Food for Health (cibo per la salute) un manifesto collettivo

Vandana Shiva al SANA di Bologna tra biodiversità e fake news

A cura di Roberta Rendina – Eco-attivista, Blogger ed Insegnante di Yoga e Meditazione
roberta.rendina@gmail.com

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Non sembra a prima vista niente di nuovo… ormai ci siamo abituati. L’ennesimo appello di scienziati, ricercatori, ecologisti ai Governi di tutto il mondo in difesa dell’ambiente e della salute. La storia degli ultimi 20 anni ne è piena. Dai Manifesti per i diritti della Terra e delle popolazioni indigene ai manifesti di comitati locali e internazionali che si occupano di inquinamento di ogni tipo, appelli per la scomparsa di specie animali e così via. Abbiamo fatto estinguere una gran moltitudine di varietà vegetali ed animali, fino a compromettere anche gli insetti impollinatori, importantissimi per la nostra stessa sopravvivenza: le api, ma ancora non ci rendiamo conto che i prossimi a scomparire saremo noi umani! E non uso il condizionale volontariamente perché non si tratta di una eventualità, ma di una certezza, dati alla mano. Troppo spesso si porta il dibattito intorno all’oggetto sbagliato, in modo che non si parli di ciò che davvero è importante. Lo dicono gli oncologi autori del Manifesto Food for Health in apertura. Dice Patrizia Gentilini, medico ISDE, che non è più possibile negare la verità alla popolazione, che il cancro e tutte le altre malattie mortali che purtroppo sono sotto i loro occhi, tutti i giorni aumentano a dismisura, non sono causate da fattori ereditari come si millanta in giro, né dallo stile di vita che certo ha un impatto, ma che mai potrà essere così grande come quello prodotto da tutte le sostanze inquinanti tossiche e velenose che ingeriamo ed inaliamo tutti i giorni, stimate dalle 300 alle 500 per ognuno di noi. I dati sintetizzati nel Manifesto Food for Health, che ha visto la luce grazie all’editore AAM Terra Nuova, sono il frutto di 347 articoli e pubblicazioni scientifiche che dimostrano come in realtà la produzione di cibo industriale sia il punto centrale di ogni problematica attualmente rilevante della salute individuale, dei cambiamenti climatici e della giustizia sociale.

Vandana Shiva lo dice fin da subito nel suo acclamatissimo intervento, ‘Il cibo è vita, ed è ogni altra cosa’ citando un vecchio proverbio indiano. Attraverso la sua produzione scegliamo se preservare o aggredire senza rimedio l’ambiente in cui viviamo e di cui siamo parte, attraverso la sua commercializzazione decidiamo chi deve viverne e chi deve essere sfruttato, attraverso la sua ingestione se vivere o avvelenare noi stessi ed i nostri cari. Ma le scelte a tutti i livelli sono tutt’altro che libere purtroppo.
Perché noi viviamo in un sistema altamente manipolato, in cui si fanno credere cose che non sono vere, anzi, che sono l’opposto. E Vandana Shiva, leader indiscussa del movimento mondiale per la biodiversità e la sovranità alimentare, determinata e dolce al tempo stesso come una vera madre, comincia inaspettatamente con un discorso intorno alle fake news, evidentemente molto ben informata anche sul dibattito politico italiano.

Comincia dal ‘fake food’.
Si può chiamare cibo, un alimento senza vita, deliberatamente privato degli elementi nutritivi minimi, frutto di un’omologazione costante in cui si sceglie di coltivare il seme che produce maggiori quantità a discapito della qualità e della biodiversità che è necessaria alla continuazione della vita?
Si può chiamare cibo un condensato di pesticidi, inquinanti provenienti da aria ed acqua, conservanti, ed altre sostanze artificiali per lo più tossiche se non addirittura cancerogene? Anche il nostro microbiota intestinale, avvertono gli esperti presenti e

quelli che hanno organizzato un altro intero convegno proprio sull’intestino e le sue patologie e la stessa Vandana Shiva, è ridotto nelle pessime e preoccupanti condizioni attuali proprio per mancanza di adeguata diversificazione ed a causa della natura stessa degli alimenti industriali che ingeriamo con la loro scarsissima qualità. Biodiversità dentro e biodiversità fuori. Non è un elemento accessorio, è la base della vita stessa. Occorre che ci siano differenti varietà di ogni frutto generato da questa terra, così come occorre che venga mantenuta un’alta varietà di batteri ‘buoni’ nei nostri intestini. Sembra la manifestazione perfetta del principio olografico tanto caro agli antichi testi dello yoga. Se manca nel ventre della madre terra anche noi ne rimarremo privi. Con tutto ciò che comporta.

