L’idea del reddito di base: l’uomo è creativo, giusto ed empatico

di Thomas Richter

Il cosiddetto reddito di base incondizionato**, è un importo sufficiente per vivere che viene pagato dallo Stato ad ogni cittadino per tutta la vita e che non dev’essere restituito. Immaginatevi di poter vivere senza dover guadagnare soldi. Quando ho chiesto ad alcuni amici italiani cosa ne pensassero, mi hanno risposto: “Va beh, non funzionerebbe per gli italiani, smetterebbero subito di lavorare”, ma anche nel mio paese di provenienza, la Germania, hanno risposto in modo simile e devo dire che fino poco tempo fa anch’io la pensavo così. Ma siamo proprio così pigri noi esseri umani che dobbiamo essere spinti dalla necessità di sopravvivere per impegnarci? Non c’è forse un’altra motivazione, per esempio lasciare un’impronta bella e utile per gli altri, per dare un senso alla vita?

pexels-photo-235648

Però lavorare per gli altri, forse non è solo una realtà consolidata nella società moderna, ma anche profondamente voluta. Ma le condizioni, come stipendio e partecipazione al processo di produzione, magari anche la scelta di cosa viene prodotto e non solo ciò che porta soldi, devono essere giuste. Con la situazione attuale di scarsità di posti di lavoro e le prospettive dell’industrializzazione 4.0, non sembra restare altro che tornare all’ideale di autosufficienza, avere un orto e far da soli quanto possibile, come si faceva una volta prima della rivoluzione moderna. Però tornare indietro è duro, un po’ solitario e in generale dovuto alla necessità più che ad una precisa scelta. Vorremmo dispiegare i talenti, partecipare al sociale e contribuire in modo produttivo e con compenso giusto, ma esiste veramente un concetto che soddisfa tutti questi aspetti?

La risposta è , esiste un concetto che considera ed abbina gli aspetti dell’economia, della giustizia e delle proprie capacità. Questi ambiti vengono messi al posto giusto per renderli funzionanti e soddisfacenti per ogni cittadino, partendo dalla differenziazione della società nel senso del cosiddetto “organismo sociale”. Questo termine è stato creato da Rudolf Steiner*, l’ispiratore delle scuole Waldorf, dell’agricoltura biodinamica e ricercatore delle leggi animico-spirituali in tanti altri settori. Colpito dal caos generatosi a seguito della 1a Guerra Mondiale, diceva che il problema era dovuto all’ignoranza del fatto che la vita sociale richiede un’articolazione invece di essere uniforme. Vedeva la vita sociale come un organismo intero, ma faceva una suddivisione ovvero “tripartizione sociale”, poiché secondo lui, la vita sociale si compone di tre campi distinti.

Rispetto all’organismo umano che deve il suo funzionamento alla coordinazione degli organi con compiti differenziati, come il cuore, il cervello e gli intestini, sosteneva che anche il campo sociale fosse composto da tre ambiti ben distinti, anzi complementari. Questi svolgono ciascuno il proprio compito con una certa indipendenza, ma collaborano per il funzionamento complessivo totale. Sono l’economia, la politica e lo spirito individuale. Per la salute dell’organismo sociale nessuno di questi elementi può dominare gli altri. Iniziamo con le capacità individuali, i talenti e la creatività che ognuno possiede, quindi tutto ciò che ci contraddistingue dagli altri. Sono la scuola e la cultura che le promuovono, ma nel caso ideale si esprimono in tutti i settori della vita, per esempio nella professione. L’ideale di questo ambito naturalmente è la libertà.
Il secondo campo tradizionalmente è quello dello Stato, cioè la politica ma anche la giustizia, quindi tutto ciò che riguarda noi in quanto cittadini e soggetti con precisi diritti. Qui la libertà ha un senso limitato in quanto tocca quella degli altri, invece il valore più adatto è l’eguaglianza.
La terza parte è l’economia, cioè la produzione, il commercio e il consumo dei beni. Per questo ambito se riflettiamo un po’ ovviamente non serve come ideale la libertà e neanche l’eguaglianza. Cosa succede se uno dei tre sistemi diventa predominante rispetto ad un’altro? Per esempio se lo Stato prescrive i contenuti, metodi e l’accesso alla scuola, possiamo assumere che tutta l’educazione avrà lo scopo di servire agli interessi dello Stato e l’individualità dovrà sottomettersi a questi cioè magari seguendo uno schema. Se invece le ditte comandano, per esempio in quanto pagano le università, vuol dire che determinano i contenuti e accettano solo chi si sottomette ai loro interessi. Consideriamo l’individuo: se una persona domina la politica e la giustizia abbiamo una dittatura, se possiede un potere illimitato nell’economia diventa un monopolio. Se l’economia regge lo stato abbiamo l’utilitarismo, se invece al contrario c’è un’economia dello Stato, avremo il socialismo.

