Le esigenze alimentari dello sportivo

di Elisa Cardinali, Biologa Nutrizionista

Chi pratica uno sport ha esigenze nutrizionali diverse da chi fa una vita sedentaria. Ne deriva che la scelta qualitativa e quantitativa degli alimenti e il momento di somministrazione del cibo possono influenzare notevolmente la prestazione, il rendimento, la resistenza alla fatica nonché la possibilità di incrementare i carichi di lavoro. Una buona gestione dei carboidrati è fondamentale. In particolare, per assicurare un apporto costante di zuccheri nel torrente circolatorio, va privilegiata la somministrazione di carboidrati a basso indice glicemico 3-4 ore prima della gara. Questo permette di evitare quei fenomeni d’ipoglicemia conseguenti all’assunzione di alimenti come merendine e bibite dolci: subito ci si sente bene, ma finito l’effetto l’energia svanisce. Immediatamente dopo la prestazione, alimenti a maggior indice glicemico permettono invece di ripristinare le riserve di glicogeno epatico e muscolare.

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Anche l’assunzione di una certa quota di proteine dopo la prestazione è importante
: stimola la sintesi proteica muscolare e contrasta la fase di catabolismo/degradazione dovuta all’esercizio. Questo è importante soprattutto per quegli atleti il cui obiettivo principale è l’aumento della massa muscolare. L’attività sportiva crea nel corpo un ambiente acido che favorisce infortuni e tendiniti e che è possibile contrastare attraverso la somministrazione di alimenti alcalinizzanti come frutta e verdura, soprattutto cruda. Dal momento che l’attività fisica provoca temporaneamente anche uno stato d’infiammazione, per lo sportivo diventa fondamentale l’assunzione giornaliera di omega 3, contenuti non solo nel pesce, ma anche in fonti vegetali come semi e olio di lino, frutta secca come noci, nocciole e mandorle e, seppure in minore quantità, anche in verdure a foglia verde come cavoli, spinaci e insalate. Questi acidi grassi, grazie al loro effetto vasodilatatore, favoriscono l’afflusso di sangue ai muscoli e, agendo sulla serotonina, migliorano anche l’efficienza mentale degli atleti.
E l’idratazione? Non va assolutamente trascurata: prima e durante la prestazione la bevanda deve essere facilmente assorbibile a livello intestinale e avere un tempo breve di permanenza nello stomaco, come nel caso di bevande a base di fruttosio e maltodestrine. Dopo la prestazione invece il principale obiettivo è ripristinare vitamine e sali minerali: una valida soluzione “casalinga” potrebbe essere sciogliere in un litro d’acqua succo d’arancia o limone, 4-6 cucchiaini di zucchero (meglio se di canna ed integrale) e mezzo cucchiaino di sale da cucina.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Ottobre+Novembre 2018, sezione Speciale Alimentazione Consapevole

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Il veleno ignoto: lo zucchero

di Elisabetta Lora Ronco

«Non hai mai fatto assaggiare la cola a tuo figlio?!». È la domanda costernata che mi pone una collega, incredula e dubbiosa. Anche io sono incredula, forse perchè mio figlio (al momento della domanda) aveva solo tredici mesi e no, tra un biberon e una pappa, non mi è mai venuto in mente di fargli assaggiare la cola!
Sono nata alla fine degli anni Ottanta e i miei genitori mi hanno sommersa di dolciumi e bibite. Dolci a colazione, dolci a fine pasto, a merenda, dolci per consolazione, dolci per premiazione, il risultato: sono stata per anni in sovrappeso, senza riuscire a sapere come slegarmi da quel gusto dolce, a non sapere come dire basta quando non avevo più appetito, o a mangiare solo quando avevo fame. L’intenzione dei miei genitori non era certo quella di farmi del male, erano inconsapevoli dei danni, come lo è stata la maggior parte di quella generazione.
Ma adesso? Adesso se uno vuole informarsi, vuole capire e conoscere ne ha le possibilità.
Allora ecco qualche informazione sullo zucchero, il veleno bianco. Non parlo solo del cucchiaino che mettiamo nel caffè, ma parlo soprattutto di quello aggiunto ai cibi industriali che compriamo.

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La prima epidemia di obesità della storia

Nel 2017 la rivista The Lancet, pubblica uno studio in cui si evince che nel mondo, negli ultimi 40 anni, il numero di bambini e adolescenti obesi è aumentato di dieci volte. In Italia, la percentuale è aumentata di quasi tre volte nel 2016 rispetto al 1975. Assistiamo alla prima epidemia di obesità della storia, che rischia di condannare i nostri figli a sviluppare, presto o tardi, patologie cardio e cerebrovascolari, il diabete, i tumori, l’ipertensione, la sindrome metabolica e via dicendo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, una dieta corretta accompagnata ad attività fisica è un validissimo strumento di prevenzione per molte malattie e di trattamento per molte altre (1).
In questi ultimi decenni sono esplose campagne di sensibilizzazione e prevenzione contro l’obesità, ideati programmi di fitness, sono state pubblicizzate infinite tipologie di diete e siamo stati invasi da migliaia di prodotti dietetici.
Allora come è possibile che il sovrappeso e l’obesità siano aumentati così esponenzialmente?

