Il Giardino dei Semplici

Miasino – Quando rinasce un giardino pubblico

IMG_20170411_110654Miasino è un piccolo comune a ridosso del lago D’Orta. Camminando per le sue strade si respira la storia del luogo e talvolta sembra di essere nella scenografia di un film. Proprio vicino alla chiesa di San Rocco, che svetta in alto sulle case, il giardino della casa parrocchiale ha avuto anch’esso una sua storia, per fortuna con un lieto fine.
Era il 2009 quando venne realizzato l’“Orto della Bibbia”, a cura del Consorzio Pro Loco Lago d’Orta, grazie ai fondi del progetto Interreg Italia Svizzera 2007 – 2013. L’interessante idea di base era quella di piantumare essenze legate al dettato biblico, anche se questo voleva dire utilizzare piante che alle nostre latitudini soffrono e rischiano di non svilupparsi o morire.

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L’Orto venne gestito fino al 2014 anche grazie ai fondi Interreg e a volontari, ma nel Maggio del 2014, una lettera del Consorzio Pro Loco Lago d’Orta al Comune, dichiarò l’impossibilità di proseguirne la gestione. L’Orto sembrava perduto, ma ad inizio 2015 il Comune di Miasino deliberò la Convenzione con l’Istituto Agrario Fobelli di Crodo, per la manutenzione straordinaria, sia di quel luogo, che del parco pubblico di Villa Nigra. Convenzione che proseguì anche l’anno successivo, nel quale si decise di riqualificare l’Orto trasformando lo spazio in giardino delle erbe aromatiche e officinali. La riqualificazione terminò nel Maggio 2016 quando venne inaugurato con il nuovo nome di  “Giardino dei Semplici”. Nel luglio dello stesso anno il Comune di Miasino deliberò la convenzione per la gestione/cura/apertura alle visite del “Giardino dei Semplici” con la guida naturalistica Albert Husbandt. Insomma una bella storia che ha come protagonisti positivi un’amministrazione ed una scuola pubbliche che hanno collaborato per il bene comune. Ora il “Giardino dei Semplici”, ulteriormente arricchito con nuove essenze, è una risorsa per i cittadini e per i turisti che ormai visitano il lago sempre più frequentemente ed anche i dintorni, tra cui Miasino. Vedere un giardino che rinasce è sempre un grande sollievo perchè è un patrimonio che viene salvato e lasciato alle future generazioni. Andate a visitarlo, vale la pena.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Maggio 2017, sezione Orti e Giardini

La Piantaggine, un’erba meravigliosa

di Marilena Ramus

La piantaggine: plantago major, media, minore, lanceolata, alpina, erba di san Giuseppe. É un’erba perenne, conosciuta ed utilizzata da millenni per le sue straordinarie proprietà. La si trova in tutta Europa lungo sentieri, viottoli, nei ruderi e terreni incolti e anche lungo le strade. Le foglie sono utilizzate preferibilmente fresche, per uso interno o esterno.