Tutti questi estremi sicuramente non sono desiderabili. Ma che cosa può essere l’ideale dell’economia? Ci si arriva ricordandosi alle parole della rivoluzione Francese: liberté, égalité, e fraternité. Quindi quello che manca è la fratellanza che sembra un elemento lontanissimo nell’attuale applicazione dell’economia. Infatti sembra difficile trovare un collegamento, ma Steiner offre una spiegazione stupenda quando scrive che la divisione del lavoro, realizzata sempre di più nella storia, incorpora proprio questo ideale. Poiché l’uomo, in questo sistema produttivo, non produce per se stesso ma per gli altri, porta avanti un altruismo non sentimentale, ma reale e pratico, tramite il suo lavoro. Ne risulta quindi che i tre sistemi descritti sopra, contribuiscono in modo complementare ed efficiente ad una sana vita sociale. Per riprendere l’argomento del reddito di base, questo si giustifica dalla convinzione che non solo esiste l’uomo economico oppure l’uomo politico, ma anche l’uomo individuale che vorrebbe sviluppare e manifestare le sue capacità in modo libero per il bene del tutto.

*Rudolf Steiner: https://it.wikipedia.org/wiki/Tripartizione_dell%27Organismo_sociale
**http://iniziativa-redditodibase.ch/reddito-di-base-incondizionato/

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

Annunci

Le idee di un amministratore virtuoso Intervista a Marco Boschini

a cura di Giovanni Santandrea, Transition Italia

Un po’ di notizie per presentare Marco Boschini

io2A neppure 43 anni ha già alle spalle un intenso e brillante percorso politico. A soli 25 viene eletto consigliere comunale a Colorno, che è’ un paese di poco meno di 10mila abitanti, ad una ventina di chilometri a nord di Parma, quasi al confine con la Lombardia. Dopo 5 anni diventa assessore all’Ambiente, Patrimonio ed Urbanistica, carica che ricoprirà per 10 anni, fino al 2014. E’ tra i fondatori, e attuale coordinatore, dell’Associazione dei Comuni Virtuosi che è una rete di Enti locali, che opera a favore di una armoniosa e sostenibile gestione dei propri Territori, diffondendo verso i cittadini nuove consapevolezze, stili di vita all’insegna della sostenibilità, della partecipazione attiva da parte dei cittadini stessi. Marco inoltre ha al suo attivo la pubblicazione di una decina di libri e saggi nei quali presenta e racconta i perché, e i come, di un cambiamento possibile e necessario.

Ciao Marco, per iniziare al meglio questa intervista credo che, per chi non ti conosce, è bene partire dalle origini. Quali sono state le motivazioni iniziali che a 25 anni ti hanno spinto ad intraprendere l’attività politica? Quali sono stati i passaggi che ti hanno portato a trasformare la tua professione di educatore in quella di politico in prima linea nei processi di cambiamento sociale? In un periodo in cui è sempre in aumento la sfiducia verso la classe politica, tu hai lanciato un preciso messaggio sulla possibilità concreta di una buona politica. Puoi parlarcene?
Sono partito dalla curiosità e dalla passione per il mio essere parte di una comunità. Volevamo sperimentare un’idea alternativa di gestione della cosa pubblica, e ci siamo messi in gioco divertendoci un sacco. Dopo tanti anni da educatore ed attivista politico, ho pensato di fare un passo ulteriore nella costruzione di strumenti di cambiamento concreti, di qui è nata l’idea dell’Associazione Comuni Virtuosi e la voglia di unire le eccellenze in campo ambientale nella pubblica amministrazione. La buona politica esiste, deve solo imparare a raccontare ciò che è e fa. E ciò che potrebbe rappresentare per un Paese che si dice senza speranza.

