Eden Sangha: il rifugio per rinascere – intervista ad Ellen Bermann

di Olimpia Medici

Ellen e cavallo

Ellen Bermann vive in una cascina di pietra con una grande vetrata affacciata su un mare di verde, a 1000 metri di quota. Siamo sul Tracciolino, la strada che collega il Santuario di Oropa a Graglia in provincia di Biella, un luogo di prati, ampi spazi e panorami a perdita d’occhio, ma anche un luogo isolato, che è facile definire fuori dal mondo. La casa di Ellen però è sempre aperta e trasmette un senso di vita e di armonia più che di solitudine. Quando ha deciso di vivere quassù si è proposta di rendere questo luogo una sorta di rifugio dove le persone, a partire da se stessa, potessero rigenerarsi e in un certo senso rinascere.
“Sono arrivata qui quasi per caso” racconta Ellen. Cercavo una nuova vita, volevo mettere in atto un cambiamento a livello sia globale che personale. Ho iniziato la mia ricerca dalle mete più ovvie: la Toscana, l’Umbria, le Marche. Poi ho letto un annuncio su Terranuova che parlava di una proprietà in vendita nel Biellese. Io allora abitavo tra Milano e Como e quasi non sapevo dove fosse, il Biellese. Ho deciso di dare un’occhiata e ho fatto una gita in giornata senza nessuna aspettativa. Sono rimasta folgorata! Subito ho colto un’energia del luogo molto particolare e in me hanno iniziato a muoversi diverse cose. Qualche giorno dopo sono tornata con il mio compagno e nostro figlio e nel giro di pochissimo abbiamo deciso di comprare con l’idea di trasferirci qui in tempi brevi. È stata la cosa più irrazionale che abbia fatto in tutta la mia vita, una scelta tutta di cuore e di intuito. E non me ne sono pentita”.
“Abbiamo chiamato il progetto Eden Sangha. In sanscrito ‘sangha’ significa ‘comunità’, quindi ‘comunità dell’Eden’, un nome che mi piace anche per quel tocco di sincretismo tra Oriente e Occidente. Da anni ero impegnata su temi come sostenibilità, cambiamento, transizione, così ho sentito l’esigenza di mettermi in gioco personalmente. Prima vivevo in una situazione di comfort in una classica villetta a schiera. Cercavo una sfida e un apprendimento confrontandomi con la situazione più aspra della montagna. Il primo anno è stato duro, durante la ristrutturazione ho dormito in tenda nel fienile per tutto l’inverno con mio figlio di 10 anni. I lavori all’interno della casa li ho fatti in buona parte di persona. Mi sono resa conto che cambiare richiede un grande sforzo e sono diventata più comprensiva verso chi non se la sente. Prima premevo un pulsante e avevo il gas, adesso non c’è più niente di scontato”.

Ma perché passare volutamente da una situazione di comfort a una di disagio, quando buona parte del mondo sogna il cambiamento opposto? Perché non premere più il pulsante del gas? È la grande domanda dietro al movimento della decrescita. Sentiamo la risposta di Ellen.
“Perché si inizia ad apprezzare il valore delle cose. Ogni volta che accendo la stufa e comincia a diffondersi il calore lo apprezzo e avverto un senso di ringraziamento. Ringrazio l’albero, ringrazio mio marito che ha fatto legna. Vivendo in modo più naturale aumentano la consapevolezza e la riconoscenza. Credo anche che in futuro molti saranno costretti a rivedere i propri stili di vita; noi li stiamo anticipando. Ora vivo più all’aria aperta, mi sento in connessione con gli elementi, con la natura. Anche il fisico si abitua ai ritmi naturali, vivo meglio, non mi ammalo quasi mai. E soprattutto ho meno bisogni. La vita diventa più essenziale”.