Cosa dice l’OMS

Le linee guida OMS elaborate nel 2015 prevedono la forte raccomandazione di ridurre l’apporto di zuccheri al di sotto del 10% (circa 10 cucchiaini), rispetto al fabbisogno energetico totale, meglio il 5%. Pensiamo alla facilità estrema con cui si possono raggiungere questi limiti: due cucchiaini di zucchero da cucina, due di ketchup e 4/5 frollini. In un attimo 25 grammi (5 cucchiaini di zucchero). Queste raccomandazioni sono basate su evidenze scientifiche che mostrano come l’assunzione di quantità inferiori di zuccheri porti ad avere un peso corporeo inferiore.
Le persone sono consapevoli che basta così poco per ingrassare? Sono consapevoli che l’industria alimentare aggiunge zucchero ovunque, persino in prodotti insospettabili come il ketchup? E, soprattutto, se lo zucchero fa male, perché non viene fatto scomparire dai cibi industriali?

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Zucchero e dipendenza

Secondo una review pubblicata dal British Journal of Sports Medicine, il consumo di zucchero raffinato indurrebbe effetti sovrapponibili se non addirittura superiori, a quelli di altre sostanze che provocano assuefazione (2).
Lo zucchero, infatti, ci lega a sé in modo unico. Il sapore dolce non è soggetto a meccanismi di repulsione naturali, come avviene invece per il salato: le persone possono mangiare un intero sacco di biscotti o infinite barre di cioccolato e volerne ancora di più.
Gli zuccheri raffinati, portano a sviluppare le tipiche conseguenze delle dipendenze da sostanze, compreso l’abuso e il craving, cioè la fame da droga, il desiderio impulsivo per una sostanza psicoattiva. Esistono persino studi che dimostrerebbero che si può andare in astinenza da zuccheri manifestando sintomi come il disturbo di iperattività, deficit di attenzione, fino a uno stato simile a quello dei pazienti affetti da depressione.
Va da sé che se siamo dipendenti dallo zucchero, ne vorremmo sempre di più e continuamente. In questo modo l’industria alimentare continua a vendere, e il profitto cresce. Senza contare che ce lo rendono estremamente disponibile. Ovunque c’è un dispenser di merendine, succhi e cioccolata. E se davvero lo zucchero dà dipendenza, come facciamo a resistere a questo bombardamento continuo?

PROSEGUI LA LETTURA QUI —> PARTE DUE

(1) http://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/42665/WHO_TRS_916.pdf;jsessionid=9D9E8CF0347A7EFBFDA7AA156C5F4A28?sequence=1

(2) https://bjsm.bmj.com/content/early/2017/08/23/bjsports-2017-097971

Food for Health (cibo per la salute) un manifesto collettivo

Vandana Shiva al SANA di Bologna tra biodiversità e fake news

A cura di Roberta Rendina – Eco-attivista, Blogger ed Insegnante di Yoga e Meditazione
roberta.rendina@gmail.com

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Non sembra a prima vista niente di nuovo… ormai ci siamo abituati. L’ennesimo appello di scienziati, ricercatori, ecologisti ai Governi di tutto il mondo in difesa dell’ambiente e della salute. La storia degli ultimi 20 anni ne è piena. Dai Manifesti per i diritti della Terra e delle popolazioni indigene ai manifesti di comitati locali e internazionali che si occupano di inquinamento di ogni tipo, appelli per la scomparsa di specie animali e così via. Abbiamo fatto estinguere una gran moltitudine di varietà vegetali ed animali, fino a compromettere anche gli insetti impollinatori, importantissimi per la nostra stessa sopravvivenza: le api, ma ancora non ci rendiamo conto che i prossimi a scomparire saremo noi umani! E non uso il condizionale volontariamente perché non si tratta di una eventualità, ma di una certezza, dati alla mano. Troppo spesso si porta il dibattito intorno all’oggetto sbagliato, in modo che non si parli di ciò che davvero è importante. Lo dicono gli oncologi autori del Manifesto Food for Health in apertura. Dice Patrizia Gentilini, medico ISDE, che non è più possibile negare la verità alla popolazione, che il cancro e tutte le altre malattie mortali che purtroppo sono sotto i loro occhi, tutti i giorni aumentano a dismisura, non sono causate da fattori ereditari come si millanta in giro, né dallo stile di vita che certo ha un impatto, ma che mai potrà essere così grande come quello prodotto da tutte le sostanze inquinanti tossiche e velenose che ingeriamo ed inaliamo tutti i giorni, stimate dalle 300 alle 500 per ognuno di noi. I dati sintetizzati nel Manifesto Food for Health, che ha visto la luce grazie all’editore AAM Terra Nuova, sono il frutto di 347 articoli e pubblicazioni scientifiche che dimostrano come in realtà la produzione di cibo industriale sia il punto centrale di ogni problematica attualmente rilevante della salute individuale, dei cambiamenti climatici e della giustizia sociale.

