Il bio: così esclusivo

di Fabio Balocco

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Questo che sto scrivendo è un post da uomo della strada. Io ammetto di non avere le competenze per giudicare se quello che sto per dire sia giusto o sbagliato. Mi limito a osservare.
C’è un elemento che accomuna il bosco verticale e la pasta di Kamut. Sono molto cari. Un appartamento nel bosco verticale di Milano dell’architetto Stefano Boeri costava (sono andati a ruba) 15.000 euro al metro quadro. Le spese condominiali medie si aggirano sui 1.500 euro al mese. Decisamente più abbordabile un alloggio nel 25 Verde di Torino dell’architetto Luciano Pia. Qui siamo su circa 5.000 euro al mq.
La pasta di Kamut. Mediamente costa tre/quattro volte tanto la pasta trafilata al bronzo che adesso va tanto di moda. Mi si dirà, sì vabbè ma lì paghi il marchio registrato. Vero, ma se compro la pasta di Khorasan, che non è marchio registrato, la pago uguale se non di più. Adesso giustamente vengono recuperati grani antichi, come la varietà Senatore Cappelli o quella Gentil Rosso. Il discorso non cambia: sempre cari sono i prodotti. Eppure farebbe tanto bene mangiare questa pasta anziché quella della grande distribuzione, che pare assodato che contribuisca quanto meno all’aumento della celiachia. Farebbe anche bene abitare in città in un appartamento con tanto bel verde attorno…

In genere, tutto ciò che è bio, tutto ciò che è sano non è certamente alla portata di tutti. A Torino quel furbastro di Farinetti vendette Unieuro, per creare in città il primo supermercato del mangiare bene, Eataly, che è oramai una consolidata multinazionale del cibo. Io ogni tanto vado a comprare da Eataly, perché solo lì trovo certi prodotti, anche umili, che non hanno altrove. E ogni volta mi stupisco quando alle casse vedo i carrelli pieni e le spese fatte solo con le carte di credito. E Torino è una delle metropoli più povere della penisola.
Il discorso non è molto diverso se vogliamo acquistare i prodotti del commercio Equo e Solidale. Bio o non bio, pur non essendoci intermediari (in teoria), i prodotti Fairtrade costano decisamente di più dei prodotti che gli intermediari li hanno.
Forse questo articolo l’avrebbe dovuto scrivere il filosofo Franco Fusaro, mio collega: lui avrebbe individuato nel capitalismo e nel libero mercato la causa di questo fenomeno.
Io mi limito a osservare che tutto ciò che è bio in senso lato nella nostra società è fortemente esclusivo e non inclusivo. E mantenersi sani e in salute costa molto e, considerato il trend, saranno sempre meno le persone che se lo potranno permettere.
Io conobbi Sefano Boeri anni fa. Pranzai con lui quando ci fu la nascita di Salviamo il Paesaggio a Cassinetta di Lugagnano. Lo stimo molto. Il bosco verticale è una bella invenzione. Certo che se invece di essere abitato da rapper, D.J., calciatori, fosse abitato da poveri e immigrati all’interno di un programma di edilizia economico popolare, beh, preferirei. Quella sì sarebbe una bella rivoluzione.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

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L’ambientalismo è in crisi: domandiamoci il perché