L’idea del progetto di Ellen è di creare un centro di riconnessione con la natura attraverso il selvatico e la bellezza… continua

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Speciale Alimentazione Naturale

Quante attività ci sono nelle nostre zone che rispettano la stagionalità, il km zero, il biologico e tutto ciò che chi è attento alla salute e all’ambiente vuole trovare sulla tavola?
Alcune hanno deciso di parlare ai lettori di Vivere Sostenbile Alto Piemonte e far crescere il loro impegno, già importantissimo, verso la sostenibilità ambientale!

L’Alveare che dice Sì cerca nuovi Gestori!

Si chiamano Alveari, ma non hanno niente a che vedere con le api. Sono dei gruppi d’acquisto, comunità di persone che si uniscono per comprare… continua

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Respiriamo bene, respiriamo con la testa

di Enrico Marone

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Eccolo qua il grande allarme per lo smog nelle città italiane. Puntuale da molti anni, quando comincia ad avvicinarsi la stagione fredda e quest’anno è iniziato quando ancora gli impianti di riscaldamento non sono pienamente operanti. Sicuramente la situazione nel nostro paese è grave, se è vero che, come dice lo studio della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, muoiono 91.000 cittadini ogni anno a causa dell’inquinamento atmosferico. Un bilancio drammatico, come se fossimo in guerra contro un nemico che però usiamo giornalmente. Sì, perchè le sostanze tossiche che troviamo nell’aria che respiriamo, provengono dai combustibili fossili usati per il trasporto (auto, camion, ecc…), dagli impianti di riscaldamento, dalle industrie che producono ciò che utilizziamo o consumiamo ogni giorno e dall’agricoltura.
Ed è questo il nodo problematico, cioè il modello di funzionamento della nostra società, in particolare nelle città dove anche la carenza di verde e alte concentrazioni di mezzi e impianti determinano le situazioni più critiche e difficili da affrontare.
È ovvio che di fronte a questi numeri, che finora sono stati un po’ troppo ignorati (non è che negli anni precedenti non morisse nessuno per questa causa…), vietare la circolazione di una parte di autovetture in qualche città è sicuramente una misura insufficiente.
Oltre alle fonti citate ne esistono altre insospettabili, per noi semplici cittadini, ma pesantissime, dato che gli inquinanti tossici sono diversi: non solo il PM10 (polveri sottili) di cui si sente parlare spesso, ma anche il biossido di azoto (NO2) e l’ozono troposferico (O3).
Per esempio, sempre secondo questo interessantissimo studio che vi consigliamo di leggere, il 35% del PM10 di Milano proviene indirettamente dall’agricoltura e dagli allevamenti. Inoltre i momenti critici dell’anno, durante i quali si arriva alle emergenze, sono più o meno sempre gli stessi, eppure non si fa nulla per prevenire, per quanto possibile o almeno ridurre, l’impatto del fenomeno, che già si sa che sta per ripresentarsi. In alcune città tra l’altro si registra ormai una situazione di emergenza quasi continua.
Che fare? Lo studio propone una serie di azioni e orientamenti per affrontare il problema, per esempio dovrebbe esserci un piano nazionale per la mobilità sostenibile, ma nella sostanza ci sono due considerazioni fondamentali da fare.
La prima è che si tratta di un problema che non si può affrontare da soli, neppure un’intera città, seppure grande, potrà da sola essere incisiva, ma occorre lavorare tutti assieme, come una comunità che deve curarsi prima di tutto della salute delle persone, ancor prima del profitto. La seconda è che sicuramente continuando a vivere ogni giorno nello stesso modo di ieri, cioè usando sempre l’auto, utilizzando sempre combustibili fossili o peggio il carbone, non adeguando mezzi ed impianti alle nuove tecnologie meno inquinanti, non si riuscirà mai a venirne fuori.
Occorre cambiare mentalità, aggiornarsi tecnologicamente, riavvicinarsi alla Natura e smetterla di essere dinosauri devastanti per noi, per le persone che amiamo e per l’intero pianeta.
Come vedete ciò che respiriamo è una questione di testa.

http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/inquinamento/2017/09/29/smog-in-italia-laria-piu-inquinata-fra-grandi-paesi-ue_e67464ab-6575-4fb9-8ec3-510ffa3e4883.html

https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/wp-content/uploads/dlm_uploads/2017/09/Report_La_sfida_della_qualita_dell_aria_nelle_citta_italiane_2017.pdf

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, editoriale

Speciale Benessere Olistico

Il Benessere Olistico è un settore che comprende molte discipline e conoscenze antiche e nuove… per approfondire meglio alcuni professionisti dell’Alto Piemonte ci hanno parlato del proprio lavoro.

