L’ambientalismo è in crisi: domandiamoci il perché

di Fabio Balocco

Quando tre anni fa lasciai Pro Natura Torino, dopo circa trent’anni di militanza, l’associazione (la più vecchia e gloriosa d’Italia) contava circa la metà dei soci rispetto a quando io entrai a prestare servizio. E l’età media di questi soci residui era sicuramente superiore ai sessant’anni. Per celia, con un mio amico, dicevamo che fuori dalla sede dell’assemblea annuale avremmo dovuto far stazionare un’ambulanza.
Credo che sarebbe il caso di fare un pensamento su questo problema: la crisi dell’ambientalismo, quanto meno italiano. Perché non è solo Pro Natura ad avere perso soci. Delle associazioni storiche, il WWF per ragioni di costi ha dovuto chiudere le sedi locali, Italia Nostra vivacchia, Legambiente sopravvive grazie alle sponsorizzazioni, garantite anche dal fatto che essa ha sempre gravitato in una certa area politica. Ma le sponsorizzazioni ne limitano anche la libertà di azione.
Premetto subito una considerazione generale: quando entrai nell’associazione i soci erano tanti, ma a sbatterci eravamo quattro gatti, e lo stesso succedeva nelle altre associazioni della galassia ambientalista. Valeva quello che io definisco “il principio della delega”, cioè il pagare una quota annuale per demandare ad altri la ricerca delle soluzioni ai problemi.
Ma gli anni ottanta o giù di lì erano un’epoca in cui la gente sentiva comunque il problema ambientale. Prova ne erano le stesse politiche di governo, dalla creazione dei parchi, all’istituzione del Ministero dell’Ambiente.
C’era una sensibilità diffusa (seppure superficiale), testimoniata dalle ricerche demoscopiche: l’ambiente era ai primi posti nella classifica delle preoccupazioni della gente. Oggi non è più così, nonostante che il degrado sul nostro povero suolo sia decisamente aumentato rispetto a trent’anni fa. Oggi la gente pensa al lavoro, alla sicurezza, agli immigrati. L’ambiente è finito nelle preoccupazioni di retroguardia. E questo può spiegare la disaffezione generalizzata. Come potrebbe anche spiegare in parte l’estinzione del partito dei Verdi.

protect-450596_1920

Ma torniamo ai numeri.
Negli anni ottanta le associazioni vantavano tanti iscritti, e molti erano giovani. Oggi le associazioni non possono più contare su un ricambio. Perché un giovane non dà neppure più la delega di cui dicevo sopra, non scuce neppure trenta euro all’anno “per salvare l’ambiente”? Una spiegazione può risiedere nel fatto che i giovani oggi vogliono vedere dei risultati. L’ambientalismo svolge una attività prettamente difensiva attestata sul salviamo il salvabile, attestata di massima su di un NO generalizzato, e che tocca problemi ed indica soluzioni che a molti possono apparire lontani. Ecco, credo, almeno io, che ci sia uno stacco netto fra le idee e le aspirazioni dei giovani, che vogliono vedere risultati ed in più a breve termine, ed il modus operandi delle associazioni.
Ma anche un’altra considerazione si impone. Un tempo l’attività di sensibilizzazione in campo ambientale era svolta solo dalle associazioni, oggi non è più così. Oggi con il mondo di internet chiunque può denunciare e farsi sentire ed ottenere magari anche risultati che le associazioni stentano a ottenere. Dalle campagne stampa, alle raccolte firme, dai boicottaggi ai flash mob. E qui tocchiamo un altro tasto dolente. Le associazioni non si sono adeguate ai mezzi di comunicazione. Fanno ancora i comunicati stampa, talvolta addirittura i volantinaggi, i loro siti non sono né belli né amichevoli, spesso non hanno una pagina sui social media, non twittano e così via. Ma non lo fanno anche perché i soci sono vecchi. E qui è il serpente che si morde la coda. Se a ciò aggiungiamo che i mass media non si “filano” le associazioni (salvo Legambiente), si comprende come esse riescano a farsi sentire.
E veniamo infine alla sostanza. Oggi la politica dell’ambientalismo opera ancora nell’ambito dello sviluppo sostenibile. È ancora quella che già negli anni ottanta si definiva come “ecologia superficiale”, quella che non mette in discussione le basi della nostra società. Ma chi oggi abbia un minimo di sensibilità ambientale sa o intuisce che i problemi che ci attanagliano in realtà denunciano l’iniquità di base di un sistema di sviluppo, anzi lo sviluppo stesso. Oggi le voci credibili in campo ambientale sono di singoli, più che di associazioni, cito Luca Mercalli e Maurizio Pallante a livello italiano, cito Serge Latouche a livello mondiale. Singole voci che però riescono, almeno loro, a smuovere le coscienze e a fare adepti. Quello che l’ambientalismo istituzionale non riesce più a fare.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Scelte Ecosostenibili