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Ma torniamo alle fake news di cui ci avverte Vandana Shiva.
La seconda, la più grave riguarda l’informazione scientifica la ‘fake science’: 50 anni di informazione scientifica falsa, manipolata, deviata, finanziata dal ‘cartello dei veleni’ così lo chiama Vandana, l’oligopolio delle quattro multinazionali che hanno in mano l’intero settore agro-industriale mondiale. Cita Monsanto/Bayer chiaramente, oggetto di tante campagne anche in India dal tempo dei suicidi dei contadini che erano costretti a comprare semi sterili, ma anche Syngenta.

E poi c’è la ‘fake free international trade’. Veramente siamo in un regime di commercio libero? Vandana Shiva non crede. Dai prezzi, all’informazione, all’orientamento sul tipo di colture niente è veramente libero; quando c’è un oligopolio così ristretto per forza di cose tutto viene fatto su misura per il loro profitto. Pensiamo solo al divieto dell’uso di glifosato nelle colture in Europa, di recente annuncio. Il glifosato esce dalla porta e rientra dalla finestra per così dire, visto che attraverso il trattato di ‘libero’ commercio, il Canada può così esportare da noi grano con quantità ancora più elevate di glifosato. Poi si sofferma sul concetto di Free International Trade e ci racconta un aneddoto interessante. Dice Vandana Shiva che questo concetto è stato inventato in India o meglio per l’India da parte della East India Company, una compagnia inglese che volendo colonizzare con i suoi prodotti l’economia indiana, si inventò questa parola. Lo scopo era far passare come libero commercio il loto, tassando i prodotti locali indiani e garantendo invece la libera circolazione delle merci per gli inglesi.

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Ultima fake, ‘fake security’, quella secondo cui il cibo industriale e confezionato è più ‘sicuro’ del cibo fatto con le mani.
Un quadro certamente non ottimistico quello delineato, ma Vandana Shiva non sembra preoccupata, anzi conclude il suo intervento risollevando l’animo dei partecipanti. Cita il suo paese e la loro esperienza con la dominazione inglese dicendo che anche gli inglesi pensavano che avrebbero governato per sempre. E poi? E poi è arrivato Gandhi e senza sferrare un solo colpo li ha cacciati. Era immaginabile? Decisamente no. Per questo non bisogna perdersi d’animo. Ognuno deve continuare a fare la propria parte nel proprio ambito e poi però, quando è il momento in quelle poche decisive occasioni, quelle poche storiche date, unirsi agli altri per far sentire la propria voce perché la rivoluzione, la cooperazione come noi la intendiamo non è finita, è appena cominciata.

Alcuni dati tratti da Food for Health
– Dal 1945 la produzione di pesticidi è aumentata di 26 volte;
– In Italia sono stati ritrovati pesticidi nel 67% delle acque italiane, nel 33 di quella sotterranee. 259 sostanze, 55 in un unico campione;
– L’Oms stima 200.000 casi di decessi direttamente derivanti da pesticidi organofosforici;
– Incremento del 55% di leucemia mieloide per esposizione ai pesticidi durante la gravidanza;
– 800 milioni di persone sono sottoalimentate nonostante 1/3 del cibo prodotto venga distrutto-2 miliardi di persone sono affette da malattie come obesità e patologie collegate;
– il sistema industriale agroalimentare occupa il 75% del suolo coltivabile;
– il 75% della biodiversità vegetale è scomparso negli ultimi 100 anni.

“Il cibo è stato ridotto ad una merce per fare profitti, ma sta distruggendo la salute del pianeta e della gente. E quando si guarda al costo esternalizzato di questo danno, ci si rende conto che è 4 o 5 volte più grande del costo del totale dell’economia alimentare ufficiale globale. La gente paga il prezzo del cibo a basso costo, che è cibo finto, attraverso i conti che deve pagare per curarsi. Potremmo tutti vivere bene, alimentarci in modo sano, con cibi freschi e locali. Per questo insieme ad un gruppo di medici ed ecologisti, quelli come noi che hanno dedicato la propria vita ad un cibo migliore per una salute migliore sia del pianeta sia della gente, abbiamo unito le forze per produrre questo Manifesto. Proteggere e difendere la giustizia, la giusta sostenibilità, la terra, le nostre famiglie è un processo che genera un’energia intrinseca. La lotta è solo un effetto collaterale, non è l’obiettivo. L’obiettivo è proteggere ciò che si ama, la biodiversità di questo pianeta, il suolo, i semi, la salute della gente e la democrazia” — Vandana Shiva

Il Manifesto Food for Health rappresenta uno strumento nelle mani dei cittadini per reclamare una transizione verso sistemi alimentari locali, ecologici e diversificati. È un imperativo sociale, economico e democratico.

