Olio di palma: il prezzo nascosto di una filiera insostenibile – seconda parte

di Mirko Busto, ricercatore e ingegnere ambientale

Proseguimento dell’articolo del mese di Marzo 2017

Sfruttamento del lavoro
Diverse sono state le denunce internazionali legate all’impiego di lavoro forzato nelle piantagioni di olio di palma: impiego di lavoro minorile, manovalanza a basso costo e assenza di misure di sicurezza per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, povere condizioni di vita per i lavoratori, alloggi di fortuna, violazione dei diritti umani da anni in questi luoghi sono all’ordine del giorno. Tra le tante denunce vi è quella del Dipartimento del lavoro degli Stati Uniti e quella più recente di Amnesty International, che nel rapporto intitolato “Il grande scandalo dell’olio di palma: violazioni dei diritti umani dietro i marchi più noti”, ha accusato i principali marchi mondiali di cibo e prodotti domestici di vendere alimenti, cosmetici e altri beni di uso quotidiano contenenti olio di palma ottenuto attraverso gravi violazioni dei diritti umani e sfruttamento dei bambini.

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Impatti sanitari
Da sempre più organismi autorevoli arrivano dati che inchiodano l’olio di palma anche sotto il profilo sanitario. Basti pensare all’allarme lanciato dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa) che, valutando i rischi per la salute pubblica derivanti dalle sostanze glicidil esteri degli acidi grassi (GE), 3-monocloropropandiolo (3-MCPD), e 2-monocloropropandiolo (2-MCPD), ha messo in guardia i consumatori sulla presenza di questi contaminanti alimentari tossici nell’olio di palma (contenuti dalle 6 alle 10 volte di più che negli altri oli vegetali). Allarme confermato anche dallo Jecfa, il comitato congiunto Fao/Oms sugli additivi alimentari, che nel mese di novembre, durante la sua 83° sessione tenutasi a Roma, ha ribadito che i GE sono sostanze genotossiche e cancerogene, per cui non è possibile stabilire un livello di assunzione tollerabile. Numerosi altri studi confermano che il consumo abituale di olio di palma tende ad aumentare in modo significativo la concentrazione di grassi nel sangue, dal colesterolo ai trigliceridi, innalzando l’indice di mortalità per patologie cardiovascolari. Tra questi gli studi dell’Oms che ha attribuito alla concentrazione molto alta di acido palmitico, circa il 44%, effetti aterogeni ed ipercolesterolemizzanti che aumentano il rischio cardiovascolare. Allo stesso modo, il Center for Science in the Public Interest (CSPI) ha confermato che l’olio di palma aumenta i fattori di rischio cardiovascolare, poiché l’acido palmitico è uno dei grassi saturi che più aumenta il rischio di coronaropatie. Anche l’American Heart Association conferma che l’olio di palma è tra i grassi saturi di cui si consiglia maggiormente di limitarne l’uso per le persone che devono ridurre il livello di colesterolo.

Biocombustibili
Ma non di soli alimenti si parla. La questione olio di palma riguarda anche i combustibili, o meglio: i biocombustibili, che di bio però hanno ben poco. Un recente studio della ong Transport & Environment, ha sottolineato che l’utilizzo dell’olio di palma per la produzione di combustibili definiti ecologici (46%) ha superato quello relativo all’industria alimentare (45%) ed è in continua crescita. In questa classifica, l’Italia si posiziona al primo posto in Europa. Un triste primato visto che – rispetto all’uso alimentare o cosmetico – la produzione di biodiesel necessita di quantitativi addirittura maggiori di questa materia prima, con conseguenze ben più devastanti per l’ambiente e il nostro pianeta.

Alternative
È stato calcolato che, entro il 2020, il mercato di questo prodotto sarà pari a 84 milioni di tonnellate e rappresenterà il 45% del mercato globale degli oli vegetali. Questa domanda si scontra con la scarsità di terra e con gli effetti devastanti di questa produzione. Per fortuna, mentre c’è chi si ostina a distruggere gli ultimi polmoni verdi del pianeta come se la cosa non ci riguardasse, c’è anche chi cerca e trova nuove strade per sostituire l’olio di palma con sostanze più sostenibili. Tra queste ci sono tante aziende italiane che in questi anni, alla luce di questi fatti, hanno intrapreso un cammino diverso, rispettoso del pianeta e dei consumatori, senza per questo perdere guadagni o competitività. Darwin diceva: “Non è la specie più forte a sopravvivere, e nemmeno la più intelligente. Sopravvive la specie più predisposta al cambiamento…” e adesso è il momento di cambiare.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Aprile 2017, sezione Alimentazione Consapevole

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