Camminiamo le parole… insieme

di Rossana Vanetta

“Non mi annoiano i paesaggi tutti uguali,
ho piuttosto un’avversione a questi centri commerciali”

editor_01
Così canta Pollio, frontman degli Io?Drama, band del sottobosco musicale indipendente italiano. Questi versi mi ronzano in testa da qualche giorno, probabilmente dopo la notizia che un nuovo centro commerciale sta per aprire a Novara. E io sento un pezzo della mia (nostra) missione allontanarsi: vedo il cammino dell’umanità sempre più vicina ad una realtà che proprio non riesco a farmi piacere. Sembra continuare la vittoria sfacciata del capitalismo. Cemento contro terra, denaro contro Natura, consumismo contro il tempo delle persone, la qualità della nostra vita e contro il senso stesso della vita. Perché se trovarne un significato ultimo è un enigma che non risolveremo forse mai, non è di certo nella perdizione incosciente nei beni materiali o nel percorrere binari imposti da una società che non abbiamo scelto ad elevarci nella nostra evoluzione umana.
Spesso siamo obbligati a compiere scelte non propriamente nostre, solo per sopravvivere.
Intraprendere un lavoro che non ci piace, vivere in una determinata città, acquistare oggetti e macchine di cui in realtà vorremmo fare a meno. Ed è questa la crisi, che non è solo economica, ma sociale, personale. Eppure la crisi, per quanto dolorosa è un elemento positivo. “Ogni crisi conduce ad un arricchimento”, scriveva Renè Dubos, filosofo e ambientalista del secolo scorso. Il termine crisi viene dal greco krìsis, letteralmente “scelta, decisione”. Già possiamo avere un’immagine più costruttiva di questo momento delicato. Se associamo poi la crisi ad un momento “crisalide”, fase apparentemente di stallo ma indispensabile, che permette al bruco di divenire farfalla, riusciamo addirittura a ringraziare le nostre crisi personali. È proprio vero che nei momenti più bui arrivano le idee più illuminanti, perché è per fuggire da una situazione che non ci appartiene che la nostra mente trova la scappatoia, la risposta, il vero interesse, anche solo l’hobby che ci salva la vita.
Ad un anno e mezzo dal primo numero di questa rivista e dopo tante, tantissime, soddisfazioni, soprattutto da parte vostra – decine di migliaia di lettori che ci seguono ogni mese – la redazione passa un periodo di piccola krìsis, di scelta, anche perché ci troviamo ad osservare un flusso di capitale di mercato che invece di dirigersi verso progetti virtuosi o ecosostenibili, si muove lungo le solite traiettorie degli interessi commerciali. Ma per noi è uno stimolo per continuare a credere nella possibilità di crescere come farfalle e a lavorare con tutti voi.
Ed ecco che arriva il momento di una chiamata alle armi: we want you!
Ci piacerebbe che questo giornale fosse più compartecipato, vogliamo sentire la vostra voce.
Vorremmo ricevere le vostre storie da raccontare, i vostri eventi da condividere. Ci piacerebbe ascoltare idee, progetti, suggerimenti, sapere cosa vi piace o non vi piace del giornale. Insomma, il nostro nuovo sogno è quello di crescere insieme e costruire la nostra realtà!
Fatevi avanti: anche un piccolo pensiero può essere una grande risorsa per tutta la comunità. Per chi ancora è indeciso su cosa raccontarci, all’ultima pagina della rivista questo mese e qui troverete un piccolo sondaggio, ci piacerebbe sentire la vostra opinione.
Attendiamo con ansia i vostri contributi all’indirizzo mail viveresostenibile.altopiemonte@gmail.com o sulla pagina facebook Vivere Sostenibile Alto Piemonte.
Passiamo dal parlare al fare e come dicono i nativi d’America, è tempo di “camminare le proprie parole”!

“...Una civiltà non può mai diventare una catena. Perciò il mio pessimismo sull’immediato futuro sfocia in un ottimismo profondo. La forza delle circostanze costringe l’uomo a inventare soluzioni nuove”.
– René Dubos

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte, edizione Ottobre 2017, editoriale