Nel maggio 2005 tu hai partecipato in modo determinante alla nascita dell’Associazione dei Comuni Virtuosi. A distanza di 12 anni, volgendo lo sguardo al passato, quali ritieni siano stati i punti di forza dell’associazione? ci sono aspetti che avresti voluto sviluppare meglio o di più? Quando incontri gli amministratori di altri Comuni, quali motivazioni usi per invitarli ad entrare nell’associazione dei Comuni Virtuosi?
I punti di forza dell’associazione sono anche gli stimoli che cerco di trasmettere agli amministratori che incontro sul mio cammino: la condivisione delle buone idee e la contaminazione umana tra amministratori anche molto diversi tra loro (per età, per formazione, per collocazione geografica). In questi anni abbiamo lavorato molto sui contenuti e sul lavoro nei territori. Quello che è mancato è un sano lavoro di pressione nei confronti delle istituzioni nazionali (Parlamento in primis), affinché rendessero regola l’eccezione (norme, incentivi, ecc.) per i comuni realmente virtuosi, introducendo premialità e certezze.

SLIDE-HOME-FDL-2017Si è da poco conclusa, a Colorno, la terza edizione del “Festival della Lentezza”, per la quale tu hai svolto il ruolo di direttore artistico. Come è andata? Per cosa sei rimasto meravigliato durante le 3 giornate del festival? Quest’anno il tema guida dell’evento era “in cammino”. E’ un tema particolarmente evocativo sia di percorsi interiori che di esperienze concrete, come mai l’avete scelto? Ti senti più un ricercatore interiore o uno sperimentatore sociale?
Il dentro di noi stessi determina le scelte del fuori. Abbiamo scelto il cammino proprio per questo intimo legame tra le nostre individualità e l’essere parte di una comunità vasta. La cosa più bella del festival, che intendiamo difendere e custodire gelosamente al crescere di un format culturale molto apprezzato, è il clima di serenità che si respira a Colorno durante il festival. Tutti, ci dicono, si sentono a casa, e questo è il risultato più bello che abbiamo raggiunto in tre anni di manifestazione.

Nel 2014, insieme ad Ezio Orzes, hai pubblicato il libro “I rifiuti? Non esistono! Due o tre cose da sapere sulla loro gestione”, EMI edizioni. Affermi che in Italia si sono sviluppati servizi della raccolta differenziata tra i migliori in Europa e che, sfatando un certo senso comune, tali esperienze sono state gestite da società e consorzi pubblici. In questo momento che indicazioni daresti ad un’amministrazione comunale che vuole raggiungere risultati significativi nella raccolta differenziata? Quali azioni ritieni siano più necessarie per accelerare i processi di riduzione della produzione di rifiuti? Le amministrazioni come possono favorire un processo di consapevolezza che abbassi l’iniziale ostilità che nasce dall’oggettivo disagio di un porta a porta che richiede un maggiore impegno e una certa organizzazione in ambito domestico? Cosa possono fare i cittadini? Negli ultimi mesi il Comune di Forlì ha creato una società in housing, la NEW.CO.RIFIUTI per la raccolta e gestione dei rifiuti. Le attuali norme nazionali e regionali favoriscono od ostacolano tali progetti? Ci sono ancora margini di realizzazione di esperienze di gestione pubblica dei rifiuti e dei processi di riutilizzo delle materie prime?download
I comuni possono fare tantissimo sul tema dei rifiuti, a patto che intendano tagliare senza paure il cordone ombelicale che lega molte classi dirigenti locali ai consigli di amministrazioni di certe multiutility che gestiscono acqua e rifiuti in giro per l’Italia pensando prima al profitto e solo dopo agli interessi collettivi. Abbiamo eccellenze (grandi e piccole) che dimostrano che un altro modello è possibile, e che non dobbiamo assolutamente rassegnarci alla dittatura delle discariche e degli inceneritori. Basta crederci come hanno fatto con successo decine e decine di comuni in tutte le parti d’Italia.

