l’autostrada A26 uscire a Romagnano Sesia, continuare sulla SS 299 proseguendo verso Grignasco, superare Borgosesia e seguire le indicazioni per Valduggia. Poco prima di entrare in paese imboccare a destra la strada che con alcuni chilometri di salita conduce alla frazione Colma dove, a bordo strada, si lascia l’auto. Da qui si volge in direzione del Monte Fenera, lungo un tratto di strada asfaltata che porta alla chiesetta di S.Antonio, nei pressi del cimitero. Di fianco si innalza il poderoso campanile, a destra scende l’itinerario 764. Si prosegue su sterrata sul fianco sud-est del monte, lasciando a destra l’itinerario 772 che sale direttamente al Fenera. Si continua fino a raggiungere la dorsale sud della montagna stessa, dove si incrocia l’itinerario 771. Ci si inoltra sul fianco ovest seguendo la mulattiera, si tralascia a sinistra, in discesa, il sentiero per Cascina Spada e si continua, sempre in leggera salita, fino ad incrociare l’itinerario 769. Si prosegue ancora e si esce con una breve salita sul piccolo spiazzo dove rimangono tracce dei lavori di scavo ed alcuni blocchi sbozzati, residui della Cava di Arenaria. Buon panorama sulla valle dello Strona da Valduggia a Cellio fino a Borgosesia e sulla cerchia alpina. Un sentiero più incerto si innalza sul pendio del monte e raggiunge la cima est del Fenera dove è eretta la chiesa di S.Bernardo. Buon panorama in particolare verso Est. Si scende in breve alla sella dove convergono i sentieri 769 e 772 e con un breve tratto in salita si raggiunge la cima principale denominata Punta Bastia, con la grande croce in pietra, e dalla quale si gode un superbo panorama circolare sulle alpi e sulla pianura. La discesa può avvenire direttamente da questa cima lungo l’ampio sentiero che poco sotto si innesta sul 769 che abbiamo percorso all’andata.

croce punta bastia

croce punta Bastia

La nota storica
Camminare sul Fenera ha un significato geologico importante ed affascinante. La natura calcarea e i movimenti orogenetici avvenuti nell’Era Terziaria, hanno fessurato in profondità le rocce carbonatiche e permesso all’acqua di penetrare all’interno della montagna scavandovi grotte e caverne che invitano all’esplorazione. Dal punto di vista storico le grotte sono un ambiente eccezionalmente ricco di reperti paleontologici. Sono stati infatti rinvenuti moltissimi resti fossili dell’orso delle caverne (Ursus Spelaeus, estintosi 20.000 mila anni fa) che sfruttava queste cavità come riparo nei periodi invernali. La lunga frequentazione di uno stesso sito, durata anche diversi secoli, avrebbe portato all’accumulo di tutte le ossa fossili rinvenute nel corso delle numerose campagne di scavo. Nel corso delle sistematiche esplorazioni sono state anche trovate prove dirette della presenza dell’uomo di Neanderthal (Homo neanderthalensis), vissuto in questi luoghi circa 50.000 anni fa, una specie che ha affiancato per qualche millennio la nostra stessa specie (Homo sapiens) sul territorio europeo: nel 1989 sono stati trovati due denti di probabile appartenenza a un uomo di Neanderthal, forse unici nell’Italia dell’arco alpino settentrionale.

san bernardo

San Bernardo

Per un pranzo al sacco Veg
Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: insalata di patate, cipolla di Tropea con olive taggiasche e capperi.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Febbraio+Marzo 2018, sezione Turismo Sostenibile

Un balcone sul Mottarone, la montagna dei milanesi. Monte Falò (Coiromonte – NO -)

di Mauro Carlesso – scrittore e camminatore vegano

Percorrere a piedi le montagne d’inverno ha sempre un fascino particolare. E non devono per forza essere quelle imponenti, di alta quota. Quelle che si possono percorrere d’inverno, per assaporare quel gusto speciale che d’estate si dissolve, possono essere anche quelle facili, docili, appena fuori di casa e che alle volte a torto, snobbiamo. Rientra tra queste il Monte Falò, montagna dal nome austero ed evocativo che sulle guide resta impietosamente declassato ad “altura”. Ma camminare sulla sua cresta invernale comoda e facile ci conduce la mente ed il cuore alle grandi montagne ed ai grandi orizzonti ai quali, sempre, si finisce per affezionarsi.

