L’invenzione della specie – Novara ospita Massimo Filippi

di Guido Settingiano

Venerdì 25 novembre, nella sede del circolo Zabriskie Point di Novara, Massimo Filippi ha presentato il suo ultimo libro, L’invenzione della specie (Ombre Corte 2016). Fin dal titolo l’autore suggerisce come il concetto di specie, ritenuto spesso un dato naturale, sia da considerarsi al contrario un’invenzione, un costrutto sociale e politico, funzionale al dominio che gli esseri umani esercitano nei confronti di tutti gli altri animali. Il suo intervento si è articolato intorno ad alcuni punti chiave, di cui tre sono quelli con la maggiore rilevanza: massimo-filippi

1. Il concetto di specie è costruito tramite un processo che si dispiega in almeno due fasi: innanzitutto riconoscere alcune differenze tra i viventi – dunque stilare delle tassonomie – e secondariamente disporre queste differenze secondo una scala gerarchica nella quale chi si trova ad occupare il gradino più alto (cioè l’uomo, lo stesso che quelle categorie ha costruito) è logicamente autorizzato ad utilizzare tutti gli altri per i propri fini. Una tale gerarchizzazione, del tutto arbitraria, viene poi interpretata come dato di fatto, intrinseca caratteristica dell’ordine delle cose, elemento immutabile del mondo che abitiamo.

2. L’antispecismo, ovverosia il pensiero/movimento che combatte le discriminazioni basate sull’appartenenza di specie, non è “una questione di anime belle. È un discorso eminentemente politico, nel senso che ogni attività umana, perlomeno nel mondo occidentale, sembra legata alla continua ri-definizione dell’uomo come differenza dall’animalità, come allontanamento da essa”. Questo allontanamento ha prodotto e produce stermini di massa non soltanto ai danni degli animali, ma anche ai danni di tutti quei gruppi umani che di volta in volta vengono animalizzati – e quindi di fatto esclusi dal cerchio della considerazione morale: dagli Ebrei sterminati dai nazisti all’indifferenza odierna per la sorte di milioni di migranti, ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi indefinitamente. L’intera economia occidentale si regge inoltre sullo sfruttamento animale, e la fine di questo sfruttamento produrrebbe un’implosione del sistema: ecco perché Filippi sottolinea con forza l’aspetto politico del problema.

3. Il nostro linguaggio è intrinsecamente specista e antropocentrico. È difficile non utilizzare categorie come “uomo”, “animale”, “specie”, ecc., in quanto non possediamo termini adeguati e neutrali. Il libro dunque è anche un banco di prova per sperimentare alcune tecniche stilistico-linguistiche che consentano di parlare di ciò per cui non abbiamo parole, mettendo in scena un tentativo paradossale di racconto dell’indicibile.

Occorrerebbe quindi ripartire da qui, dal linguaggio, per evitare di farsi trascinare da termini che pensiamo innocenti ma che invece, consapevolmente o meno, portano con sé i semi di fastidiose discriminazioni.

 

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