Il bio: così esclusivo

di Fabio Balocco

pexels-photo-327173

Questo che sto scrivendo è un post da uomo della strada. Io ammetto di non avere le competenze per giudicare se quello che sto per dire sia giusto o sbagliato. Mi limito a osservare.
C’è un elemento che accomuna il bosco verticale e la pasta di Kamut. Sono molto cari. Un appartamento nel bosco verticale di Milano dell’architetto Stefano Boeri costava (sono andati a ruba) 15.000 euro al metro quadro. Le spese condominiali medie si aggirano sui 1.500 euro al mese. Decisamente più abbordabile un alloggio nel 25 Verde di Torino dell’architetto Luciano Pia. Qui siamo su circa 5.000 euro al mq.
La pasta di Kamut. Mediamente costa tre/quattro volte tanto la pasta trafilata al bronzo che adesso va tanto di moda. Mi si dirà, sì vabbè ma lì paghi il marchio registrato. Vero, ma se compro la pasta di Khorasan, che non è marchio registrato, la pago uguale se non di più. Adesso giustamente vengono recuperati grani antichi, come la varietà Senatore Cappelli o quella Gentil Rosso. Il discorso non cambia: sempre cari sono i prodotti. Eppure farebbe tanto bene mangiare questa pasta anziché quella della grande distribuzione, che pare assodato che contribuisca quanto meno all’aumento della celiachia. Farebbe anche bene abitare in città in un appartamento con tanto bel verde attorno…

In genere, tutto ciò che è bio, tutto ciò che è sano non è certamente alla portata di tutti. A Torino quel furbastro di Farinetti vendette Unieuro, per creare in città il primo supermercato del mangiare bene, Eataly, che è oramai una consolidata multinazionale del cibo. Io ogni tanto vado a comprare da Eataly, perché solo lì trovo certi prodotti, anche umili, che non hanno altrove. E ogni volta mi stupisco quando alle casse vedo i carrelli pieni e le spese fatte solo con le carte di credito. E Torino è una delle metropoli più povere della penisola.
Il discorso non è molto diverso se vogliamo acquistare i prodotti del commercio Equo e Solidale. Bio o non bio, pur non essendoci intermediari (in teoria), i prodotti Fairtrade costano decisamente di più dei prodotti che gli intermediari li hanno.
Forse questo articolo l’avrebbe dovuto scrivere il filosofo Franco Fusaro, mio collega: lui avrebbe individuato nel capitalismo e nel libero mercato la causa di questo fenomeno.
Io mi limito a osservare che tutto ciò che è bio in senso lato nella nostra società è fortemente esclusivo e non inclusivo. E mantenersi sani e in salute costa molto e, considerato il trend, saranno sempre meno le persone che se lo potranno permettere.
Io conobbi Sefano Boeri anni fa. Pranzai con lui quando ci fu la nascita di Salviamo il Paesaggio a Cassinetta di Lugagnano. Lo stimo molto. Il bosco verticale è una bella invenzione. Certo che se invece di essere abitato da rapper, D.J., calciatori, fosse abitato da poveri e immigrati all’interno di un programma di edilizia economico popolare, beh, preferirei. Quella sì sarebbe una bella rivoluzione.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

Annunci

Cibo: si spreca sempre troppo – parte 2

di Fabio Balocco

Proseguimento dell’articolo dell’edizione Febbraio 2017

windfall-266888_1920

Cinque livelli di spreco alimentare, dicevamo.
Sul primario, ossia le eccedenze alla fonte, riporto la frase di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food: “Occorre un ripensamento del sistema produttivo, che fa sì che solo in Italia si lascino nei campi 1,4 milioni di tonnellate di prodotti ogni anno, spesso perché non è conveniente fare la raccolta.” Insomma, Petrini invita ad una revisione del sistema per evitare, molto banalmente, che frutta e verdura, talvolta anche di pregio, vadano al macero o non vengano raccolte. Da profano, non mi pare cosa semplice in un mondo purtroppo globalizzato, in cui prodotti che vengono dall’estero costano meno – nonostante il costo dei trasporti – di quelli italiani. Sugli altri livelli, tolto quello relativo al consumatore che lì ognuno di noi può lavorarci, quelli su cui si può fare molto, anche e soprattutto a livello legislativo, sono la distribuzione e la ristorazione.
Per quanto riguarda la prima, c’è da segnalare l’innovativo intervento legislativo francese del maggio 2015 ma attivo solo dal luglio 2016, che prevede che i supermercati di dimensioni superiori ai 400 metri quadrati stipulino accordi con le organizzazioni caritative al fine di ritirare quelle che diventerebbero eccedenze alimentari, ossia prodotti vicini alla scadenza e, qualora ciò non sia possibile, il cibo dovrà essere trasformato in mangime per gli animali o compost. Trasgredire a queste disposizioni concretizza un’ipotesi di reato, con pene fino a due anni di reclusione e 75 mila euro di multa. La legge prevede altresì il divieto per la grande distribuzione, di “rendere inutilizzabili” i prodotti scaduti o vicini alla scadenza rimasti invenduti, per esempio cospargendoli di candeggina, come molti fanno. La norma prevede infine una sensibilizzazione capillare, portando il tema nell’educazione scolastica.