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La scheda
Località di partenza: Coiromonte (mt.820) –NO-
Località di arrivo: Coiromonte (mt.820) –NO-
Cime sul percorso: Monte Falò (mt. 1.080)
Dislivello: mt. 260 circa
Tempo di percorrenza: ore 2 (soste escluse)
Difficoltà: T
Periodo: Sempre (sconsigliata d’estate per la bassa quota)

monte falo orizzonte

L’itinerario
Dall’A26 uscire a Carpugnino, seguire per Gignese e proseguire per Armeno/Orta fino a Sovazza, dove si svolta a destra per Coiromonte. Poco prima del centro dell’abitato si prende una ripida salita a destra che dopo poche centinaia di metri scollina verso Armeno. A questo punto, di fronte ad un agriturismo, si lascia la macchina e si prende la sterrata a destra (indicazioni). Si continua a salire tenendo la destra ai bivi. Si cammina piacevolmente su sterrate tra luminosi boschi di betulle. Si raggiunge un cartello con l’indicazione “3 montagnette sasso”. Sempre in salita su larga pista sterrata si sbuca sul larghissimo crinale erboso, dove appare il panettone del Monte Falò di fronte e noi. Da qui si può salire direttamente alla vetta per prati in pochi minuti. Oppure continuare sulla sterrata fino a raggiungere la dorsale ovest del monte risalendo la quale con piacevole camminata di cresta si toccano una dopo l’altra le tre elevazioni (3 montagnette) che costituiscono la cima. Da qui il panorama a 360° è mozzafiato, col Mottarone che appare vicinissimo ed il Monte Rosa imponente dietro di noi. La via di discesa può ripercorrere liberamente una o l’altra via percorsa in salita.

cresta 3 gobbi

La nota storica
Camminare in questo territorio significa essere al cospetto del Mottarone (1.492 mt.), montagna complessa e discussa per gli accessi stradali, per le costruzioni affastellate sulla vetta (seconde case, alberghi, stazioni radio e meteo, impianti di sci e ottovolanti). Per i puristi della montagna non c’è scampo: vetta da evitare! Ma il Mottarone ha una storia nel turismo assai nobile. Da fine ottocento a metà del novecento, propugnata con fervore dall’avvocato valsesiano Orazio Spanna, era la montagna della Belle Epoque milanese e non solo. Quello del Mottarone era, allora, un turismo d’élite. Gli aristocratici di Milano facevano della vetta del Mottarone la loro montagna dalla quale poter ammirare la loro Milano e, nelle giornate terse, il brillio della Madunina…
La presenza sulla vetta del Grand Hotel Mottarone risultava un’attrattiva non da poco per gli intrepidi turisti che potevano raggiungerlo però faticosamente salendo a piedi da Stresa, con l’aiuto di carri trainati dai buoi dei contadini per il trasporto di bauli e valigie. Dal 1911 la salita divenne più agevole e decisamente più aristocratica con l’inaugurazione di un glorioso trenino a cremagliera a trazione elettrica (il primo impianto del genere in Italia) rimasto in funzione fino al 1963, quando entrò in servizio l’attuale funivia che, con partenza direttamente dal Lago Maggiore, raggiunge la vetta in soli 20 minuti.

Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: radicchio con champignon raw (in olio e limone)

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Dicembre+Gennaio 2017/2018, sezione Turismo Sostenibile

Sul Poncione di Ganna, il “Piccolo Cervino” (Ganna -VA-)

di Mauro Carlesso

Lasciata alle spalle la “città giardino”, la strada si inoltra sinuosa e silenziosa lungo la valle. Acqua pura, grotte, piccoli borghi, verdeggianti declivi stimolano a fermare l’auto, ad osservare, a scoprire una natura lussureggiante alle spalle di una città capoluogo ma, con una definizione ormai desueta, ancora “a misura d’uomo”. La frenesia delle nostre vite ci induce a non perdere di vista i nostri obiettivi di lavoro, a concentrarci totalmente sui nostri problemi, sulle nostre cose, la nostra famiglia… tutto giusto, s’intende. Ma percorrendo questa strada, appena fuori città, tra acque pure, cascate, borghi, antiche badie e boschi rigogliosi non si resta indifferenti. Allora la calma ci pervade ed un atavico istinto ci spinge ad osservare, ad alzare lo sguardo. E allora, in un certo tratto di quella strada scorgiamo una guglia rocciosa affascinante ed ammaliatrice. Ed è obbligatorio, per staccare dalla frenetica attività quotidiana, andarla a visitare. Quella guglia è il Poncione di Ganna.

cartina poncione

La scheda
Località di partenza: Passo del Tedesco (mt.700 circa) –VA-
Località di arrivo: Poncione di Ganna (mt.993) –VA-
Cime sul percorso: Poncione di Ganna (mt.993)
Dislivello: mt. 300 circa (numerosi saliscendi)
Tempo di percorrenza: ore 2 (soste escluse)
Difficoltà: E
Periodo: Sempre (con neve richiede qualche attenzione)

sagoma poncione

L’itinerario
Dall’autostrada dei Laghi in direzione Varese si esce a Gazzada da cui, con la comoda Tangenziale si evita il centro di Varese. Superato il Centro Commerciale e seguendo le indicazioni per Luino e Ponte Tresa si entra in Valganna. Nei pressi della fabbrica della birra si può già godere di una spettacolare vista della nostra vetta. Si continua sino a Ganna, che si attraversa e poco dopo si sale a destra verso l’Alpe Tedesco raggiungendo l’omonimo passo dopo circa 5 km di tornanti. Qui si lascia l’auto nei rari spazi che si trovano a margine della strada.
Dal Passo si sale il dosso boscoso sulla destra, arrivando in breve ad un discutibile roccolo di caccia che si contorna a destra. Al culmine della salita si scende fino ad incrociare la mulattiera proveniente dall´Alpe Tedesco sita a poche centinaia di metri più avanti del Passo. Si cammina quindi in salita lungo questa mulattiera per qualche centinaio di metri fin quando spiana. A questo punto ci si tiene a destra (cartello) percorrendo un sentiero che conduce sotto le propaggini della cresta NW. Con una lunga diagonale in falsopiano a sinistra, si percorre tutto il versante NE fino a quando, ad una svolta, inizia la cresta SE (dove è presente una rudimentale panchina). Da qui inizia una salita, seppur facile, decisamente più ripida che nell´ultimo tratto, ormai in vista della grande croce, presenta alcuni gradini rocciosi che conducono alla superba vetta dallo sconfinato panorama sulla Valganna, con i Laghi di Ganna e Ghirla, sul Campo dei Fiori e i Laghi del Varesotto, sul Monte Martica, e la vicina Valceresio, con il Lago di Lugano, sul Monte Minisfreddo, sul Monte Orsa e San Giorgio e, più in lontananza il Monte Generoso, il Monte Rosa, le Alpi Lepontine e le Alpi Retiche.
La discesa avviene lungo il percorso di salita. Se si vuole prolungare l’escursione si può però percorrere la cresta che unisce il Poncione al dirimpettaio Monte Minisfreddo. Si cammina su buon sentiero fino a quando la cresta si abbassa più ripida. A questo punto, giunti ad un breve pianoro, si stacca sulla sinistra un sentierino che raccordandosi più sotto con quello proveniente dal Minisfreddo, torna alla panchina alla base della cresta SE, da dove siamo transitati all’andata. Da qui si raggiunge di nuovo la depressione dalla quale si risale al roccolo e si scende al passo dove abbiamo lasciato l’auto.