Vandana Shiva lo dice fin da subito nel suo acclamatissimo intervento, ‘Il cibo è vita, ed è ogni altra cosa’ citando un vecchio proverbio indiano. Attraverso la sua produzione scegliamo se preservare o aggredire senza rimedio l’ambiente in cui viviamo e di cui siamo parte, attraverso la sua commercializzazione decidiamo chi deve viverne e chi deve essere sfruttato, attraverso la sua ingestione se vivere o avvelenare noi stessi ed i nostri cari. Ma le scelte a tutti i livelli sono tutt’altro che libere purtroppo.
Perché noi viviamo in un sistema altamente manipolato, in cui si fanno credere cose che non sono vere, anzi, che sono l’opposto. E Vandana Shiva, leader indiscussa del movimento mondiale per la biodiversità e la sovranità alimentare, determinata e dolce al tempo stesso come una vera madre, comincia inaspettatamente con un discorso intorno alle fake news, evidentemente molto ben informata anche sul dibattito politico italiano.

Comincia dal ‘fake food’.
Si può chiamare cibo, un alimento senza vita, deliberatamente privato degli elementi nutritivi minimi, frutto di un’omologazione costante in cui si sceglie di coltivare il seme che produce maggiori quantità a discapito della qualità e della biodiversità che è necessaria alla continuazione della vita?
Si può chiamare cibo un condensato di pesticidi, inquinanti provenienti da aria ed acqua, conservanti, ed altre sostanze artificiali per lo più tossiche se non addirittura cancerogene? Anche il nostro microbiota intestinale, avvertono gli esperti presenti e

quelli che hanno organizzato un altro intero convegno proprio sull’intestino e le sue patologie e la stessa Vandana Shiva, è ridotto nelle pessime e preoccupanti condizioni attuali proprio per mancanza di adeguata diversificazione ed a causa della natura stessa degli alimenti industriali che ingeriamo con la loro scarsissima qualità. Biodiversità dentro e biodiversità fuori. Non è un elemento accessorio, è la base della vita stessa. Occorre che ci siano differenti varietà di ogni frutto generato da questa terra, così come occorre che venga mantenuta un’alta varietà di batteri ‘buoni’ nei nostri intestini. Sembra la manifestazione perfetta del principio olografico tanto caro agli antichi testi dello yoga. Se manca nel ventre della madre terra anche noi ne rimarremo privi. Con tutto ciò che comporta.

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Ma torniamo alle fake news di cui ci avverte Vandana Shiva.
La seconda, la più grave riguarda l’informazione scientifica la ‘fake science’: 50 anni di informazione scientifica falsa, manipolata, deviata, finanziata dal ‘cartello dei veleni’ così lo chiama Vandana, l’oligopolio delle quattro multinazionali che hanno in mano l’intero settore agro-industriale mondiale. Cita Monsanto/Bayer chiaramente, oggetto di tante campagne anche in India dal tempo dei suicidi dei contadini che erano costretti a comprare semi sterili, ma anche Syngenta.

E poi c’è la ‘fake free international trade’. Veramente siamo in un regime di commercio libero? Vandana Shiva non crede. Dai prezzi, all’informazione, all’orientamento sul tipo di colture niente è veramente libero; quando c’è un oligopolio così ristretto per forza di cose tutto viene fatto su misura per il loro profitto. Pensiamo solo al divieto dell’uso di glifosato nelle colture in Europa, di recente annuncio. Il glifosato esce dalla porta e rientra dalla finestra per così dire, visto che attraverso il trattato di ‘libero’ commercio, il Canada può così esportare da noi grano con quantità ancora più elevate di glifosato. Poi si sofferma sul concetto di Free International Trade e ci racconta un aneddoto interessante. Dice Vandana Shiva che questo concetto è stato inventato in India o meglio per l’India da parte della East India Company, una compagnia inglese che volendo colonizzare con i suoi prodotti l’economia indiana, si inventò questa parola. Lo scopo era far passare come libero commercio il loto, tassando i prodotti locali indiani e garantendo invece la libera circolazione delle merci per gli inglesi.

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Ultima fake, ‘fake security’, quella secondo cui il cibo industriale e confezionato è più ‘sicuro’ del cibo fatto con le mani.
Un quadro certamente non ottimistico quello delineato, ma Vandana Shiva non sembra preoccupata, anzi conclude il suo intervento risollevando l’animo dei partecipanti. Cita il suo paese e la loro esperienza con la dominazione inglese dicendo che anche gli inglesi pensavano che avrebbero governato per sempre. E poi? E poi è arrivato Gandhi e senza sferrare un solo colpo li ha cacciati. Era immaginabile? Decisamente no. Per questo non bisogna perdersi d’animo. Ognuno deve continuare a fare la propria parte nel proprio ambito e poi però, quando è il momento in quelle poche decisive occasioni, quelle poche storiche date, unirsi agli altri per far sentire la propria voce perché la rivoluzione, la cooperazione come noi la intendiamo non è finita, è appena cominciata.