Per scaricare il Manifesto:
https://issuu.com/terranuovaedizioni/docs/manifesto_food_for_health_lrdig

Per informarsi e partecipare alle attività Navdanya International:
www.navdanyainternational.it/it/

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Ottobre+Novembre 2018, sezione Speciale Alimentazione Naturale

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Festeggiare in un altro mo(n)do

di Enrico Marone

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Ci siamo quasi. Qualche attività commerciale parlava di Natale già un mese fa, come se fosse un normale appuntamento di lavoro, una fiera. È un periodo dell’anno che è diventato strano. All’intimità e riunione della famiglia per ritrovare affetti e formulare buoni propositi (sembra retorico eh?) per il futuro, si è volgarmente sovrapposto il “circo” commerciale. Che si è subdolamente infiltrato nei nostri sentimenti e ci ha riempito delle cianfrusaglie che si porta appresso. Generalizzare non è corretto, ma vedere come si trasformano e cosa offrono i centri commerciali e moltissimi negozi in questo periodo, porta automaticamente a farlo. Da festa di gioia e raccoglimento è stata trasformata in puro scambio commerciale, in ogni suo aspetto. Mi meraviglio che non ci siano ancora spot pubblicitari con i personaggi del presepe in abiti firmati o che arrivino su fiammanti auto sportive a vedere la nascita del bambinello. Del povero Babbo Natale non ne voglio parlare, ormai da anni testimonial involontario di una nota bibita (perchè glielo abbiamo permesso? A proposito Babbo Natale è sempre stato ciccione e vestito di bianco e rosso?).
Il risultato di tutto ciò è che Dicembre, con le sue festività, è diventato il mese della spazzatura. Appena dopo Natale, enormi cumuli di immondizia (soprattutto imballaggi e cibo che viene sprecato), lo sappiamo tutti, punteggiano le nostre vie e costringono gli operatori al lavoro straordinario nei giorni di festa per liberarcene. In questa triste storia c’è un protagonista che se ne sta in disparte, avrebbe il potere di cambiare tutto, ma sonnecchia. Subisce passivamente la pressione pubblicitaria e l’annichilimento della sua creatività. Chi è?
Beh, siamo noi. Con le nostre scelte e decisioni possiamo far sì che il Natale torni ad essere una festa “pura” di emozioni, socialità, solidarietà e bene condiviso. Non abbiate paura genitori, i vostri figli apprezzeranno di più la vostra presenza che non un oggetto che il mercato ha già previsto di sostituire tra pochi mesi. Un regalo fantastico è fare qualcosa insieme. Quindi che per una volta il mercato ignorante di sentimenti e falso di passioni, stia al suo posto. Non è più bello un Natale sincero e gioioso, invece di uno che imiti malamente uno spot pubblicitario?
Buon Natale a tutti con il cuore (e buon capodanno).

Cibo: si spreca sempre troppo – parte 2

di Fabio Balocco

Proseguimento dell’articolo dell’edizione Febbraio 2017

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Cinque livelli di spreco alimentare, dicevamo.
Sul primario, ossia le eccedenze alla fonte, riporto la frase di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food: “Occorre un ripensamento del sistema produttivo, che fa sì che solo in Italia si lascino nei campi 1,4 milioni di tonnellate di prodotti ogni anno, spesso perché non è conveniente fare la raccolta.” Insomma, Petrini invita ad una revisione del sistema per evitare, molto banalmente, che frutta e verdura, talvolta anche di pregio, vadano al macero o non vengano raccolte. Da profano, non mi pare cosa semplice in un mondo purtroppo globalizzato, in cui prodotti che vengono dall’estero costano meno – nonostante il costo dei trasporti – di quelli italiani. Sugli altri livelli, tolto quello relativo al consumatore che lì ognuno di noi può lavorarci, quelli su cui si può fare molto, anche e soprattutto a livello legislativo, sono la distribuzione e la ristorazione.
Per quanto riguarda la prima, c’è da segnalare l’innovativo intervento legislativo francese del maggio 2015 ma attivo solo dal luglio 2016, che prevede che i supermercati di dimensioni superiori ai 400 metri quadrati stipulino accordi con le organizzazioni caritative al fine di ritirare quelle che diventerebbero eccedenze alimentari, ossia prodotti vicini alla scadenza e, qualora ciò non sia possibile, il cibo dovrà essere trasformato in mangime per gli animali o compost. Trasgredire a queste disposizioni concretizza un’ipotesi di reato, con pene fino a due anni di reclusione e 75 mila euro di multa. La legge prevede altresì il divieto per la grande distribuzione, di “rendere inutilizzabili” i prodotti scaduti o vicini alla scadenza rimasti invenduti, per esempio cospargendoli di candeggina, come molti fanno. La norma prevede infine una sensibilizzazione capillare, portando il tema nell’educazione scolastica.