croce poncione

La nota storica
Cosa c’è di più sostenibile del viaggiare in bicicletta? Pedalare, faticare, immergersi nella natura con una “macchina” che non lascia nulla dietro di sé, nell’aria e che non fa rumore e non rilascia odori. E cosa c’entra la bicicletta col Poncione di Ganna? Apparentemente niente. Eppure… In questi luoghi, quelli sotto il Poncione per intenderci, era nato un tale Luigi Ganna che nulla ha a che vedere col nome della montagna, ma che ben figura nell’orizzonte della sostenibilità oggi tanto agognata. Ebbene Luigi Ganna è stato uno che con la bicicletta ci sapeva fare. Ne faceva di chilometri: per andare a lavorare, dalla sua Induno Olona fino a Milano dove faceva il “magutt”, ne percorreva ben 110 ogni giorno! Ganna era una forza della natura, senza neppure saperlo manifestava una “resilienza” per noi inimmaginabile. E forse proprio quella istintiva “resilienza”, lo portò a vincere il primo Giro d’Italia (1909). Non era solo uno che andava in bicicletta, non era solo un muratore, non era solo uno dei nove figli di una famiglia di contadini. Ganna è stato l’inconsapevole avanguardia di quel movimento che adesso facciamo nostro, per difendere la natura aggredita dalla violenza delle macchine, delle quali lui, il “magutt” Ganna, sapeva fare a meno. E per dare colore a questo ecologista ante litteram non si può non citare la sua divertente, ma significativa espressione della sua personalità, umile e concreta (un binomio che spesso noi perdiamo per strada). Ad un cronista, che lo sollecitava ad esprimere un commento a caldo, chiedendogli quale fosse la sua impressione più viva dopo la vittoria, Ganna rispose: “L’impressione più viva l’è che me brüsa tant ‘l cü!”

Per un pranzo al sacco Veg
Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: torta salata con tofu, radicchio e patate

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Vivere Sostenibile Varese

Percorsi alla riscoperta di sé

di Equotube e Viaggi Responsabili

Tra i numerosi spunti di viaggio che l’Italia ha da offrire, sicuramente possiamo annoverare i percorsi spirituali. La ricchezza del patrimonio italiano, derivante da secoli di tradizione religiosa, ben si presta a viaggi in cui l’obbiettivo è quello della riscoperta profonda del proprio essere. Sono viaggi che innescano un altro viaggio: quello con noi stessi, alla ricerca di una dimensione, che a volte ci dimentichiamo essere parte della nostra persona. Gli spunti sono numerosi, i viaggi possono essere costruiti a seconda delle nostre necessità: cammini più o meno impegnativi, oppure esperienze tranquille dove immergersi in luoghi carichi di spiritualità. Molti siti ben si prestano a suscitare un percorso introspettivo, per intraprendere un viaggio all’interno di noi stessi.

Sacra_di_San_Michele

Il cammino è un elemento che accompagna la storia dell’uomo, dal viaggio per soddisfare bisogni primari, al viaggio dei pellegrini alla ricerca di un contatto con la divinità, fino al viaggio, non necessariamente religioso, per riscoprire la nostra parte più spirituale attraverso la meditazione: passaggio fondamentale per un incontro più profondo anche con gli altri. I cammini spirituali in Italia sono numerosi da nord a sud, sta a noi scegliere il proprio cammino. Oggi vi vogliamo raccontare un luogo particolare: “La Sacra di San Michele” che evoca bellezza, fascino e mistero. Quel mistero che la avvolge fin dalla sua costruzione, avvenuta tra il 983 e il 987 d.C. Un’imponente abbazia che, quasi sfidando i principi della fisica, domina la cima del Monte Pirchiriano. Un luogo meraviglioso e denso di spiritualità, custodito in origine dai monaci benedettini e, dopo quasi due secoli di abbandono che non ne hanno scalfito la magnificenza, dai padri rosminiani, oggi affiancati da un gruppo di volontari e ascritti. La Sacra è di San Michele perché nasce e cresce con la sua storia e le sue strutture attorno al culto di San Michele che approdò in Val di Susa nei secoli V o VI. La sua ubicazione in uno scenario altamente suggestivo, richiama immediatamente i due insediamenti micaelici del Gargano e della Normandia. Fondata su uno sperone roccioso, si trova al centro di una via di pellegrinaggio di oltre duemila chilometri che unisce quasi tutta l’Europa occidentale da Mont-Saint-Michel a Monte Sant’Angelo. Un’occasione per un viaggio affascinante nella splendida Val di Susa, facilmente raggiungibile, dalla storia ricca e antica, dove troverete tantissimi tesori da scoprire. Potete partire dedicandoci qualche giorno, magari utilizzando il proprio pacchetto EquoTube e scegliendo una delle proposte contenute all’interno oppure richiederci un percorso calibrato sulle vostre esigenze.

