L’idea del reddito di base: l’uomo è creativo, giusto ed empatico

di Thomas Richter

Il cosiddetto reddito di base incondizionato**, è un importo sufficiente per vivere che viene pagato dallo Stato ad ogni cittadino per tutta la vita e che non dev’essere restituito. Immaginatevi di poter vivere senza dover guadagnare soldi. Quando ho chiesto ad alcuni amici italiani cosa ne pensassero, mi hanno risposto: “Va beh, non funzionerebbe per gli italiani, smetterebbero subito di lavorare”, ma anche nel mio paese di provenienza, la Germania, hanno risposto in modo simile e devo dire che fino poco tempo fa anch’io la pensavo così. Ma siamo proprio così pigri noi esseri umani che dobbiamo essere spinti dalla necessità di sopravvivere per impegnarci? Non c’è forse un’altra motivazione, per esempio lasciare un’impronta bella e utile per gli altri, per dare un senso alla vita?

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Però lavorare per gli altri, forse non è solo una realtà consolidata nella società moderna, ma anche profondamente voluta. Ma le condizioni, come stipendio e partecipazione al processo di produzione, magari anche la scelta di cosa viene prodotto e non solo ciò che porta soldi, devono essere giuste. Con la situazione attuale di scarsità di posti di lavoro e le prospettive dell’industrializzazione 4.0, non sembra restare altro che tornare all’ideale di autosufficienza, avere un orto e far da soli quanto possibile, come si faceva una volta prima della rivoluzione moderna. Però tornare indietro è duro, un po’ solitario e in generale dovuto alla necessità più che ad una precisa scelta. Vorremmo dispiegare i talenti, partecipare al sociale e contribuire in modo produttivo e con compenso giusto, ma esiste veramente un concetto che soddisfa tutti questi aspetti?

La risposta è , esiste un concetto che considera ed abbina gli aspetti dell’economia, della giustizia e delle proprie capacità. Questi ambiti vengono messi al posto giusto per renderli funzionanti e soddisfacenti per ogni cittadino, partendo dalla differenziazione della società nel senso del cosiddetto “organismo sociale”. Questo termine è stato creato da Rudolf Steiner*, l’ispiratore delle scuole Waldorf, dell’agricoltura biodinamica e ricercatore delle leggi animico-spirituali in tanti altri settori. Colpito dal caos generatosi a seguito della 1a Guerra Mondiale, diceva che il problema era dovuto all’ignoranza del fatto che la vita sociale richiede un’articolazione invece di essere uniforme. Vedeva la vita sociale come un organismo intero, ma faceva una suddivisione ovvero “tripartizione sociale”, poiché secondo lui, la vita sociale si compone di tre campi distinti.

Rispetto all’organismo umano che deve il suo funzionamento alla coordinazione degli organi con compiti differenziati, come il cuore, il cervello e gli intestini, sosteneva che anche il campo sociale fosse composto da tre ambiti ben distinti, anzi complementari. Questi svolgono ciascuno il proprio compito con una certa indipendenza, ma collaborano per il funzionamento complessivo totale. Sono l’economia, la politica e lo spirito individuale. Per la salute dell’organismo sociale nessuno di questi elementi può dominare gli altri. Iniziamo con le capacità individuali, i talenti e la creatività che ognuno possiede, quindi tutto ciò che ci contraddistingue dagli altri. Sono la scuola e la cultura che le promuovono, ma nel caso ideale si esprimono in tutti i settori della vita, per esempio nella professione. L’ideale di questo ambito naturalmente è la libertà.
Il secondo campo tradizionalmente è quello dello Stato, cioè la politica ma anche la giustizia, quindi tutto ciò che riguarda noi in quanto cittadini e soggetti con precisi diritti. Qui la libertà ha un senso limitato in quanto tocca quella degli altri, invece il valore più adatto è l’eguaglianza.
La terza parte è l’economia, cioè la produzione, il commercio e il consumo dei beni. Per questo ambito se riflettiamo un po’ ovviamente non serve come ideale la libertà e neanche l’eguaglianza. Cosa succede se uno dei tre sistemi diventa predominante rispetto ad un’altro? Per esempio se lo Stato prescrive i contenuti, metodi e l’accesso alla scuola, possiamo assumere che tutta l’educazione avrà lo scopo di servire agli interessi dello Stato e l’individualità dovrà sottomettersi a questi cioè magari seguendo uno schema. Se invece le ditte comandano, per esempio in quanto pagano le università, vuol dire che determinano i contenuti e accettano solo chi si sottomette ai loro interessi. Consideriamo l’individuo: se una persona domina la politica e la giustizia abbiamo una dittatura, se possiede un potere illimitato nell’economia diventa un monopolio. Se l’economia regge lo stato abbiamo l’utilitarismo, se invece al contrario c’è un’economia dello Stato, avremo il socialismo.