piantaggine lanceolata

In cucina: in primavera, si mangia l’insalata di foglie e fiori di tarassaco e anche con foglie tenere di piantaggine. Molto utile anche l’infuso di piantaggine: un etto di foglie per un litro di acqua, si fa bollire 2-3 minuti e poi si lascia riposare coperto per 10 minuti. Berne 3-4 tazze al giorno fuori pasto.
Uso interno: la piantaggine è astringente, espettorante, antinfiammatoria, antibatterica, decongestionante: si usa sia in infuso sia in decotto. É utile per purificare il sangue, aiuta lo stomaco e l’intestino. Agisce sul sistema respiratorio: polmoni, bronchi e gola. I gargarismi fatti con l’infuso di foglie curano il raffreddore, la tosse e liberano dal catarro.
Uso esterno: per alleviare il dolore provocato dalle punture di insetti come vespe, calabroni, zanzare o formiche, appena punto, prendere subito due o tre foglie di piantaggine, pulirle accuratamente con le mani, poi stropicciarle per far uscire i liquidi carichi di principi attivi e sfregare la pelle. In pochi minuti il gonfiore e il dolore scompaiono. Per curare l’acne e per gli occhi arrossati o infiammati: far bollire le foglie di piantaggine per cinque minuti in un po’ d’acqua e usarle in compresse. Lo stesso metodo vale per gli occhi arrossati o infiammati, è ancora più efficace aggiungendo alcuni fiori di fiordaliso.
La piantaggine è cicatrizzante: con le foglie fresche si cura qualsiasi tipo di ferita, cicatrice, piaga (anche vecchia), ascesso, infatti la foglia assorbe il pus e la cicatrizzazione è veloce. Raccogliere foglie fresche e non rovinate, metterle una per volta sul palmo della mano e pulirle passando più volte con le dita dell’altra mano. Appoggiare la pagina superiore della foglia sulla piaga, mantenendola aderente con un cerotto o una fascia. Sostituire la foglia due o tre volte al giorno, togliendola quando sia diventata scura o quando si veda il pus e sostituirla. Si possono conservare le foglie in frigorifero dalla sera al mattino in un panno di cotone, mai in un contenitore di plastica.
D’estate, se dovete camminare tanto e/o con scarpe nuove, mettere foglie di piantaggine nelle scarpe, così non si formano né vesciche né piaghe. Tornati a casa, se i piedi sono doloranti fare un pediluvio aggiungendo all’acqua un infuso di foglie di piantaggine.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Maggio 2017, sezione Orti e Giardini

Arriva l’estate e la luce del sole risveglia la nostra memoria

di Marilena Ramus

sunset2Millenni prima di Cristo, gli Uomini vivevano in simbiosi con la Natura ed hanno imparato a scoprirla e a conoscerla. Con concetti concreti come freddo, caldo, alba e tramonto si orientavano nello spazio; sono i nostri punti cardinali: nord, sud, est, ovest.
L’osservazione quotidiana ha svelato loro il movimento dei corpi celesti e fenomeni come le eclissi. Hanno scoperto lo scorrere del tempo: il ciclo giornaliero, più o meno lungo,
misurato poi con le prime meridiane; il ciclo lunare, con le varie fasi, dalla Luna nuova alla Luna piena e ritorno alla Luna
nuova, incidendo tacche su un bastone hanno saputo quanto durava il viaggio della Luna nel cielo, ed ecco la nascita del calendario.
Associando tutto ciò al ciclo della vegetazione, hanno identificato le stagioni e anche i quattro giorni particolari che segnano l’inizio di ognuna: i due equinozi – a marzo e a
settembre – il solstizio d’inverno e il solstizio d’estate.
Il 21 giugno è il giorno del solstizio d’estate, primo giorno di una nuova stagione. La parola “solstizio” deriva dal latino “sol”, “sole”, e “sistere”, “fermarsi”. Ed è una data fatidica cioè il giorno più lungo dell’anno. Il sole raggiunge il punto più alto a nord ed è al culmine della sua potenza. Poi comincia a decrescere sorgendo sempre più a sud: dal 21 giugno, in
modo impercettibile, le giornate cominciano ad accorciarsi.
Dopo il semestre ascendente che si termina il 21 giugno, si entra nel semestre del sole discendente, che si conclude il 22 dicembre – solstizio d’inverno – con la notte più lunga dell’anno. Dal 21 al 24 giugno, per tre giorni, il sole sorge e tramonta sempre nello stesso punto, come se si fermasse. Poi dal 24 giugno, ricomincia a muoversi nel cielo e sorge pian piano sempre più a sud. In epoche pre-cristiane il cambio di direzione del sole
rappresentava un momento particolare e magico. Le popolazioni antiche erano convinte che il sole si fermasse e tale fenomeno era, per gli Antichi, molto inquietante. Credevano
che sotto questo fenomeno ci fosse una magia potentissima. Ecco perché già nei tempi più remoti, i simboli solari sono presenti dappertutto e il culto solare importantissimo in tutte le culture antiche. All’origine, il 24 giugno si festeggiava il solstizio d’estate: si
celebrava SOL, il Re del Solstizio d’Estate. Il solstizio d’estate è lo specchio di quello invernale, che accade fino al 25 dicembre, anch’esso accompagnato da riti al Sole, nella speranza che ritorni a riscaldare la terra e a portare vita. Nell’Antichità greco-romana, i solstizi, venivano chiamati “Porte”. “Porta degli Uomini” a giugno, “Porta degli Dei”
a dicembre, ed erano il confine tra il mondo degli uomini e quello degli dei. Il dio Giano è l’iniziatore, l’asse del mondo, colui che conduce alle due porte solstiziali. Dio bifronte,
con due volti, uno giovane e l’altro barbuto, è la divinità del principio e della fine, delle porte e dei confini.
Attraverso tali porte, il sole dava inizio alle due metà – ascendente e discendente – del suo percorso annuale: a giugno il corso materiale della creazione, a dicembre quello
del regno divino e soprannaturale.