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Le cime tra i due laghi

Mauro Carlesso – Scrittore e camminatore vegano

Monte Cerano (cresta “tre gobbi”) Poggio della Croce e Monte Zuccaro (Alpe Quaggione – Omegna)

Questo trittico di montagne di facile salita sono collocate come per magia nel mezzo del territorio compreso tra il Lago Maggiore ed il Lago d’Orta. Dalle loro cime ma anche lungo tutto il percorso lo sguardo è attirato dai panorami aggraziati di questi due specchi lacustri che invitano a soffermarci su un paesaggio che apre il cuore e ci invita a rallentare la nostra premura di vivere.lagodorta

La scheda
Località di partenza: Alpe Quaggione (mt.1.142) –NO-
Località di arrivo: Alpe Quaggione
Cime sul percorso: Monte Cerano (mt.1.702), Poggio della Croce (mt.1.765), Monte Zuccaro (1.338)
Dislivello: mt.  630 circa
Tempo di percorrenza: ore 5,00 (soste escluse)
Lunghezza: Km 12 circa
Difficoltà: E
Periodo: dalla tarda Primavera al tardo Autunno (in presenza di neve, ghiaccio o anche con pioggia attenzione sulla cresta del Cerano i cui pendii sulla val Strona si presentano ripidi ed insidiosi)

L’itinerario
Da Gravellona Toce si va ad Omegna da dove si risale la Val Strona passando da Germagno fino all’Alpe Quaggione (1142), dove si lascia l’auto nell’ampio parcheggio.
Ci si incammina sulla strada asfaltata in direzione del Monte Zuccaro, sovrastato da una croce imponente. Al termine dell’asfalto si trova l’indicazione del sentiero per il Monte Cerano che taglia il pendio a mezza costa tra le felci, entra nella faggeta e conduce ad una bellissima sella boscosa che separa la valle del Bagnone dalla piana del Toce e Omegna. Dalla sella si prosegue dritti fino ad uscire dal bosco affrontando il ripido sentiero che risale la dorsale del Cerano. È questo il tratto più faticoso della salita definito dei “Tre Gobbi” che costituiscono di fatto la cresta del monte. Si raggiunge la Croce un po’ discosta dalla vetta ed in posizione aggettante sulla valle.
La vetta vera e propria (1702) la si raggiunge un centinaio di metri dopo questo punto. Dalla cima si scende tagliando il pendio su un malagevole sentiero in direzione del Poggio Croce (1765) che si raggiunge facilmente risalendo la cresta erbosa. Su questa vetta è presente un altare. Si scende seguendo la cresta opposta in  direzione della Bocchetta del Bagnone (1589). Da qui si lascia la  cresta e scendendo a sinistra nel bosco di faggi, si toccano i ruderi dell’Alpe Cappella (1470) dove incontriamo le indicazioni per l’Alpe Morello. Si percorre adesso un lungo traverso a mezza costa tra spazi aperti e boschi fino all’Alpe Morello di Sopra (1242) dove si incrocia la strada asfaltata. La seguiamo in discesa per circa 1,5 km, fino all’indicazione per l’Alpe Quaggione. Da qui si risale per faggeta fino a raggiungere la sella boscosa percorsa all’andata. Dalla sella si rientra verso Quaggione. Poco prima di riprendere l’asfalto ci si dirige a destra per il ripido sentiero a tratti gradinato che porta allo spettacolare balcone del Monte Zuccaro (1338) con la graziosa cappelletta ai piedi dell’imponente croce. Ridiscesi da questa cima ci si innesta sulla strada asfaltata che in ripida discesa conduce in pochi minuti al parcheggio dell’Alpe Quaggione.