Tutti questi estremi sicuramente non sono desiderabili. Ma che cosa può essere l’ideale dell’economia? Ci si arriva ricordandosi alle parole della rivoluzione Francese: liberté, égalité, e fraternité. Quindi quello che manca è la fratellanza che sembra un elemento lontanissimo nell’attuale applicazione dell’economia. Infatti sembra difficile trovare un collegamento, ma Steiner offre una spiegazione stupenda quando scrive che la divisione del lavoro, realizzata sempre di più nella storia, incorpora proprio questo ideale. Poiché l’uomo, in questo sistema produttivo, non produce per se stesso ma per gli altri, porta avanti un altruismo non sentimentale, ma reale e pratico, tramite il suo lavoro. Ne risulta quindi che i tre sistemi descritti sopra, contribuiscono in modo complementare ed efficiente ad una sana vita sociale. Per riprendere l’argomento del reddito di base, questo si giustifica dalla convinzione che non solo esiste l’uomo economico oppure l’uomo politico, ma anche l’uomo individuale che vorrebbe sviluppare e manifestare le sue capacità in modo libero per il bene del tutto.

*Rudolf Steiner: https://it.wikipedia.org/wiki/Tripartizione_dell%27Organismo_sociale
**http://iniziativa-redditodibase.ch/reddito-di-base-incondizionato/

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

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Il bosco insegna

di Olimpia Medici

Saltare nelle pozzanghere, giocare a palle di neve, rotolarsi tra le foglie, camminare sotto la pioggia.
Sembra il racconto di una domenica in campagna e invece sono le attività di routine degli allievi dell’asilo nel bosco, bambini per cui andare a scuola non significa rinchiudersi in un’aula ma stare in mezzo alla natura. Si tratta di un modello educativo nato in Danimarca negli anni ‘50 che in seguito si è diffuso in molti paesi d’Europa, ma non in Italia dove si sta sviluppando soltanto ora. Oggi su tutto il territorio nazionale gli asili del bosco sono una sessantina e quattro si trovano in Piemonte.