di Fabio Balocco

Quando tre anni fa lasciai Pro Natura Torino, dopo circa trent’anni di militanza, l’associazione (la più vecchia e gloriosa d’Italia) contava circa la metà dei soci rispetto a quando io entrai a prestare servizio. E l’età media di questi soci residui era sicuramente superiore ai sessant’anni. Per celia, con un mio amico, dicevamo che fuori dalla sede dell’assemblea annuale avremmo dovuto far stazionare un’ambulanza.
Credo che sarebbe il caso di fare un pensamento su questo problema: la crisi dell’ambientalismo, quanto meno italiano. Perché non è solo Pro Natura ad avere perso soci. Delle associazioni storiche, il WWF per ragioni di costi ha dovuto chiudere le sedi locali, Italia Nostra vivacchia, Legambiente sopravvive grazie alle sponsorizzazioni, garantite anche dal fatto che essa ha sempre gravitato in una certa area politica. Ma le sponsorizzazioni ne limitano anche la libertà di azione.
Premetto subito una considerazione generale: quando entrai nell’associazione i soci erano tanti, ma a sbatterci eravamo quattro gatti, e lo stesso succedeva nelle altre associazioni della galassia ambientalista. Valeva quello che io definisco “il principio della delega”, cioè il pagare una quota annuale per demandare ad altri la ricerca delle soluzioni ai problemi.
Ma gli anni ottanta o giù di lì erano un’epoca in cui la gente sentiva comunque il problema ambientale. Prova ne erano le stesse politiche di governo, dalla creazione dei parchi, all’istituzione del Ministero dell’Ambiente.
C’era una sensibilità diffusa (seppure superficiale), testimoniata dalle ricerche demoscopiche: l’ambiente era ai primi posti nella classifica delle preoccupazioni della gente. Oggi non è più così, nonostante che il degrado sul nostro povero suolo sia decisamente aumentato rispetto a trent’anni fa. Oggi la gente pensa al lavoro, alla sicurezza, agli immigrati. L’ambiente è finito nelle preoccupazioni di retroguardia. E questo può spiegare la disaffezione generalizzata. Come potrebbe anche spiegare in parte l’estinzione del partito dei Verdi.

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Ma torniamo ai numeri.
Negli anni ottanta le associazioni vantavano tanti iscritti, e molti erano giovani. Oggi le associazioni non possono più contare su un ricambio. Perché un giovane non dà neppure più la delega di cui dicevo sopra, non scuce neppure trenta euro all’anno “per salvare l’ambiente”? Una spiegazione può risiedere nel fatto che i giovani oggi vogliono vedere dei risultati. L’ambientalismo svolge una attività prettamente difensiva attestata sul salviamo il salvabile, attestata di massima su di un NO generalizzato, e che tocca problemi ed indica soluzioni che a molti possono apparire lontani. Ecco, credo, almeno io, che ci sia uno stacco netto fra le idee e le aspirazioni dei giovani, che vogliono vedere risultati ed in più a breve termine, ed il modus operandi delle associazioni.
Ma anche un’altra considerazione si impone. Un tempo l’attività di sensibilizzazione in campo ambientale era svolta solo dalle associazioni, oggi non è più così. Oggi con il mondo di internet chiunque può denunciare e farsi sentire ed ottenere magari anche risultati che le associazioni stentano a ottenere. Dalle campagne stampa, alle raccolte firme, dai boicottaggi ai flash mob. E qui tocchiamo un altro tasto dolente. Le associazioni non si sono adeguate ai mezzi di comunicazione. Fanno ancora i comunicati stampa, talvolta addirittura i volantinaggi, i loro siti non sono né belli né amichevoli, spesso non hanno una pagina sui social media, non twittano e così via. Ma non lo fanno anche perché i soci sono vecchi. E qui è il serpente che si morde la coda. Se a ciò aggiungiamo che i mass media non si “filano” le associazioni (salvo Legambiente), si comprende come esse riescano a farsi sentire.
E veniamo infine alla sostanza. Oggi la politica dell’ambientalismo opera ancora nell’ambito dello sviluppo sostenibile. È ancora quella che già negli anni ottanta si definiva come “ecologia superficiale”, quella che non mette in discussione le basi della nostra società. Ma chi oggi abbia un minimo di sensibilità ambientale sa o intuisce che i problemi che ci attanagliano in realtà denunciano l’iniquità di base di un sistema di sviluppo, anzi lo sviluppo stesso. Oggi le voci credibili in campo ambientale sono di singoli, più che di associazioni, cito Luca Mercalli e Maurizio Pallante a livello italiano, cito Serge Latouche a livello mondiale. Singole voci che però riescono, almeno loro, a smuovere le coscienze e a fare adepti. Quello che l’ambientalismo istituzionale non riesce più a fare.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Scelte Ecosostenibili

Robin Clayfield e la permacultura sociale

La comunità Artaban di ACF di Burolo (TO) ospiterà due corsi di Robin Clayfield, australiana, facilitatrice, insegnante, autrice di diversi libri, agente del cambiamento, mamma e nonna.