La nota storicacroce cerano
Forse non a tutti è noto come Omegna, oltre a far parte del più grande distretto industriale della rubinetteria sia culla di due aziende che hanno segnato la storia del boom economico nazionale. Nei primi del novecento sono nate proprio qui la pentola a pressione e la moka. Due modi di interpretare e cavalcare l’entusiasmo del benessere post bellico con due operazioni di marketing che hanno segnato un epoca. La lungimiranza dei fondatori, Lagostina e Bialetti con i disegnatori Osvaldo Cavandoni creatore de “La Linea” e Paul Campani inventore dell’ “Omino coi baffi”, hanno promosso l’utilizzo di due oggetti ormai di uso comune in tutto il mondo. Fu la grande quantità di acque alpine e l’abilità degli artigiani locali nelle lavorazioni dei metalli appresa all’estero in tempo di emigrazione, a suggerire a questi pionieri di insediarsi proprio nel territorio Cusiano con le prime piccole officine metallurgiche. Oggi le trasformazioni sociali e di mercato hanno oscurato quell’epoca di grandi cambiamenti che hanno costituito per questo territorio motivo di lavoro e di orgoglio.

Pranzo al sacco veg
Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: insalatina di tofu, sedano, aglio con olive e capperi, pomodori secchi e peperoncino

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Giugno 2017, sezione Turismo Sostenibile

Il territorio è la nostra ricchezza, rispettiamolo!

di Giulia Marone

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Parliamo di Cambiamento, sempre. Perchè si cambia sempre. Senza cambiamento non c’è evoluzione, non c’è vita. Siamo di fronte all’arrivo dell’estate, sole e caldo finalmente si affacciano (a volte si sporgono un po’ troppo per la verità e ci fanno venire un coccolone), la frenesia della vita cittadina e la calma delle campagne in fiore ci inebriano di voglia di vivere. È così anche per voi? Per qualcuno forse inizia il periodo più difficile: per le attività turistiche il lavoro aumenta e le vacanze sembrano sempre troppo lontane. Come reagire al caldo estivo?
Come sempre il nostro territorio ha le risposte: una passeggiata all’aperto, organizzare una piccola gita fuori porta (che può anche voler dire nelle campagne poco distanti o al lago o una bella passeggiata sulle montagne biellesi, ossolane o in Valsesia) sono piccoli rituali che possono rigenerare l’anima. Purtroppo questi luoghi sono spesso lasciati a loro stessi e non vengono valorizzati, in particolare i sentieri collinari e i percorsi della pianura. Sono poco indicati o mal segnalati, e senza una persona che conosca il luogo è faticoso avventurarsi. Siamo certi che il lavoro fatto fin’ora dagli enti e dai privati cittadini potrebbe essere meglio supportato dagli organi pubblici, ma mentre aspettiamo che lo Stato Italiano si ricordi di avere un patrimonio meraviglioso ed unico, cominciamo a ricordarlo noi!
Troppo spesso scarichiamo il barile addosso a chi ha più potere di noi (idealmente), senza renderci conto che sono davvero le azioni, i pensieri e le parole che facciamo e diciamo ogni giorno a cambiare e dare potere ad una cosa piuttosto che ad un’altra.
Sentiamoci Italiani serenamente: impariamo ad amare e rispettare il nostro territorio, ne abbiamo solo uno e rischia di durare ancora poco se non siamo noi ad invertire la rotta, anziani e giovani, l’età non conta quando si parla di rispetto.
Quando andrete a camminare o a nuotare, non lasciate in giro carte, non “pulitevi” con i fazzoletti se poi li buttate in mezzo alla natura, per quanto la carta sia biodegradabile non è un bel vedere per nessuno. Lasciate a casa le sigarette se potete, l’aria pulita è molto più rilassante della nicotina. Cercate di portarvi appresso un pranzo che rispetti il luogo: non è obbligatorio essere vegani per rinunciare agli affettati industriali! Cerchiamo di essere più coerenti con noi stessi e ci sentiremo fedeli a quello che siamo davvero, eliminando i condizionamenti come una maschera e tornando alla nostra anima più ancestrale.
Anche questo mese vi proponiamo un itinerario nelle vicinanze, ma siamo lieti di accogliere le vostre idee e proposte per le prossime uscite! Siamo certi che tutti voi avete qualcosa da dire e da raccontare. Anche trovare un momento per mettere assieme le idee e contribuire a un progetto territoriale come Vivere Sostenibile Alto Piemonte può essere un buon modo per dare una mano alla propria comunità.
Per le vostre vacanze di più giorni vi abbiamo già fatto alcune proposte nel numero di Maggio, ma anche questo mese gli amici di Equotube propongono strutture e modi di viaggiare che rispettano il modello di turismo responsabile anche all’estero. Se siete avventurosi e volete provare a cimentarvi in una nuova attività e vedere il mondo attraverso altri occhi, provate il Wwoofing, in Italia o all’estero, che vi permetterà di sperimentare la vita agricola dando una mano a persone che offrono ospitalità e vitto in cambio di qualche ora di lavoro. Esistono anche viaggi organizzati da associazioni ed enti che valorizzano il territorio, ad esempio le vacanze di Legambiente e del Fai.
Vi auguriamo di trovare un momento di ogni vostra giornata per godere del benessere che ci circonda, un benessere leggero e sottile che possiamo sentire solo se, respirando, chiudendo gli occhi e riaprendoli, vedremo di fronte a noi il tutto e il poco e poi di nuovo sentiremo di essere presenti a noi stessi. Anche il pistillo di un fiore contiene la bellezza dell’universo, anche il più brutto degli insetti ha un complesso sistema dentro di sé, anche le montagne che sfumano nei famosi azzurri leonardeschi racchiudono la fragilità di quell’equilibrio naturale che ancora possiamo ritrovare dentro noi stessi.
Buon mese di Giugno a tutti!

