LOST ENCORE – La voce dei luoghi abbandonati

di Mirko Zullo

Ben tornati all’appuntamento con la riscoperta dei luoghi abbandonati e dimenticati del nostro Paese. Il progetto LOST ENCORE è nato alla fine del 2015 e si è dato proprio questa missione: riscoprire le dimore abbandonate più importanti del nord Italia.
In questo quinto appuntamento, il viaggio del team di LOST ENCORE si dedicherà alla riscoperta di alcuni villaggi completamente abbandonati del nord Italia, spostandosi dalle alture di Stresa, sino all’Ossola.

Prima tappa, dunque, il Villaggio Neumann, in località Brisino. Immerso nel bosco, questo piccolo borgo, tenuto attivo da diverse famiglie di fattori, sembra ricordare silenziosamente quanto fosse altamente produttivo sino a pochi decenni fa. Una frazione autosufficiente e che offriva prodotti di diversa natura: dal latte al formaggio, dalla carne alla verdura. È presumibile pensare che, così come già accennato per i silos del Piano Grande di Fondotoce, anche qui era solito un piccolo commercio locale. Oltre alle strutture originali, sono presenti un paio di stabili su più piani rimasti incompiuti. Nell’area del Villaggio Neumann c’è anche una piccola gru. Tutto, insomma, sembra essersi improvvisamente fermato, le case abbandonate ed è impossibile reperire ulteriori informazioni a riguardo.

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Dopo aver esplorato il Villaggio Neumann sulle alture di Stresa, è ora la volta di un misterioso villaggio in Valle Antigorio, in località Baceno, ovvero il borgo di Cuggine. Un piccolissimo nucleo composto da diverse strutture, erette tra il XVI ed il XVIII secolo, a partire da un arco, che sembra ricordare una sorta di percorso obbligato, appartenente all’antica mulattiera che portava in questo villaggio. Un villaggio autosufficiente e dedito al commercio doganale, pare già a partire dal X secolo. L’arco, datato 1582, sembra ricordare la forte componente pagana di questo sito, possiamo difatti riscontrare la sagoma in rilievo di una strana figura antropomorfa, una sorta di bambolotto – sembra una figura infantile piuttosto che adulta – con grande testa tonda e braccia conserte. E ancora, un’altra scultura non più nitida, ma che sembra raffigurare un volto di profilo con indosso una sorta di elmo o di cappello con piuma.

Infine, sempre appartenente alla medesima struttura, ci si può imbattere in un rilievo che a prima vista sembra ricordare uno stemma, anche se molto più probabilmente si tratta della raffigurazione di un corpo di rana o di rospo. Una raffigurazione che non può che spostare ipotesi e supposizioni nel mondo dell’esoterismo, realtà per altro già molto forte nella memoria storica e folkloristica di Baceno e della Valle Antigorio. Rane e rospi, infatti, rappresentavano non solo fecondità e fortuna, ma erano anche forti alleati delle streghe. Figura, quella delle streghe, ben conosciuta nel vicino comune di Baceno, con episodi inerenti sabba e stragi di donne che riecheggiano nelle memorie processuali della Santa Inquisizione (Vivere Sostenibile n.5). Come detto prima, il villaggio era autosufficiente, a ragion di questo, possiamo ancora ammirare dei piccoli mulini, con macine all’interno, alcuni datati addirittura 1776.

Come sempre, potete seguire ed avere tutte le informazioni su LOST ENCORE tramite la pagina Facebook ufficiale, oppure riguardando tutte le losteggiate della prima stagione sul canale LOST ENCORE di YouTube. Per altre informazioni, domande o segnalazioni, potete invece scrivere alla casella mail: lostproductiontv@gmail.com.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Febbraio + Marzo 2018, sezione Turismo Sostenibile

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“Questa Terra”: romanzo d’esordio di un giovane scrittore che “canta” la nostra terra

Luca Ottolenghi, giornalista e scrittore, novarese di nascita, ha pubblicato il 15 giugno scorso il suo primo romanzo: “Questa Terra”, edito da Iemme, casa editrice indipendente napoletana, distribuito in tutte le librerie. QUESTA TERRA - prima di copertinaIl romanzo di formazione si snoda tra tre epoche storiche italiane: la resistenza partigiana, gli anni di piombo e i tragici avvenimenti del G8 di Genova del 2001. Protagonista il diciottenne Frank che, dopo la perdita della madre, si inoltra in un cammino di ricerca delle sue origini grazie allo zio, attivista negli anni settanta, e la figura del nonno mai conosciuto, la cui storia è stata nascosta all’interno della famiglia. Oltre che ad uno viaggio nel passato, Frank si ritrova a spostarsi geograficamente: dalla città alla montagna, terra selvaggia e istintuale.
Per conoscere meglio quest’opera e cosa ha animato la sua creazione abbiamo deciso di intervistare l’autore.