Alcuni dati tratti da Food for Health
– Dal 1945 la produzione di pesticidi è aumentata di 26 volte;
– In Italia sono stati ritrovati pesticidi nel 67% delle acque italiane, nel 33 di quella sotterranee. 259 sostanze, 55 in un unico campione;
– L’Oms stima 200.000 casi di decessi direttamente derivanti da pesticidi organofosforici;
– Incremento del 55% di leucemia mieloide per esposizione ai pesticidi durante la gravidanza;
– 800 milioni di persone sono sottoalimentate nonostante 1/3 del cibo prodotto venga distrutto-2 miliardi di persone sono affette da malattie come obesità e patologie collegate;
– il sistema industriale agroalimentare occupa il 75% del suolo coltivabile;
– il 75% della biodiversità vegetale è scomparso negli ultimi 100 anni.

“Il cibo è stato ridotto ad una merce per fare profitti, ma sta distruggendo la salute del pianeta e della gente. E quando si guarda al costo esternalizzato di questo danno, ci si rende conto che è 4 o 5 volte più grande del costo del totale dell’economia alimentare ufficiale globale. La gente paga il prezzo del cibo a basso costo, che è cibo finto, attraverso i conti che deve pagare per curarsi. Potremmo tutti vivere bene, alimentarci in modo sano, con cibi freschi e locali. Per questo insieme ad un gruppo di medici ed ecologisti, quelli come noi che hanno dedicato la propria vita ad un cibo migliore per una salute migliore sia del pianeta sia della gente, abbiamo unito le forze per produrre questo Manifesto. Proteggere e difendere la giustizia, la giusta sostenibilità, la terra, le nostre famiglie è un processo che genera un’energia intrinseca. La lotta è solo un effetto collaterale, non è l’obiettivo. L’obiettivo è proteggere ciò che si ama, la biodiversità di questo pianeta, il suolo, i semi, la salute della gente e la democrazia” — Vandana Shiva

Il Manifesto Food for Health rappresenta uno strumento nelle mani dei cittadini per reclamare una transizione verso sistemi alimentari locali, ecologici e diversificati. È un imperativo sociale, economico e democratico.

Per scaricare il Manifesto:
https://issuu.com/terranuovaedizioni/docs/manifesto_food_for_health_lrdig

Per informarsi e partecipare alle attività Navdanya International:
www.navdanyainternational.it/it/

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Ottobre+Novembre 2018, sezione Speciale Alimentazione Naturale

Il bio: così esclusivo

di Fabio Balocco

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Questo che sto scrivendo è un post da uomo della strada. Io ammetto di non avere le competenze per giudicare se quello che sto per dire sia giusto o sbagliato. Mi limito a osservare.
C’è un elemento che accomuna il bosco verticale e la pasta di Kamut. Sono molto cari. Un appartamento nel bosco verticale di Milano dell’architetto Stefano Boeri costava (sono andati a ruba) 15.000 euro al metro quadro. Le spese condominiali medie si aggirano sui 1.500 euro al mese. Decisamente più abbordabile un alloggio nel 25 Verde di Torino dell’architetto Luciano Pia. Qui siamo su circa 5.000 euro al mq.
La pasta di Kamut. Mediamente costa tre/quattro volte tanto la pasta trafilata al bronzo che adesso va tanto di moda. Mi si dirà, sì vabbè ma lì paghi il marchio registrato. Vero, ma se compro la pasta di Khorasan, che non è marchio registrato, la pago uguale se non di più. Adesso giustamente vengono recuperati grani antichi, come la varietà Senatore Cappelli o quella Gentil Rosso. Il discorso non cambia: sempre cari sono i prodotti. Eppure farebbe tanto bene mangiare questa pasta anziché quella della grande distribuzione, che pare assodato che contribuisca quanto meno all’aumento della celiachia. Farebbe anche bene abitare in città in un appartamento con tanto bel verde attorno…

In genere, tutto ciò che è bio, tutto ciò che è sano non è certamente alla portata di tutti. A Torino quel furbastro di Farinetti vendette Unieuro, per creare in città il primo supermercato del mangiare bene, Eataly, che è oramai una consolidata multinazionale del cibo. Io ogni tanto vado a comprare da Eataly, perché solo lì trovo certi prodotti, anche umili, che non hanno altrove. E ogni volta mi stupisco quando alle casse vedo i carrelli pieni e le spese fatte solo con le carte di credito. E Torino è una delle metropoli più povere della penisola.
Il discorso non è molto diverso se vogliamo acquistare i prodotti del commercio Equo e Solidale. Bio o non bio, pur non essendoci intermediari (in teoria), i prodotti Fairtrade costano decisamente di più dei prodotti che gli intermediari li hanno.
Forse questo articolo l’avrebbe dovuto scrivere il filosofo Franco Fusaro, mio collega: lui avrebbe individuato nel capitalismo e nel libero mercato la causa di questo fenomeno.
Io mi limito a osservare che tutto ciò che è bio in senso lato nella nostra società è fortemente esclusivo e non inclusivo. E mantenersi sani e in salute costa molto e, considerato il trend, saranno sempre meno le persone che se lo potranno permettere.
Io conobbi Sefano Boeri anni fa. Pranzai con lui quando ci fu la nascita di Salviamo il Paesaggio a Cassinetta di Lugagnano. Lo stimo molto. Il bosco verticale è una bella invenzione. Certo che se invece di essere abitato da rapper, D.J., calciatori, fosse abitato da poveri e immigrati all’interno di un programma di edilizia economico popolare, beh, preferirei. Quella sì sarebbe una bella rivoluzione.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile+Maggio 2018, sezione Scelte Ecosostenibili

L’esperienza sensoriale per la gioia del corpo, anima e mente

di Barbara Camilli – psicologa

Scrive Winnicott, un insigne psicanalista infantile: “Quando gioca, e forse solo quando gioca, il bambino è veramente libero di essere creativo”.