Scopriteli tutti qui sotto!

Fare prevenzione è fondamentale

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Il termine prevenzione indica la possibilità di agire prima che qualcosa avvenga, di anticipare un evento e quindi di ridurre conseguenze negative che esso potrebbe avere. Nell’ambito della salute, dopo diversi anni di esperienza…

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La dorsale sopra Oropa (Biella) Cima Tressone, Monte Becco, Cimone e Monte Cucco

di Mauro Carlesso – scrittore e camminatore vegano

cimone dal monte cucco

Dal Monte Becco verso il Cimone e, più in basso il pacifico Monte Cucco – foto di Mauro Carlesso

Cornice classica dei Santuari è spesso la cerchia di montagne tra le quali sono edificati. Non fa eccezione il Santuario della Madonna Nera d’Oropa che visibile già dall’Autostrada si staglia tra le arcigne Alpi Biellesi. E’ curioso notare come il complesso monumentale sia posto esattamente sotto la verticale del Monte Tovo dalla perfetta forma piramidale. Le facili cime di questa escursione si trovano sulla sinistra idrografica della valle Oropa e consentono una visione spettacolare del Santuario a picco sotto di noi.

La scheda
Località di partenza: Galleria Rosazza (1.488 mt) –Oropa – BI-
Località di arrivo: Locanda Galleria Rosazza (1.488 mt)
Cime sul percorso: Cima Tressone (1.724 mt), Monte Becco (1.730 mt), Cimone (1.702 mt) e Monte Cucco (1.515 mt)
Dislivello: mt.  250 circa
Tempo di percorrenza: ore 3,30 (soste escluse)
Difficoltà: E (un tratto EE per scendere dal Cimone)
Periodo: Primavera e Autunno (a Maggio straordinaria fioritura di narcisi)
punta del cimone

Sotto la vetta di massi accatastati del Cimone – foto di Lodovico Marchisio

L’itinerario
Dai parcheggi del Santuario si sale lungo la strada della Galleria Rosazza. Si imbocca con precauzione il tunnel e sbucati sul versante della Val Cervo si lascia l’auto nei pressi della

Locanda (1488 mt). Percorsi un centinaio di metri su asfalto in discesa fino ad una stretta curva, si diparte una traccia che ripida porta sulla dorsale. A destra si staglia la piramide del Monte Tovo e lungo una traccia di sentiero si raggiunge l’ammasso di pietre della Cima Tressone (1.724 mt), con spettacolare vista sul versante Sud Est del Tovo. Ripercorrendo i nostri passi riprendiamo la dorsale all’altezza del Colle della Colma (1.630 mt) e seguiamo la traccia contrassegnata D5 che scavalca la Galleria Rosazza e giunge sul Monte Becco (1.730 mt). Il panorama è ampio sulla pianura di fronte a noi, sugli importanti rilievi del Mucrone e Monte Mars e sul Santuario in fondo alla valle. Continuiamo lungo la comoda dorsale che ci conduce sulla cuspide del Cimone (1.702 mt). Davanti a noi il panorama è sempre più ampio, con l’arrotondato Monte Cucco più in basso nostra prossima meta c

he raggiungeremo con il sentiero che ne cavalca pacificamente l’intera dorsale. Dal Cimone si scende con precauzione tra i massi accatastati dalla vetta raggiungendo il sentiero tra i bassi arbusti che in leggera discesa e facilità ci condurrà sul Monte Cucco (1.515 mt) ove è presente una caratteristica Madonnina Nera. Da qui a vista si raggiunge in basso a destra la cascina Alpone superiore (1.452 mt) dove ci si innesta sul sentiero con segnavia D16 (detto “dei profughi polacchi”) che con  ampio e pianeggiante mezzacosta termina al Tempietto Belvedere nei pressi della strada asfalta della Galleria Rosazza. Risalendo il nastro d’asfalto per alcune centinaia di metri raggiungiamo il tunnel che attraverseremo raggiungendo l’auto.