Il tuo romanzo è intriso del legame con la terra, o, meglio, con Questa Terra, ai piedi del Monte Rosa. Raccontaci in che modo il tuo rapporto con la montagna ha influenzato il romanzo. E nel medesimo tempo, siamo curiosi di sapere se la scrittura di quest’opera ha rafforzato ulteriormente il legame con il territorio.
Mi sono sempre considerato un montagnino sin dalla tenera età. Questo perché ho sempre trascorso le mie vacanze in Ossola e mai al mare (la prima vacanza al mare la feci dopo il liceo). Per me è sempre stato motivo di vanto essere un ragazzo selvatico. I boschi li ho sempre sentiti come una seconda casa, mi trovavo a mio agio, in confidenza. Mentre il mare lo vedevo come una cosa da fighetti. Ho vissuto estati epiche con i miei amici, in cui le avventure non si contano, ma anche lunghe passeggiate solitarie in cui riflettere, leggere e studiare la vita tramite la Natura. Quindi mi è venuto spontaneo proiettare nel romanzo queste due dimensioni: spirituale e picaresca. Ti dirò: non ha rafforzato il legame. Più solido di così non poteva essere. Ma vedrò se si evolverà dopo la pubblicazione, perché il libro uscirà domani…
Nel libro racconti di periodi storici italiani del passato con un trasporto, e forse una rabbia, che trasudano dalle tue parole. In che modo ti senti influenzato da questo bagaglio e come credi che oggi possiamo sublimarlo?
Sì, è vero. La rabbia e l’indignazione per l’andamento storto della nostra Storia post-bellica, soprattutto dalla strage del ’69 di Piazza Fontana fino al G8 di Genova 2001, l’anno dei miei diciott’anni, hanno acceso la miccia, già rovente di passione per quei posti di cui ho sentito la primaria esigenza di ‘cantare’, come una serenata.
Quindi rabbia ma anche amore: spesso il connubio esplosivo che porta a scrivere un romanzo.
Inoltre, dall’adolescenza io non ho più visto le montagne come una somma di alberi, ma anche come teatro di una guerra civile, di cui la Repubblica Ossolana fu gloriosa protagonista.
Nelle interviste hai dichiarato che il vero protagonista del tuo romanzo è l’albero. Vuoi spiegarci che significato simbolico gli attribuisci ed il perché di questa importanza?
Certo. L’albero, insieme alla Grande Madre e al lupo, è tra gli archetipi del mio romanzo, ma sono anche i più forti e diffusi sin dalla mitologia cosmogonica.
La simbologia legata all’albero ha radici (già questo termine la dice lunga su come sia stato assorbito nel nostro immaginario e nel lessico famigliare) dalla notte dei tempi. I primi culti primitivi erano legati alla Natura e i boschi erano le prime chiese. Sono sempre stato ferocemente attratto dalla ritualità pagana pre-cristiana, e in montagna se ne trovano ancora tracce (penso ai famosi ‘massi coppellati’). Non capivo, da ragazzino, da cosa derivasse quella sensazione d’assoluto e di pace spirituale che provavo nei boschi; negli anni, studiando e interessandomi a queste tematiche, sono riuscito a dargli un nome. C’è chi la chiama Eco-spiritualità, chi Panteismo Naturalistico… Insomma, ci siamo capiti.

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Ultima curiosità: la copertina del tuo libro non è un’immagine ma riporta semplicemente l’incipit del tuo romanzo su uno sfondo verde prato. Scelta di controtendenza?

In realtà la scelta non è stata mia ma dell’editore. Io desideravo fortemente un’immagine che si è sedimentata nel mio immaginario da quando pianificai il romanzo, cioè più di dieci anni fa, e che ora uso come immagine per la promozione (una rielaborazione grafica di un quadro di Magritte ad opera di Giulia Marzocca). All’inizio ero un po’ diffidente di questa scelta, e triste; ora ho imparato ad apprezzarla perché di copertine banali e omologate a certi stereotipi straripano le vetrine. Una dittatura dell’immagine a cui resisto volentieri.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Luglio+Agosto 2017, sezione Scelte Ecosostenibili