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Questa libertà immaginativa rimane qualcosa di essenziale anche da adulti per essere davvero gli artefici indiscussi della propria vita. Solo mettendo in gioco i nostri desideri, i nostri sogni, le nostre paure, proprio come si faceva da bambini, si può immaginare e trasformare il momento che stiamo vivendo. Ai bambini basta poco: un foglio e dei colori possono essere sufficienti. Un giardino si trasforma in un mondo pieno di colori e spazi dove creare luoghi meravigliosi.
Il cuore sogna, la mente crea, la mano trasforma.
Nei laboratori di Nutriziopoli vogliamo permettere ad ogni bambino di esprimersi secondo la forma a lui/lei preferenziale. Ecco che una pallina di pasta frolla diventa un oggetto magico per creare forme profumose e gustose. Non saranno solo biscotti, saranno i loro biscotti. Sottolineo la parola “loro” perchè quello che hanno creato è stato pensato per poi essere trasformato nella forma che decidono di dargli. Cosa è accaduto in particolare? La relazione diretta dei bambini con l’alimento ne ha modificato la percezione in piacevolezza. Se prima alla torta fatta in casa preferivano quella preconfezionata, quando diventa lui il protagonista quella non sarà semplicemente una torta, ma sarà la torta fatta da lui/lei.
Gli adulti spesso dimenticano la dimensione della scoperta, che invece aiuta i bambini ad appropriarsi delle cose. Spiegare non sempre è sufficiente. Per scoprire certi mondi come quello della cucina bisogna guardarlo, annusarlo, toccarlo, esperirlo in modo diretto per poi farlo. Quando portiamo nelle scuole i laboratori sul pane o sulla pasta i bambini imparano attraverso il gioco a conoscere l’alimento.

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Lo scorso anno, a Giugno, in una scuola materna di Galzignano Terme, abbiamo realizzato un bellissimo laboratorio sulla pasta esteso a tutte le sezioni. Dopo aver rotto il proprio uovo nel vulcano di farina si sono impegnati a trasformare l’impasto nella pasta. Nei loro occhi l’entusiasmo e la gioia di sentire tra le mani un piacere per alcuni mai provato. Una bambina in particolare dalla gioia aveva iniziato a parlare con noi, chiedendoci che cosa avremmo fatto. Carina e simpatica lavorava il suo impasto commentando ogni tanto tra sè e sè. Un piacere vederla, come tutti gli altri che non avevano tempo di far altro se non lavorare la pasta. Quella bambina era la prima volta che parlava. Dall’inizio della scuola non aveva mai fatto sentire la sua voce tanto che le maestre, gonfie di gioia, la guardavano sorprese. Una commozione carica di significato. L’esperienza sensoriale del fare la pasta per quella bambina è stata così intensa che blocchi e paure si sono sciolti.
Da quell’incontro è nata questa bellissima filastrocca

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anche le parole “mettono le ali”
perchè, nel mescolare uova e farina,
si lascia andare anche la più timidina bambina
e tutti ridono felici e contenti
mentre conoscono gli ingredienti!
Che felicità poter pasticciare
se anche cade un pò di impasto non ti devi preoccupare
perchè quel che conta è mangiare sano
frutta, verdura e poco divano…
Se poi pasticci in compagnia
può capitare anche qualche magia!

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Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Febbraio+Marzo 2018, sezione Speciale Alimentazione Naturale

Ma cosa vuol dire mangiare consapevole?

di Giulia Marone

Cosa vuol dire oggi alimentarsi consapevolmente? Spesso parliamo di vegetariani e vegani, dando per scontato che sia la miglior alimentazione etica da rispettare. Ovviamente è così solo se fatto consapevolmente.
Mi spiego meglio: non è l’etichetta di “vegano” a renderti immediatamente riconoscibile come un salvatore del pianeta, e purtroppo c’è molta diffidenza verso questo tipo di alimentazione, semplicemente perchè l’altro non conosce realmente le motivazioni che spingono a farla o perchè ne conosce alcune per sentito dire e non vuole approfondire.
L’unica cosa che può renderci sostenibili davvero è l’elemento che dovrebbe essere alla base di ogni alimentazione: la conoscenza della provenienza degli alimenti.