La festa di San Giovanni
A guardia delle porte solstiziali il dio Giano è stato sostituito da San Giovanni Battista per il solstizio d’estate (24 giugno), e San Giovanni Evangelista per il solstizio invernale (27 dicembre). Johannes in latino e la somiglianza fonetica fra Janus (Giano) e Joannes (Giovanni) è evidente, la scelta della Chiesa non è stata casuale. Il nome della festa è legato alla religione cristiana: la Chiesa l’ha chiamata così perché, secondo il suo calendario
liturgico si celebra San Giovanni Battista. In realtà, il culto di San Giovanni Battista si è innestato in un substrato culturale molto più antico. La Chiesa ha cancellato il culto arcaico, e l’ha “riscritto” in termini cristiani, così ha cristianizzato le feste dei
culti già esistenti, per esempio nella nostra zona, quelli celtici.
L’antica festa del solstizio Dal Nord Europa fino alle coste del Mediterraneo e anche
in Nord Africa, da tempi antichissimi, la notte che va dalla mezzanotte del 23 giugno, fino alle prime luci dell’alba, è considerata speciale, carica di magie, prodigi e meraviglie.
La notte in cui il mondo naturale e quello soprannaturale si compenetrano e allora, cose ritenute impossibili diventano possibili, con riti risalenti agli antichi culti solari. E’ la notte per eccellenza, la più corta dell’anno con particolari festività piene di mistero e di magia, è l’apoteosi della luce sulla Terra, la festa della rigenerazione e della fecondità.

Il matrimonio fra sole e luna
La festa cade nel solstizio d’estate, tempo di mietitura, con chiaro riferimento alla simbologia del fuoco e alle sue funzioni purificatrici e propiziatrici. In questa festa, secondo un’antica credenza, il SOLE (fuoco) si ferma per sposarsi con la LUNA (acqua). Ciò carica di energia il nostro pianeta, riversando i poteri positivi del fuoco (luce e calore) provenienti dal Sole, nell’acqua in cui penetra, con energie derivanti dalla Luna e tutto ciò si svolge nel buio della notte, che simboleggia la parte oscura umana. In età precristiana, questo periodo era considerato sacro.
Tutto nasce dai ritmi immutabili, scanditi dai fenomeni astronomici. Da qui i riti e gli usi dei falò e della rugiada, presenti fino ad oggi nella tradizione contadina e popolare.
Si accendevano grandi falò e si raccoglieva la rugiada all’alba.
La notte fra il 23 e il 24 giugno è considerata magica perché il mondo naturale e quello soprannaturale si compenetrano e in quel momento accadono “cose strane”. Non ci credete? Perfino Shakespeare le ha descritte nel suo “Sogno di una notte di mezza estate”… Nel segno del sole, anche la notte doveva essere tutto un brillare e quindi i contadini si posizionavano principalmente su dossi o in cima alle colline e montagne,
preparavano grosse cataste di legna e accendevano grandi fuochi. Accendere il fuoco per portare la luce nella notte. I falò erano accompagnati da grida, canti e balli, si facevano
lunghe processioni con le torce accese. Perché? Il rogo, il falò, nella mentalità popolare, doveva servire per sostenere il sole affinché conservasse la sua forza, ma serviva anche a rallentare idealmente la sua discesa e bruciare il “troppo pieno” di sole che, durante l’estate, avrebbe potuto distruggere i raccolti, ma anche ottenere la protezione del sole espellendo tutto ciò che può essere dannoso. I falò accesi la notte di San Giovanni erano considerati anche purificatori, per questo vi si gettavano dentro cose vecchie, ruote di fascine, perché il fumo che ne scaturiva tenesse lontani gli spiriti maligni. La gente si riuniva attorno al falò, famiglia, amici, vicini tutti insieme e c’era tanta allegria e la condivisione del pane. Si saltava il fuoco per essere sicuri di non dover soffrire il mal di reni per tutto l’anno. Si gettavano nel fuoco erbe particolari, come la verbena per allontanare la malasorte. La mattina del 24 giugno le persone giravano tre volte intorno
alla cenere lasciata dal falò e se la passavano sui capelli o sul corpo per scacciare tutti i mali. Anche questi riti erano organizzati per ottenere la benevolenza del sole e propiziarsi
la buona sorte.