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Giugno 2017, editoriale

Turismo responsabile ad Ameno (NO)

Ad Ameno, gioiello di natura e cultura: il progetto Quadrifoglio

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Il progetto Quadrifoglio è stato lanciato nel 2014 e sta riscontrando un buon successo tra i turisti amanti del camminare e della mountain bike (i sentieri sono percorribili con la Mtb per la loro quasi totalità): i 4 sentieri sono identificati da 4 tonalità del colore blu (celeste, azzurro, blu e indaco), partono da Ameno, si snodano per 4 lunghezze differenti  per poi terminare ad Ameno.
La realizzazione dei quattro sentieri del Quadrifoglio di Ameno è stata affidata a Riccardo Carnovalini, uno dei più noti esperti del “camminare a piedi” in Italia, per aggiungere all’offerta turistica del territorio un ulteriore elemento in armonia con la natura.
Carnovalini ha sapientemente abbinato colori, emozioni e territorio ispirandosi a criteri di facilità, per renderli accessibili a un pubblico più ampio possibile, dalle famiglie alle persone meno allenate e ai bambini ma anche a criteri di bellezza, punto di forza imprescindibile del paesaggio di Ameno.
I percorsi sono stati cartografati, segnalati e resi perfettamente percorribili grazie alla collaborazione di CAI e ANA e sono in via di registrazione nel Catasto Regionale Sentieri del Piemonte.
Anello Celeste: dal cuore di Ameno si arriva al Convento del Monte Mesma dove è possibile percorrere le due Vie Crucis, una a salire e l’altra a scendere. Lunghezza totale km. 7,3 ;
Anello Azzurro: dal parco Neogotico del Palazzo Tornielli di Ameno si cammina verso antichi mulini e cascine fra pascoli utilizzati da mucche e cavalli. Lunghezza totale km. 6,2;
Anello Indaco: il più lungo e impegnativo, nell’Oltreagogna alla scoperta della boscosa montagna di Ameno e delle sue antiche cascine. Lunghezza totale km. 11,6;
Anello Blu: dalle colline di Ameno si raggiungono le rive del lago d’Orta. Lunghezza totale km. 8,5.

per più info: http://www.amenoturismo.it/cammini/il-quadrifoglio/