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Conoscere ciò che mangiamo è l’unica cosa che ci permette davvero di essere consapevoli delle nostre azioni e quindi di fare delle scelte. Non è facile oggi, soprattutto nelle grandi città, avere le fonti e le informazioni complete su tutto ciò che portiamo in tavola, e se ci pensate è assurdo non poterlo sapere. Lo sforzo che ognuno di noi deve compiere è proporzionale all’amore verso noi stessi e la nostra famiglia, perchè a quel punto ci renderemo conto che non è uno sforzo, ma una necessità imprescindibile!
Un altro elemento discutibile potrebbe essere quello degli alimenti provenienti da altri Stati e che spesso troviamo nelle moderne ricette “salutari”. È bello vedere le fotografie sui social piene di frutti dai mille colori e dalle forme nuove, ci sono tanti alimenti che ci piacerebbe provare, assaggiare, che ci dicono che fanno bene. E nella maggior parte dei casi è vero, esistono i cosiddetti “super food” perchè questa Terra è ricca e va incontro alle esigenze di tutti. È sbagliato provare cibi nuovi? No, non è questo che voglio dire. Non avremmo i pomodori o le patate se tempo fa non avessimo incluso nuovi alimenti nella nostra dieta. Qual è il punto allora? Sempre lo stesso: da dove proviene l’avocado che voglio mangiare? È di una coltivazione italiana o di una catena equa e solidale o è senza indicazioni reali di origine?

Allo stesso tempo, sarebbe possibile per i vegani alimentarsi in maniera completa senza acquistare cibi non originariamente italiani? Ad esempio: la quinoa, i semi di chia, gli anacardi… , la risposta è ovviamente sì. Nessuno però pretende che per essere definiti sostenibili sia necessario essere vegani e mangiare a km zero ad ogni pasto (conosco non-vegani molto più sostenibili di chi si alimenta con polpettine senza derivati animali e di solito sono persone anziane che vivono in piccoli centri), ma se vogliamo esserlo almeno un po’, facciamo tutto ciò che è in nostro potere per conoscere ciò che portiamo in tavola, magari andando a conoscere i produttori. Guardatevi attorno! L’Italia è ricca di possibilità e il nostro corpo richiede attenzioni, come l’ambiente che ci circonda e che ci dà ancora tutto ciò che ci serve.
Del resto se ci pensiamo bene finchè l’ambiente che ci circonda starà bene probabilmente staremo bene anche noi.

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Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Febbraio + Marzo 2018, sezione Speciale Alimentazione Naturale

Al cuore del cioccolato: cosa si nasconde dietro questo prodotto tanto amato?

di Francesca Cappellaro, ricercatrice Ingegneria della Transizione

Cosa si nasconde dietro al cioccolato, uno dei prodotti più amati da tutti noi? Certamente la materia prima di cui è fatto, il cacao, contribuisce ad ottenere un cioccolato di qualità. Ma ancora meglio se viene prodotto nel rispetto dell’ambiente e dei lavoratori che contribuiscono alla sua produzione. Quasi tutto il cioccolato si produce e si consuma in Europa e negli Stati Uniti. L’80% del mercato è controllato dalle multinazionali occidentali, ma la materia prima, il cacao, proviene da diversi Paesi del Sud del Mondo. La maggior parte di questi sono localizzati nella fascia tropicale: il 70% in Africa (soprattutto Costa d’Avorio e Ghana), il 20% in Asia (Indonesia) e il restante 10% in America latina (Brasile ed Ecuador).

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Anche se il 90% dei produttori di cacao sono piccoli coltivatori locali, la maggior parte delle coltivazioni appartengono a grandi proprietari che con le loro scelte fanno la differenza nella filiera produttiva del cioccolato. Già nel 2010, il documentario The dark side of Chocolate, raccontava gli ingenti interessi legati a questa materia prima e di cosa si cela dietro il suo prezzo fissato in borsa. Emergeva uno sfruttamento dei lavoratori e l’impiego della manodopera minorile. Ad oggi, ci sono stati seri tentativi di contrasto di questo fenomeno, che in parte si è ridotto, ma certo non è stato debellato. Dietro al cioccolato ci sono quindi gravi questioni etiche, ma emergono anche importanti conseguenze ambientali. In Ghana e Costa d’Avorio, oltre il 90% dei terreni di riserve forestali è stato convertito illegalmente in piantagioni di cacao. Ciò ha determinato una vasta deforestazione con importanti conseguenze per la biodiversità che ha visto restringere gli habitat di molti animali, come ad esempio scimpanzé ed elefanti.

Anche in Ecuador, molte aree sono a rischio dal disboscamento selvaggio e molte delle piantagioni di cacao nazionale sono state soppiantate da una pianta geneticamente modificata, CCN-51. Questa è maggiormente resistente agli antiparassitari e più redditizia dal punto di vista economico, ma sta alterando la biodiversità del territorio, tanto che dal 1991 al 2009 si è passati da 550.000 ettari di coltivazioni di cacao nazionale a 255.000 ettari. Il cacao clonato ha poi qualità organolettiche molto differenti da quelle del cacao nazionale e per sopperire a questa mancanza viene arricchito con aromi. Tutto ciò fa sì che si stia alterando questa preziosissima materia prima ed emerge l’insostenibilità di una produzione industriale ed intensiva.