L’acqua di San Giovanni
“L’acqua di San Giovanni guarisce tutti i mali”. Un’usanza contadina consisteva nel raccogliere la rugiada stillata in questa notte dei miracoli, perchè si era convinti che facesse crescere i capelli, curasse la pelle, allontanasse le malattie e favorisse la fecondità. In certi posti c’era l’abitudine di usarla sul momento, in altri di raccoglierla stendendo un panno sull’erba e strizzandolo poi il mattino successivo.
Per confezionarla, il 23 giugno, di notte, bisognava raccogliere foglie e fiori di iperico, di lavanda, menta, ruta e rosmarino, si mettevano a bagno in un bacile colmo d’acqua di fonte che si lasciava per tutta la notte fuori casa, esposto così all’influsso della luna. La mattina successiva, le donne prendevano quest’acqua e si lavavano per aumentare la propria bellezza, migliorare e fortificare la pelle e preservarsi da malattie e malasorte. La prima acqua attinta la mattina del 24 manteneva la vista buona. Volete dare una chance alle credenze dei nostri antenati? Provate! Tentar non nuoce.

Le erbe magiche di San Giovanni
La notte di San Giovanni è anche la notte delle Donne della Medicina che la Chiesa ha chiamato “streghe”. In certe tradizioni rivivono figure di folletti, maligni o dispettosi.
Si riteneva che in quella notte “le donne della medicina” si riunissero e scorrazzassero per la campagna, alla ricerca di erbe spontanee. Le più note da raccogliere nella notte di San Giovanni erano l’iperico, detto anche erba di San Giovanni, l’artemisia, dedicata a Diana-Artemide, il ribes rosso, il gelsomino e anche lavanda, menta, biancospino, ruta e rosmarino, aglio, cipolla, giglio di San Giovanni… Si preparavano bei mazzi “porta fortuna” da tenere in casa o da regalare, per tenere lontani gli spiriti maligni. In certe zone
si raccoglievano 24 spighe di grano, conservate tutto l’anno, come amuleto contro le sventure. Ogni regione aveva le sue erbe si San Giovanni, sono alcune tra le erbe più comuni e che fioriscono in quel periodo. Gli Antichi pensavano che, in questa notte magica, tutte le piante e le erbe fossero esaltate dagli influssi astrali, perciò acquisivano forza e sacralità e tutte le loro proprietà erano aumentate, raggiungendo la massima concentrazione di oli essenziali, quindi in grado di scacciare ogni malattia e servivano comunque sempre contro i sortilegi, il malocchio, la malasorte e contro il diavolo. Fatte seccare al sole, si utilizzavano durante l’anno per preparare pozioni magiche e per confezionare incantesimi.

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Albero di noce e nocino
Alla notte di San Giovanni era associato l’albero di noce ed i suoi frutti. Una credenza secolare è che in questo periodo solstiziale le così dette “streghe” si riunissero nella notte tra il 23 ed il 24 giugno attorno ad un antichissimo albero di noce.
Con i frutti di questi alberi “magici”, raccolti ancora verdi e bagnati di rugiada, proprio nella notte di San Giovanni, si preparava il nocino, liquore ottenuto dalla macerazione delle noci ancora verdi e immature nell’acquavite. Era considerato terapeutico. L’utilizzo del mallo di noce come ingrediente per medicinali e liquori risale a tempi antichissimi: il culto del noce come “albero delle Donne della Medicina” era di origine druidica, infatti i Britanni si preparavano pozioni ritenute magiche utilizzando noci acerbe…

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte, numero 4 (Giugno), sezione “Agri-cultura, Orti e Giardini”