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Per raccontare la storia dell’asilo nel bosco di Veglio, un paesino immerso nel verde del Biellese nord-orientale e famoso per il suo grande parco avventura, abbiamo incontrato Maura Farris, una giovane mamma che lavora da sempre come educatrice.
“Dopo 10 anni di lavoro come responsabile di un micronido ero alla ricerca di un metodo didattico diverso. Mi ero resa conto in prima persona che i sistemi utilizzati dalle scuole classiche sono spesso coercitivi e propongono quasi esclusivamente attività strutturate classiche. Per esempio, ci sono bimbi che da subito amano il disegno, altri invece no. Però in una scuola classica non è facile differenziare le attività e quindi tutti finiscono per disegnare, ma a non tutti fa bene. Alcuni bambini preferirebbero stare tutta la giornata con il naso all’insù a guardare il cielo. Se li costringi a disegnare, blocchi il loro motore di crescita interiore.
“Da qui è nata la ricerca che mi ha portato all’asilo nel bosco. Mi sono confrontata con Claudia Loglisci e Mattia Ravetti, anche loro educatori, e siamo entrati in contatto con un gruppo di ragazzi che ha fondato un Asilo nel Bosco a Ostia Antica. Siamo stati da loro, abbiamo visto come lavorano e ci siamo resi conto che stavamo cercando proprio una pedagogia di questo tipo”.
E così Maura e i suoi colleghi hanno fondato l’Associazione l’AgriCultura e hanno dato il via al progetto il Bosco dei Piccoli. La prima esperienza è stata a Bioglio, un borgo in collina a 13 chilometri da Biella. “Avevamo un centro con una casetta in legno, ma purtroppo dopo alcuni mesi abbiamo subito un incendio; così ci siamo trasferiti a Veglio, dove il comune ci ha offerto la struttura dell’ex scuola materna in disuso da due anni. Il paese ci ha letteralmente adottato: tutti sono felici di avere di nuovo dei bambini per le strade. Molti abitanti hanno animali e i bimbi vengono invitati nelle stalle, ricevono le uova in regalo e così via. Per ora abbiamo nove bambini tra i tre e i sei anni che frequentano tutti i giorni e tre che vengono alcuni giorni a settimana.”
Ma cosa significa davvero frequentare un asilo nel bosco?
“È molto semplice: si sta quasi sempre fuori. L’educatore è soprattutto un mediatore tra i bambini e la natura. La giornata tipo inizia tre le 8.30 e le 9.15, quando arrivano i bambini. Si fa uno spuntino tutti insieme, poi si esce a passeggio e si gioca all’aperto, anche quando piove – sempre che non diluvi, naturalmente. Se il tempo è bello si mangia fuori, se no in struttura. Il pranzo lo si porta al sacco da casa. Nei mesi freddi abbiamo tute termiche e antineve. E per la pioggia ci sono le tute antipioggia danesi e gli scarponi impermeabili. I bambini non hanno paura del brutto tempo, anzi!  Per loro la cosa più bella è potere saltare nelle pozzanghere senza sentirsi dire niente. Quello del clima e del brutto tempo è un falso problema. In realtà i nostri bambini si ammalano meno di quelli che frequentano la normale scuola materna perché le malattie si trasmettono più facilmente all’interno. Senza contare che un bambino felice ha un sistema immunitario più attivo”.

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Del resto l’asilo nel bosco è diffuso soprattutto nei paesi nordici dove il clima è decisamente più rigido che in Italia, in particolare in Germania, nel Regno Unito e in Danimarca. Ce ne sono di due tipologie. In quelli più estremi non esiste nessun punto di appoggio: quando piove si tira un tendone per riparare i bambini e si accende il fuoco. Di solito comunque esiste un riparo, spesso una casetta, dove rifugiarsi quando il tempo è brutto, almeno per consumare i pasti.
“In Germania una scuola materna su cinque è un asilo nel bosco e sto parlando del settore pubblico. A volte la frequenza dell’asilo tradizionale viene abbinata a qualche giorno alla settimana nell’asilo nel bosco, dove i bambini vengono accompagnati dalle loro insegnanti. In Italia siamo indietro anni luce. Noi abbiamo creato un comitato per promuovere la creazione di  asili di questo tipo, che comunque sono sempre più numerosi anche qui. Il guaio è che per la legge italiana l’asilo nel bosco non esiste. Ognuno si organizza a suo modo, magari basandosi su un asilo privato preesistente. Dipende molto dal sostegno della regione e del comune e naturalmente anche dal clima socioculturale che si respira. In regioni come Toscana e l’Emilia Romagna ci sono più facilitazioni”.
Viene da chiedersi come cresceranno i piccoli allievi dell’asilo nel bosco e se questa esperienza sarà determinante anche nella loro vita di adulti.
“I vantaggi per i bambini sono molti” spiega Maura. “Prima di tutto sono liberi di sperimentare se stessi, sia a livello psichico che motorio e questo crea un bambino sicuro di sé e dà notevoli vantaggi anche nell’apprendimento successivo. Alcuni ci chiedono se non stiamo creando dei selvaggi. Io rispondo di no perché i nostri bimbi imparano molte cose: scoprono la natura, se stessi, la libertà, il ciclo delle stagioni. Le foglie che cadono, la neve, le prime primule, i frutti che maturano: è più di quello che si impara sui libri a quell’età. A quattro anni riconoscono le piante, gli animali, le impronte. Cose che per alcuni bambini di città non esistono nemmeno. Assaggiano i frutti, riconoscono i funghi, sanno che nel bosco non si infila una mano dentro un buco perché un animale ti può mordere. E soprattutto c’è l’autostima, una sicurezza che apre le porte verso il mondo e che conquisti quando da piccolo cammini per mezz’ora nel bosco con il tuo zaino in spalla”.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Pimeonte edizione Febbraio 2017, sezione Bambino Naturale

Fotografie di Claudia Garito