Robin Clayfield

I due eventi sono:
– Dynamic Groups, Dynamic Learning’ Creative teachers, Facilitators and Group Leaders dal 8 al 13 luglio
– Words for women’s and wise women’s wisdom weekend dal 14 al 15 luglio

Robin, considerata una pioniera della Permacultura, conosciuta a livello internazionale, inizia il suo percorso nella Permacultura nel 1983. Dalla fine degli anni 80, insieme a Sky, il suo ex partner, inizia a sperimentare una nuova metodologia d’insegnamento, più dinamica, creativa, partecipativa, che coinvolge con entusiasmo i partecipanti. Robin, appassionata del benessere delle persone e dei gruppi ha studiato e sperimentato in diverse situazioni e parti del mondo, tanti metodi, fino ad arrivare al metodo: Dynamic Groups, Dynamic Learning’ Creative teachers, Facilitators and Group Leaders, percorso iniziato circa 30 anni fa, a cui hanno contribuito anche altri colleghi/e. Robin è stata la prima persona nel mondo della Permacultura, a creare, quella che oggi viene chiamata: Permacultura Sociale. Secondo Robin si apprende di più e ci sente più “empowered” con metodi di facilitazione creativi. Si acquisisce più sicurezza e con questa nuova consapevolezza, si riesce a supportare maggiormente se stessi e coloro che accompagnano i gruppi, nel processo di cambiamento. Quando uniamo le nostre differenti forze ed energie si crea un incredibile sinergia tra tutti i componenti di un sistema, il raccolto finale è più integrato e vitale. Il metodo Dynamic group si ispira alla Permacultura, che è un metodo di progettazione integrato e sistemico.
Durante questo corso residenziale di 6 giorni, Robin ci accompagnerà nel mondo della facilitazione, insegnandoci, con amore e attenzione, i segreti e le “chicche” per diventare facilitatori/trici ed insegnanti creative/i o migliorarci nella facilitazione, gestione e conduzione di gruppi ma anche per acquisire più dimestichezza di fronte ad una platea.
Robin attualmente vive nella comunità intenzionale di Crystal Waters, in Australia, il primo ecovillaggio creato secondo i principi progettuali della Permacultura.
Durante il ritiro “Words for women’s and wise women’s wisdom weekend”, dedicato alle donne, con Robin e Kym Chi, esploreremo crescita, condivisione, supporto, guarigione, processi creativi, divertimento, musica, danza, rituali, cerimonie, libertà, gratitudine, passione, “empowerment”, connessione con la natura, rilassamento.
Avere Robin, un “elder” della Permacultura con tanta esperienza di gruppi e cerchi di donne in Italia per la prima volta, è un vero onore.

Contatti: dynamicgroup.italy@gmail.com

Per sapere di più:
https://naturedesignsjohnfranci.com/corsi/
http://dynamicgroups.com.au/
http://dynamicgroups.com.au/gaiacraft-video/

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Giugno 2017, sezione EVENTI

La vita è più leggera, quando ci si libera di ciò che ci opprime

a cura della redazione

Annalisa è una ragazza torinese che due anni fa, di fronte alla fatidica domanda “cosa vuoi fare da grande”, quella alla quale pochi sfuggono terminato il liceo, non sapeva dare una risposta definitiva. Così si è fermata dalla corsa che coinvolge tutti da quando iniziamo le scuole. Corsa in cui ti senti obbligato a fare sempre un passo successivo verso un obiettivo, spesso ancora indefinito, dove ci vediamo inseriti in un’azienda, fabbrica, posto di lavoro, per fare qualcosa ed essere parte del sistema che ci fa sentire sicuri, ma spesso non felici. Crediamo così di trovare il nostro posto nel mondo.
Ma se non fosse questa la soluzione migliore per noi?
Allora si è posta un’altra domanda: “cosa vuoi essere da grande?”. Ed è da qui che ha “cambiato” direzione…