Una valida alternativa è data dai prodotti del mercato equosolidale, che sostiene il lavoro dei piccoli produttori contribuendo a migliorare le loro condizioni di vita e garantendo allo stesso tempo diritti e condizioni commerciali più eque. Inoltre, a differenza dei metodi di produzione intensivi, dove vengono seminate 1100 piante in un ettaro di terreno, il cacao equosolidale cresce in piccoli orti (huertas) con coltivazioni biologiche. Qui ogni pianta gode di un proprio ampio spazio di crescita (300 o 400 piante in un ettaro) e convive con altre specie vegetali (limone, arance e mandarini, banane, caffè, papaia, altre specie tropicali) che conferiscono al cacao un particolare aroma floreale e fruttato. Se abbiamo a cuore il cioccolato, è necessario sostenere un consumo più responsabile di questa preziosa risorsa a tutela della sua qualità e anche nel rispetto dell’ambiente e dei diritti dei produttori locali!

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Febbraio + Marzo 2018, sezione Speciale Alimentazione Consapevole

Alimentazione e benessere bio. Consapevolezza o moda?

di Enrico Marone

Ma agli Italiani quanto interessano gli alimenti biologici ed il loro consumo?
E lo fanno per “moda” o perchè credono veramente nella maggiore qualità di questi prodotti?
Domande interessanti e stuzzicanti alle quali ha dato una risposta uno studio di Demoskopea (ricerca di marketing e ricerca sociale attraverso partnership costruttive con aziende private nazionali e internazionali e con enti e istituzioni pubbliche da oltre 50 anni).
Capire cosa muove l’interesse delle persone verso prodotti che possiamo definire nuovi e nello stesso tempo antichi, è sicuramente un dato utile per tutta una serie di ragionamenti che tenteremo di fare insieme, proprio grazie ai dati raccolti.
Dati che provengono da 2.000 interviste a persone di età compresa tra i 18 e i 64 anni di entrambi i sessi che vivono in piccoli, medi e grandi centri. Un campione che consente di estrapolare una serie di evidenze significative.
Per quasi due terzi degli italiani (62%) il consumo di almeno un prodotto biologico è entrato a far parte delle abitudini alimentari. Tra i consumatori l’incidenza media dei prodotti biologici nella dieta è del 38% e quindi su 10 prodotti alimentari consumati 4 sono biologici.
I prodotti alimentari biologici consumati (almeno una volta al mese) sono principalmente frutta e verdura ma anche uova, confetture, cereali, pasta, riso, ecc. Consumo che è quasi imprescindibile nelle abitudini alimentari.

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Dall’indagine sembra che i consumatori di alimenti bio lo facciano in primo luogo per sé stessi e i propri cari, proprio in virtù della considerazione positiva che hanno di questi alimenti. Inoltre chi è consumatore di prodotti bio lo è in maniera estremamente convinta (29% del campione). Naturalmente hanno un peso importante la sicurezza, la fiducia e la garanzia sia in generale che in riferimento ai controlli, segnale di un certo livello di consapevolezza nella scelta di questi prodotti.
Quindi gli italiani confermano il loro interesse per gli alimenti bio ed è un dato molto positivo perchè il nostro territorio è costellato di piccole aziende agricole e di trasformazione che lavorano prevalentemente sulla qualità dei prodotti. Naturalmente le grandi industrie alimentari hanno creato linee di articoli bio ma, dallo studio di Demoskopea, sembra che la percezione sia quella di attività di estensione delle linee della “solita” offerta, piuttosto che una vera innovazione e quindi con minore credibilità. Si tratta quindi di un settore in espansione che può offrire possibilità di lavoro e di attività anche per molti giovani che si stanno rivolgendo a questi mestieri che alcuni definiscono antichi, ma che si dimostrano invece molto più attuali di altri.
Per più informazioni: info@demoskopea.it

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Febbraio + Marzo 2018, sezione Speciale Alimentazione Consapevole