La Galleria Rosazza –portale della valle Oropa- foto di Mauro Carlesso

galleria rosazzaLa nota storica
La strada che dal Santuario di Oropa sale alla Galleria Rosazza per scendere poi al Santuario di San Giovanni, la galleria con annessa Locanda e gli edifici lungo il percorso, furono ideati e costruiti in soli otto anni da Federico Rosazza (1813-1899) mecenate, filantropo e amante delle discipline esoteriche. Ritrovatosi molto ricco ma privo di affetti familiari, con il pittore Maffei decise di dedicarsi all’arte e al miglioramento delle condizioni della vallata che contribuirono a valergli la nomina, nel 1892, a senatore del Regno. La sua opera più ambiziosa fu sicuramente la galleria che porta il suo nome, ideata seguendo le indicazioni degli spiriti guida. Proprio per questo la galleria fu per anni osteggiata dai valligiani che all’ardito traforo indicato dallo spirito guida, preferivano una più prosaica stradina a mezzacosta. La galleria fu iniziata nel 1893 ed inaugurata il 17 luglio 1897. È lunga 367 metri e posta ad un’altezza 1.488 metri sul livello del mare. I lavori di scavo, interamente manuali, impiegarono squadre di minatori, con turni anche di notte, per quattro anni nei mesi da aprile a novembre, con l’aiuto di numerose donne locali per i servizi di vettovagliamento.

Per un pranzo al sacco Veg
Un suggerimento per un gustoso pranzo al sacco vegano a impatto zero: torta salata con tofu e bietole.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Maggio 2017, sezione Speciale Turismo Responsabile

Giro del mondo in bici – intervista a Enrico Gremmo

di Olimpia Medici

Un desiderio innato di partire. È così che Enrico Gremmo spiega la sua scelta di vita lontana dagli schemi che lo ha portato a viaggiare per il mondo in bicicletta. A fine marzo dopo una pausa a Biella, la sua città, ripartirà da Vancouver per affrontare l’ultimo tratto del giro del mondo in bici che ha iniziato nel 2010. Ha passato sei anni pedalando in Europa, Asia centrale, Giappone, Sud-Est Asiatico, Australia, Nuova Zelanda, America Latina, Centro America e Stati Uniti; nel 2017 prevede di concludere il viaggio con Alaska, Canada e New York, per poi rientrare in Europa e tornare a casa.
“Ho iniziato con i classici viaggi zaino in spalla in treno nelle città europee e con le gite a piedi partendo da casa con tenda e scarponi per scoprire cosa c’è dietro il Mucrone, la montagna di Biella. Nel 2003 un amico mi ha proposto di fare il cammino di Santiago in bici. È stata la svolta: ho scoperto l’indipendenza del viaggio, la libertà di non dipendere da un mezzo e procedere a ritmo lento e naturale, senza vedere il mondo passare da un finestrino”.