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Innanzitutto, raccontaci un po’ come è nata l’avventura del viaggio.
Direi che il tutto è cominciato dentro di me molto tempo prima che il viaggio fisico prendesse luogo. Le radici di un cambiamento di vita così radicale crescono e si rafforzano in tempi molto lunghi.
Credo che ognuno di noi abbia una dose più o meno alta di spirito di avventura e di insoddisfazione per come le cose vanno o per la piega che prenderanno se si continua a camminare. Al giorno d’oggi facciamo talmente tanti compromessi e prendiamo costantemente piccole deviazioni da quello che è il nostro vero percorso, che può capitare di trovarsi a percorrerlo persino nella direzione opposta. Questo, per lo meno, è quello che sarebbe successo a me se non mi fossi fermata un attimo a pensare. Mi sono trovata ad essere insoddisfatta e annoiata. La strada che mi si profilava davanti era semplice: università, lavoro, famiglia, casa… Non penso avrei avuto problemi a completare tutti i miei compiti, ma questo significava davvero vivere? Non fraintendermi, per ognuno è diverso, e tutte queste cose che ho elencato non sono assolutamente malvagie o sbagliate. Semplicemente, non erano il mio percorso.
Alla fine del liceo ho “perso” tutte le cose che mi definivano: “canto in un coro da 10 anni, ho un fidanzato da lungo tempo, vado al liceo classico”, era così che mi presentavo. Ma era possibile che, quando tutte queste cose, di colpo, fossero cessate di esistere, io sarei esistita ancora?
Non siamo forse definiti da ciò che facciamo? Forse no. Non dovremmo piuttosto rompere il cerchio delle abitudini del fare, dove una cosa tira l’altra e ci si trascina sempre verso la prossima, che è conseguenza logica delle azioni precedenti? Non dovremmo piuttosto tirare tutto a mare, mescolare le carte, cimentarci in qualcosa che non è importante cosa ma come la facciamo, ed essere definiti da ciò che siamo? E chi è Annalisa?

Quanto è durato il viaggio e dove sei stata? Come hai gestito gli spostamenti?
Sono partita il 4 di febbraio 2014, e non sono ancora arrivata da nessuna parte! La mia idea iniziale era quella di lavorare in alcune fattorie in Spagna e in Germania per 4 mesi, per poi tornare a casa. Ma le cose sono andate diversamente… Ho lavorato in fattoria per due settimane, dopodiché ho iniziato a spostarmi per l’Andalusia in autostop, ho vissuto a Granada per strada e a Nerja in diverse grotte tra le montagne a ridosso del mare, poi un po’ a Valencia in un parco pubblico…e da lì l’idea di prendere una bicicletta e viaggiare per l’Europa pedalando. Spagna, Francia, Belgio, Olanda, Germania, Danimarca… Diversi mesi dopo sono arrivata in una comune/eco villaggio in Svezia sui miei pedali, ed è da qui che ti sto scrivendo adesso!