Un altro dei temi forti su cui hai investito il tuo impegno è quello della partecipazione dei cittadini alle scelte dell’amministrazione locale. A Colorno, appena nominato assessore hai avviato molti processi partecipativi. Come hai avuto modo di dire: “c’era la consapevolezza che vincere la sfida della responsabilità della gestione della cosa pubblica non potesse che passare da una connessione stabile e reciproca, da una contaminazione costante tra i cittadini e gli amministratori”. Nella tua esperienza, quanto è stato difficile avviare i processi partecipativi? Quali sono le condizioni che l’amministratore deve verificare e mettere in campo affinché la partecipazione sia realmente partecipazione e non solo una forma di “informazione più coinvolgente”? Alcuni sociologi sostengono che le emozioni e la rabbia sono le chiavi scatenanti la partecipazione. Per la tua esperienza è possibile sviluppare una cultura della partecipazione sostenuta invece da energie costruttive e positive?
Nella mia piccola esperienza di amministratore locale ho potuto constatare quanto la partecipazione sia una moneta difficilissima da spendere al di là della retorica e degli slogan. Bisogna combattere contro muri di indifferenza e paura, disillusione e anti-politica. La gente, semplicemente, non crede più alle istituzioni (nemmeno a quelle più prossime a loro, basta vedere gli ultimi dati sull’astensione dal voto amministrativo). Occorre liberarsi dalle catene degli schemi preconfezionati e mettersi in gioco davvero, costi quel che costi. Io non penso infatti che sia possibile oggi essere buoni amministratori senza attivare politiche concrete di inclusione e partecipazione. Allo stesso tempo, ritengo fondamentale giocare le carte del bello e del positivo. Ci sono già abbastanza persone impegnate a distruggere. La rivoluzione può avvenire solo con il sorriso, attraverso l’empatia.

Il giornale Vivere Sostenibile è nato da un progetto sviluppato da persone coinvolte con il movimento di Transizione. La Transizione vede prioritario il coinvolgimento dal basso dei cittadini. Hai mai avuto contatti con progetti ed esperienze di gruppi locali di Transizione? Che impressione ne hai tratto? Vedi possibili delle sinergie tra Transizione e Comuni Virtuosi? Come potrebbero essere sviluppati?
Conosco questa esperienza e vedo molti punti di connessione con i comuni virtuosi. Cittadinanza attiva e istituzioni lungimiranti hanno bisogno l’uno dell’altra.

Dai tempi in cui hai cominciato ad impegnarti nella vita pubblica lo scenario mondiale è cambiato molto. Le grandi emergenze planetarie sono sempre le stesse, anche se diminuisce velocemente il tempo a nostra disposizione per una svolta. Ma l’umanità ha fatto degli inattesi passi in avanti nella consapevolezza, pensiamo ad esempio all’enciclica “Laudato sì” di papa Francesco, e a ciò che è accaduto a Parigi con COP21. Secondo te ora, al momento presente, in quali direzioni è necessario investire maggiormente le energie e l’attenzione?
Proprio in quello che ci dice Papa Francesco. Non esiste un modello sostenibile senza inclusione ed accoglienza. Bisogna ripartire dagli ultimi, senza lasciare indietro nessuno e nessun luogo. Ci si salva insieme questa volta, non ci sono alternative possibili.

In genere mi piace chiudere le interviste con la stessa domanda per tutti gli intervistati: alcuni anni fa fece molto scalpore una affermazione di Holmgren, uno dei leader mondiali del movimento di permacultura. Disse pubblicamente che riteneva impossibile una trasformazione pacifica della società. E che in queste condizioni, era quasi meglio augurarsi che il processo di collasso globale accelerasse. Sei fiducioso nel tuo futuro, e di quello delle prossime generazioni? E se sì, puoi dirci le ragioni profonde che sostengono tale visione?
A questo genere di domande rispondo da sempre con una battuta, ed una convinzione profonda: noi dei comuni virtuosi siamo fiduciosi per statuto. Ma lo siamo, nel giorno per giorno, perché godiamo di una prospettiva sconosciuta a tanti. La finestra da cui ci affacciamo ogni giorno ci restituisce l’immagine nitida di tante comunità in cammino, e in transizione, per un cambiamento non più solo annunciato, ma in corso. Ci vuole pazienza, ed una smisurata fiducia consapevole per il futuro di tutti noi.

Grazie Marco del tempo che hai voluto dedicare ai lettori di Vivere Sostenibile!

Articolo di Vivere Sostenibile edizione Settembre 2017, sezione Italia Sostenibile