Anche l’Italia ha, da metà 2016, una nuova legge sugli sprechi alimentari. Essa prevede disposizioni di carattere tributario e finanziario che semplificano la vita alle aziende che destinano prodotti alle onlus. In più potranno essere ceduti a titolo gratuito anche i prodotti agricoli che restano sul campo, così come le rimanenze di attività promozionali, i prodotti che stanno per scadere e quelli che non sono idonei alla vendita per alterazioni dell’imballaggio, ma che comunque siano ben conservati. Il pane in eccedenza potrà essere donato nell’arco delle 24 ore dalla produzione. Già, peccato che, a differenza della Francia, dove la sanzione è addirittura di carattere penale, qui da noi la sanzione per chi non si adegua non esiste. Per quanto riguarda la ristorazione, un provvedimento semplice semplice sarebbe quello che ogni ristorante consentisse o meglio addirittura invitasse i clienti a portarsi via gli avanzi del pranzo: il cosiddetto “doggy bag”. Per quanto riguarda invece le mense, io un’idea ce l’avrei: abolirle. Ognuno, in fabbrica od ufficio, si porti il mangiare da casa come si faceva una volta: molto più sano per la persona e molto più vantaggioso per l’ambiente!

Per approfondire: http://www.repubblica.it/ambiente/2015/05/27/news/petrini_lo_spreco_alimentare_deve_essere_reato_come_in_francia_-115383591/

Vuoi ricevere ogni mese il pdf della rivista mensile? Clicca qui!

Vuoi sapere dov’è distribuita nella tua città? Trovi gli indirizzi qui!

Cibo: si spreca sempre troppo – part 1

di Fabio Balocco

eccedenze-alimentari

Sugli sprechi alimentari i numeri ed i rapporti si sprecano a loro volta. E fanno rabbrividire.
L’autorevole rapporto Waste Watcher 2015 – presentato in occasione della terza Giornata nazionale di prevenzione dello spreco – rivela che in Italia finiscono nella pattumiera ogni anno generi alimentari per un valore di 8,4 miliardi di euro, cioè 6,7 euro settimanali a famiglia. Lo spreco alimentare, a livello mondiale, costa ogni anno 1.000 miliardi di dollari che salgono a 2.600 miliardi se si considerano i costi nascosti legati all’acqua e all’impatto ambientale. Secondo la FAO, invece, la quantità di cibo che nel modo finisce nella spazzatura supera il 35% della produzione totale, per un costo economico stimato in circa tre milioni di dollari ogni anno.
In realtà di sprechi se ne possono individuare ben cinque tipi. Il primo spreco comincia già dai campi, ed è costituito dalle eccedenze alimentari, con i frutti della terra che neanche vengono raccolti. Il secondo avviene in sede di trasformazione dei prodotti primari.
Il terzo avviene in sede di distribuzione, il quarto in sede di ristorazione (ristorazione in senso stretto e ristorazione collettiva), e l’ultimo nelle nostre case, quello che finisce in pattumiera.
Quanto incidano i singoli sprechi sullo spreco totale si evince dalla tabella allegata frutto di un recente studio del Politecnico di Milano. Percentualmente, vediamo che quello che incide di più è lo spreco domestico, seguito da quello primario, a sua volta seguito da quello della distribuzione, seguito da quello della ristorazione, con infine la trasformazione.
Quindi, lo spreco dipende in buona parte da noi, dalle nostre cattive abitudini alimentari, che evidentemente ci portano ad acquistare il superfluo, a fare scadere il già acquistato, a gettare ciò che è scaduto anche se ancora edibile, al cucinare in eccesso, al conservare male, e quant’altro.
Alla faccia della fame nel mondo, ed anche alla faccia della povertà dilagante nello specifico nel nostro paese. Evidentemente, la cosa non ci tocca più che tanto.
Forse aveva ragione mia nonna quando affermava: “per voi (intesi come voi giovani n.d.r.) ci vorrebbe un po’ di guerra”.
Proseguimento nel prossimo numero di Vivere Sostenibile Alto Piemonte!

VAI ALLA SECONDA PARTE

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Pimeonte edizione Febbraio 2017, sezione Scelte Ecosostenibili