Come hai gestito le spese di cibo, spostamenti, pernottamento… insomma, tutte le spese che gravano in un preventivo di viaggio?
Non ho mai avuto grandi spese, in realtà… forse 30 euro al mese per birra e cioccolato! Il fatto è che il concept di questo stile di vita è essere a costo zero. Tento di non comprare nulla, viaggiare o in autostop o in bicicletta, per dormire, dormo per strada se mi trovo in una città, ma preferibilmente monto la tenda da qualche parte nella natura, e se non piove, anche solo un sacco a pelo è sufficiente! Ogni tanto si trova ospitalità da qualche persona o in qualche comunità autogestita o casa occupata.
Guadagno suonando per strada, ogni tanto è davvero remunerativo (si possono ottenere anche un centinaio di euro al giorno) ogni tanto solo 20 centesimi, ma così è la vita!
Per mangiare riciclo dalla “spazzatura” dei supermercati: buttano talmente tante cose ancora in perfetto stato che sarebbe davvero stupido lasciarle nei bidoni e comprare le stesse cose finanziando questo sistema consumista e inquinante. Ogni tanto chiedo nelle panetteria o ai fruttivendoli a fine giornata se mi lasciano l’invenduto, ed è anche un ottimo sistema per fare amicizia.

Cosa hai raccolto da questa esperienza?
Questa è una domanda importante.
È cambiato radicalmente il mio modo di pensare e la percezione di me stessa. L’altro giorno mi è venuta in mente una bella immagine: è come se fossi stata per anni come un albero di Natale, tutta intenta a metter su addobbi e ghirlande e la scuola, la televisione, i social network e le persone in qualche modo influenti nella mia vita abbiano speso una gran dose di lavoro e dedizione nell’aggiungere, e aggiungere, e ripetermi quanto ognuna di queste palline che mi offrivano fosse importante e mi rendesse speciale. Negli ultimi due anni ho speso il mio tempo a togliere, invece. E pezzo dopo pezzo mi sono sentita più leggera, fino a che mi sono resa conto che avevo addirittura dimenticato la mia natura di albero! E spoglia di tutti gli ornamenti ho potuto realizzare l’ingiustizia di essere in un vaso… voglio tornare alla foresta, e piantare le mie radici nella terra, quella vera, viva e brulicante di vita. Ma è un lavoro di strati, rendersi conto di essere in un vaso è come il fondo del pozzo, mi ci è voluto tanto tempo per arrivarci, ero distratta da tante cose.

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Ti sei mai sentita persa?
Tutto il viaggio è inteso per perdersi! È una frase scontata e da aforisma facile, ma bisogna davvero perdersi per ritrovarsi. Gli istinti si risvegliano quando si spinge il limite sempre più in là, e straordinariamente ci si accorge che sopravvivere non è così difficile. “Inget kan ga fel” si dice spesso qua in Svezia, niente può andare storto. Quando mi sento persa e sola penso che ogni situazione accade per un motivo, ogni pezzetto fa parte del puzzle della mia vita, il mio unico e personale percorso. Nulla sarebbe uguale se ogni cosa non accadesse al momento in cui accade, quindi tento di accettare ed abbracciare tutto così come viene. Se non avessi avuto fame, freddo e paura non potrei apprezzare la pancia piena, il calore di un letto e la sensazione di pace che mi pervade sempre più di frequente. E non apprezzerei così tanto i ricordi che mi riscaldano quando tutto sembra perso. Suonerà strano, ma i momenti di maggior felicità li ho provati quando mi sono trovata sola, senza un soldo o un riparo, perché mi sono davvero resa conto di quanto io sia attaccata alla vita, e che non avrei scambiato il mio percorso per niente al mondo.

Quale è stato il momento più difficile del viaggio e quale il momento più bello ed esaltante?
Quando racconto la mia esperienza ho sempre un paio di aneddoti interessanti, che lasciano un buon sapore in bocca, ma non sono davvero fedeli a quella che è la sensazione che provo vivendo. Il mio non è un viaggio o una vacanza, io sono il viaggio e il viaggio è la mia vita stessa, piena come tutte le vite di “altissimi” e “bassissimi”, che non si possono davvero raccontare.
A volte mi siedo davanti al falò con un bicchiere di vino in mano e la testa sgombra, qualcuno suona la chitarra e il mio cane dorme ai miei piedi, e mi sembra di fluttuare a un metro da terra, così lontana e allo stesso tempo vicina a tutto.
A volte piove per tre giorni e divento pioggia io stessa, col vento freddo che sferza e mi congela, ma poi avviene una qualche magia e incontro qualcuno che sembra fosse lì ad aspettarmi da tutta la vita, e se non avessi avuto così freddo magari avrei proseguito per la mia strada e sarei stata ormai lontana.
A volte tutto gira per il verso giusto e mi ritrovo con soldi in tasca, pancia piena e cuor contento e ogni cosa che desidero trovare si manifesta lì ai miei piedi. Ancora devo capire se sia perché ho avuto fortuna o perché sono così “connessa” con il ritmo delle cose che inizio a pormi le domande giuste…