Anche l’Italia ha, da metà 2016, una nuova legge sugli sprechi alimentari. Essa prevede disposizioni di carattere tributario e finanziario che semplificano la vita alle aziende che destinano prodotti alle onlus. In più potranno essere ceduti a titolo gratuito anche i prodotti agricoli che restano sul campo, così come le rimanenze di attività promozionali, i prodotti che stanno per scadere e quelli che non sono idonei alla vendita per alterazioni dell’imballaggio, ma che comunque siano ben conservati. Il pane in eccedenza potrà essere donato nell’arco delle 24 ore dalla produzione. Già, peccato che, a differenza della Francia, dove la sanzione è addirittura di carattere penale, qui da noi la sanzione per chi non si adegua non esiste. Per quanto riguarda la ristorazione, un provvedimento semplice semplice sarebbe quello che ogni ristorante consentisse o meglio addirittura invitasse i clienti a portarsi via gli avanzi del pranzo: il cosiddetto “doggy bag”. Per quanto riguarda invece le mense, io un’idea ce l’avrei: abolirle. Ognuno, in fabbrica od ufficio, si porti il mangiare da casa come si faceva una volta: molto più sano per la persona e molto più vantaggioso per l’ambiente!

Per approfondire: http://www.repubblica.it/ambiente/2015/05/27/news/petrini_lo_spreco_alimentare_deve_essere_reato_come_in_francia_-115383591/

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Cibo: si spreca sempre troppo – part 1

di Fabio Balocco

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Sugli sprechi alimentari i numeri ed i rapporti si sprecano a loro volta. E fanno rabbrividire.
L’autorevole rapporto Waste Watcher 2015 – presentato in occasione della terza Giornata nazionale di prevenzione dello spreco – rivela che in Italia finiscono nella pattumiera ogni anno generi alimentari per un valore di 8,4 miliardi di euro, cioè 6,7 euro settimanali a famiglia. Lo spreco alimentare, a livello mondiale, costa ogni anno 1.000 miliardi di dollari che salgono a 2.600 miliardi se si considerano i costi nascosti legati all’acqua e all’impatto ambientale. Secondo la FAO, invece, la quantità di cibo che nel modo finisce nella spazzatura supera il 35% della produzione totale, per un costo economico stimato in circa tre milioni di dollari ogni anno.
In realtà di sprechi se ne possono individuare ben cinque tipi. Il primo spreco comincia già dai campi, ed è costituito dalle eccedenze alimentari, con i frutti della terra che neanche vengono raccolti. Il secondo avviene in sede di trasformazione dei prodotti primari.
Il terzo avviene in sede di distribuzione, il quarto in sede di ristorazione (ristorazione in senso stretto e ristorazione collettiva), e l’ultimo nelle nostre case, quello che finisce in pattumiera.
Quanto incidano i singoli sprechi sullo spreco totale si evince dalla tabella allegata frutto di un recente studio del Politecnico di Milano. Percentualmente, vediamo che quello che incide di più è lo spreco domestico, seguito da quello primario, a sua volta seguito da quello della distribuzione, seguito da quello della ristorazione, con infine la trasformazione.
Quindi, lo spreco dipende in buona parte da noi, dalle nostre cattive abitudini alimentari, che evidentemente ci portano ad acquistare il superfluo, a fare scadere il già acquistato, a gettare ciò che è scaduto anche se ancora edibile, al cucinare in eccesso, al conservare male, e quant’altro.
Alla faccia della fame nel mondo, ed anche alla faccia della povertà dilagante nello specifico nel nostro paese. Evidentemente, la cosa non ci tocca più che tanto.
Forse aveva ragione mia nonna quando affermava: “per voi (intesi come voi giovani n.d.r.) ci vorrebbe un po’ di guerra”.
Proseguimento nel prossimo numero di Vivere Sostenibile Alto Piemonte!

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Articolo di Vivere Sostenibile Alto Pimeonte edizione Febbraio 2017, sezione Scelte Ecosostenibili