Enrico Gremmo

La bicicletta per Enrico non è solo uno sport o un mezzo di trasporto, ma apre nuove orizzonti. “In bici si attraversa il paese autentico, non ci si limita a spostarsi da un luogo turistico all’altro. Io mi porto sempre dietro la tenda che dà una libertà ancora maggiore: risparmi il costo dell’alloggio e soprattutto puoi dormire in posti meravigliosi. Segui un ritmo naturale, ti alzi la mattina e sei sotto il cielo. Per me è diventata un’esigenza, i ritmi urbani ormai mi confondono e basta.” Tra il 2007 e il 2008 Enrico compie il suo primo grande viaggio in bici: si spinge fino a Capo Nord, poi si ferma otto mesi a Edimburgo dove lavora in un ostello e torna a Biella per la via più breve, passando per… Gibilterra.
“Arrivare a Capo Nord mi ha fatto capire che basta avere pazienza e con la bici si arriva ovunque. Ho perso la paura della grandi distanze e a questo punto spingermi ancora più lontano è stato un passo naturale. E nel 2010 sono ripartito per il giro del mondo in bici, che dovrei concludere nell’autunno di quest’anno”.
Una scelta così estrema incuriosisce e in parte spaventa, ma Enrico la spiega con semplicità. “Invece di introdurmi nel mondo professionale ho deciso di vivere la vita fino in fondo e non ho rimpianti. Certo, la solitudine si fa sentire, ma non sempre è negativa. Non mi capita spesso di sentirmi solo in mezzo alla gente (la solitudine che ferisce di più), ma spesso mi sento solo in mezzo alla natura ed è una sensazione meravigliosa. Quel che a volte mi manca è poter condividere i momenti belli. Non quelli brutti, perché tanto ho un caratteraccio. Viaggiare solo, in compenso, ti dà una grande libertà, anche a livello di incontri”.
Il viaggio infatti è stato anche un’occasione per entrare in contatto con gente di ogni tipo e in particolare con gli ultimi e i dimenticati, che Enrico cerca di aiutare attraverso l’associazione “Enrico Into the World Onlus” fondata a questo scopo nel 2011. La solidarietà è diventata una componente essenziale del suo percorso e lo ha portato a impegnarsi in una serie di progetti a favore dei meno fortunati. A Enrico che ha viaggiato in tutto il mondo chiedo di parlare del suo angolo di Piemonte, il Biellese, da una prospettiva che sarà per forza locale e nello stesso tempo globale.
Io il Biellese lo vedo bellissimo, come territorio è fantastico.
Ha una natura stupenda e un grande potenziale turistico. Un biellese secondo me non dovrebbe mai lamentarsi troppo, perché se si sente giù può sempre prendere la bici o un paio di scarponi e in 10 minuti si trova in mezzo alla natura; qui lo si dà per scontato, ma per chi abita in altre città non è così. A chi ama la bici consiglio la Bessa, la Baraggia e la Serra; ci sono molti percorsi adatti alla mountain bike, tra cui una decina di itinerari ciclabili ben indicati. Però per me vivere il Biellese significa soprattutto camminare: per esempio vi consiglio il sentiero del Gorgomoro che porta verso il santuario di Oropa e parte quasi dal centro di Biella. Ma il posto più bello del mondo è il colle di Loo dove si apre questo pianoro immenso: sono spazi enormi, ti senti circondato da una natura grande e selvaggia, insolita per l’Italia, c’è quasi un sentore di Mongolia”.
Come non essere d’accordo? I Piani di Loo, dietro il rifugio Rivetti scendendo verso la valle di Gressoney, sono davvero un luogo fuori dal mondo. E la nostalgia per i grandi spazi aperti è comprensibile da parte di chi li ha conosciuti in prima persona pedalando per chilometri e chilometri.
“L’Europa in generale è piccola, vista da lontano. La natura resiste in piccoli angoli, da scovare tra un posto urbanizzato e l’altro. Per noi l’idea di percorrere 100 km senza vedere una casa è inconcepibile. In altri luoghi c’è solo la natura e una strada in mezzo al nulla. Non è un caso che i posti che mi sono rimasti più nel cuore siano la Mongolia, l’Australia, la Patagonia e gli altopiani della Bolivia”.
Ma ci sarà un posto che gli ha fatto venire voglia di fermarsi? “Tutti, dopo un po’ che li conosco. Tutti e nessuno. Casa per me è qui a Biella dove ho le mie radici, anche se ormai ho tagliato il cordone ombelicale e mi sentirei pronto a vivere dappertutto. Nel futuro mi piacerebbe accompagnare i turisti in mountain bike, magari in Patagonia o in Mongolia.” Enrico sorride tra sé. “Ma in realtà non ho ancora deciso se usare questa mia esperienza come una professione o continuare a fare il vagabondo.”

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile 2017, sezione Turismo Sostenibile