Pensi sia un viaggio alla portata di tutti? Cosa ci vuole per viaggiare in questo modo?
Un sacco a pelo, vestiti caldi e qualcosa da fare (giocoleria, musica, disegno, qualunque arte va bene) è ciò che è necessario a livello materiale. Poi ognuno ovviamente aggiunge ciò che vuole..
A livello mentale c’è bisogno di spirito di adattamento e fiducia nei propri mezzi e in ciò che la vita ci presenta. Ma soprattutto bisogna imparare a guardare con altri occhi, rendersi conto che ci sono tante cose sbagliate a cui siamo stati abituati che abbiamo normalizzato, e bisogna prendere una posizione. Puntare i piedi con fermezza e non scendere a compromessi con ciò che ci avvelena, anche se può darsi richieda molti sacrifici. Ma la vita è più leggera, quando ci si libera di ciò che ci opprime. Andare a letto pensando che se la vita finisse qui e ora saremmo contenti lo stesso, sorrideremmo e andrebbe bene così. Perché siamo stati sinceri con noi stessi e non abbiamo fatto nulla che possa creare rimorsi, giorno per giorno.

Quando sei tornata a casa cosa hai provato?
Tutto è lo stesso, ma tutto è diverso allo stesso tempo. Ho cambiato punto di osservazione e i miei parametri su ciò che è bello, giusto, importante. Ho trovato un tesoro in persone che prima conoscevo appena e ho compreso senza rancore quanto alcune relazioni mi avessero invece fatto del male. In questi anni non sono riuscita a fermarmi a Torino troppo a lungo, ogni volta dopo poco le mie gambe fremevano per ripartire. Ma si parte per tornare e si torna per ripartire, ogni cosa è una fase del tutto; non credo di star “scappando” da qualcosa, semplicemente seguo il mio ritmo interno e reputo casa il mondo intero, con le sue innumerevoli città, montagne, strade, quartieri.
Quando torno a Torino sono piena di felicità nel riabbracciare la mia splendida famiglia.

Successivamente hai fatto altri viaggi simili?
Dopo essere arrivata in Svezia con la mia bici sono tornata in Italia e ho fatto la patente. Successivamente ho continuato a girovagare per un annetto in Europa, toccando anche il Portogallo e il Marocco, che non avevo mai visitato prima.
A febbraio sono tornata in Italia e ho comprato un furgone (ford transit 2005) e l’ho ristrutturato all’interno rendendolo una mini-casa. Ora viaggio con questo, dopo un paio d’anni di zaino in spalla sono passata a qualcosa di un po’ più comodo… ma con molte più responsabilità e spese! Ad agosto andrò a fare la vendemmia in Francia per pagare l’assicurazione… ma per la benzina suono negli autogrill, e si trova sempre qualcuno che ti fa il pieno!

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Cos’hai in programma per il futuro?
Dopo la vendemmia mi dirigerò verso est… ci sono talmente tanti posti che vorrei vedere! Bulgaria, Ungheria, Serbia, Croazia, Grecia, Turchia… in generale esplorare il Sud est dell’Europa è il mio piano. Staremo a vedere cosa succede, perché le magie avvengono solo se si resta flessibili, cuore aperto e mani tese ad afferrare ciò che la vita ci offre.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte n5 Luglio+Agosto, sezione Scelte Ecosostenibili