Dai castagni autunnali ricchezza tutto l’anno

di Giulia Marone

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Quest’anno sono molto abbondanti, grosse e lucide nelle nostre valli: le castagne. Sono un alimento che fa parte delle nostra tradizioni da secoli, ma che attualmente è un po’ sottovalutato e poco consumato. Cosa ci stiamo perdendo?
La castagna è un alimento ricco di vitamine del gruppo B (utili nella trasformazione dei carboidrati in glucosio e per il metabolismo dei lipidi e delle proteine), vitamina E (antiossidanti), vitamina K (utile per l’apparato osseo e per la corretta coagulazione del sangue) e minerali quali potassio, fosforo, magnesio, zinco, rame e manganese. Ha un alto potere saziante e in effetti è abbastanza calorico. Ricordiamo però che non è importante il conto delle calorie degli alimenti se non è correlato a un reale valore nutritivo: la castagna contiene molti carboidrati ma pochissimi grassi, di cui una parte peraltro polinsaturi (omega 3 e omega 6, che aiutano a ridurre il colesterolo nel sangue). Hanno un alto contenuto di amido ma sono prive di glutine, quindi alimento adatto anche per i celiaci. Ben cotte sono facili da digerire e regolano l’intestino grazie alla buona presenza di fibre, che oltretutto limitano l’assorbimento del colesterolo. Il loro effetto prebiotico rende più attivi i probiotici al suo passaggio nello stomaco, aiutando i disturbi intestinali. Attenzione solo a chi soffre di aerofagia o di colite, non consumatene in eccesso: l’alto contenuto di tannino può risultare irritante per la mucosa intestinale e peggiorare la situazione. L’elevato indice glicemico le rende anche un alimento poco adatto a chi soffre di diabete.
Insomma, in queste splendide giornate di sole, andare a raccogliere le castagne può essere un tranquillo passatempo, utile per la nostra salute dato che diventa una buona scusa per muoverci e che arrichisce la nostra tavola di prodotti davvero a km zero, cruelty free e fuori dal circuito vizioso del consumismo di massa. Ne bastano poche per saziare tutta la famiglia!
Come consumare le castagne?
Bollite, arrostite al forno con un taglietto sulla buccia per non farle esplodere, oppure come farina.
La farina di castagne si ottiene in modo molto semplice dalle castagne già cotte. Se volete usarla subito per una ricetta potete bollire le castagne, sbucciarle e frullarle e il gioco è fatto. Fate conto che i vostri dolci/preparazioni saranno più umidi dato il minimo, ma esistente, contenuto di acqua delle castagne.
Se invece la vostra intenzione è quella di conservare la miriade di castagne che raccoglierete o avete già raccolto quest’anno, ecco come fare la vostra farina:
dopo averle bollite per 40 min, sbucciatele ancora tiepide, trituratele e passatele in forno per far evaporare la poca quantità di acqua che contengono. Dopo 60 min a 160 gradi potrete frullarle e conservare la vostra farina di castagne per ottenere dolci o preparazioni durante tutto l’anno.

Qualche idea sostenibile per utilizzarle in cucina? Torta vegana di Zucca e Castagne! Vai alla ricetta

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre 2017, sezione Alimentazione Consapevole

Vivere secondo le stagioni: estate in medicina cinese

di Paola Massi, operatrice tuinà

36353934_76a51aac43_oL’estate rappresenta l’espressione esteriore dell’energia, dell’espansione, del movimento e dell’attività. Molti di noi attendono con ansia l’arrivo di questa stagione per tutto l’anno; il sole splende, le temperature sono alte, la gente può finalmente stare all’aperto ed è piena di energia che in questo periodo dell’anno è al suo apice.
In estate, che è la più yang delle stagioni, le forze della Natura creano il calore per il legame che questa stagione ha con l’elemento fuoco, elemento che In Medicina Cinese è associato all’organo Cuore e al colore rosso.
Si dice che il germoglio del Cuore è la lingua e il suo suono la risata; risulta quindi facile comprendere come l’emozione dell’elemento fuoco sia la gioia. È questo il tempo di coltivare l’energia yang (fuoco) che è simbolo della massima attività, stando però attenti che non raggiunga l’eccesso.
In Medicina Cinese questo elemento regola la Mente e quindi lo Spirito riesce a fiorire più vivacemente: allegria, piacere e vitalità sono indicatori di una salute equilibrata in estate, così come un sonno profondo e ristoratore.
Al contrario, una situazione disarmonica del Cuore porta alla depressione e mancanza di voglia di fare, oppure può condurre ad atteggiamenti maniacali e necessità di accumulare attività sia di giorno che nella notte (eccesso di fuoco-yang), portando a insonnia o risvegli frequenti. Per prevenire disturbi e restare in armonia con le energie estive, gli antichi medici cinesi consigliavano di svegliarsi presto per poter beneficiare dei primi raggi del sole, quelli che il corpo riesce ad assorbire meglio, di andare a dormire più tardi la sera e di fare una breve pausa durante le ore più calde.

Il cibo, che in Medicina Cinese ha una temperatura e proprietà energetiche, è fondamentale perché il corpo resti fresco e idratato durante l’estate. Quindi per compensare il calore mangiamo alimenti crudi, yin, di cui questa stagione abbonda. In generale la maggior parte dei vegetali e della frutta sono ‘rinfrescanti’, mangiarli crudi aumenta questa loro caratteristica che permette di abbassare il calore, eliminare le tossine e generare i fluidi corporei. Consumiamo le insalate, la lattuga, verdure come cetrioli, finocchi, sedano, pomodori, spinaci, zucchine e tutta la frutta estiva, in particolare i meloni e le angurie ricchi di acqua e perfetti contro il caldo estivo. Da evitare sono i cibi che riscaldano come le carni, i fritti , i latticini e i cibi troppo piccanti. Vivere in armonia con le stagioni rappresenta il fulcro della saggezza della Medicina Cinese.
Per questo l’utilizzo del cibo e delle sue proprietà viene visto come una medicina in grado di prevenire, mantenere, curare e bilanciare le energie secondo le stagioni. Questo concetto basilare di nutrimento insieme alla consapevolezza degli organi associati alle fasi dell’anno e alle emozioni, può fornirci una chiave di lettura del nostro sistema corpo-mente in grado di farci vivere in salute mantenendo il contatto con la Natura di cui tutti siamo parte.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Luglio+Agosto, sezione Benessere Corpo e Mente