Ciò che nasce rifiuto e ciò che lo diventa

di Fabio Balocco

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Il Ministero delle Infrastrutture ha varato nel 2011 una lodevole iniziativa: l’anagrafe delle opere pubbliche incompiute di interesse nazionale. Alla data del settembre 2015 le stesse risultavano essere ben 868. Si va dalle zero incompiute della Provincia Autonoma di Trento e dall’unica opera incompiuta della Valle d’Aosta (il famoso trenino che collegherebbe Cogne con Pila) alle ben 215 della Sicilia.
Al tema, è stata anche dedicata una puntata di Fuori TG il 26 aprile 2016, a cui ha partecipato un rappresentante di Legambiente, Edoardo Zanchini, come spesso accade su RAI 3.
La trasmissione ha esordito affermando che in Italia ci sono dei rifiuti ingombranti e questi sono costituiti appunto dalle opere incompiute. A mio sommesso avviso, l’incipit e, di conseguenza, il contenuto della trasmissione, sono errati. Non è infatti che le opere sono diventate rifiuti, esse sono nate rifiuti. Del resto, questo è dimostrato proprio dal fatto che non sono state completate. E si vive lo stesso senza. Aggiungo: non dice nulla il fatto che appunto la Sicilia abbia il record delle incompiute, seguita dalla Calabria (93), dalla Puglia (81), e dalla Sardegna (67)?
La conseguenza di tale ragionamento è che tali opere non dovrebbero essere completate, aggiungendo danno a danno, ma dovrebbero invece essere smantellate.
Ma torniamo al concetto di rifiuto. L’inquinamento che obnubila le nostre menti ci induce a ritenere che rifiuto sia ciò che non serve più. Invece dovremmo cominciare a pensare che una “cosa” può nascere rifiuto. Per rimanere nel campo delle opere pubbliche, se possono essere considerati rifiuti i cosiddetti “rami secchi” delle ferrovie (anche se al riguardo occorrerebbe anche fare un ragionamento se davvero tali tratte siano inutili) nasce invece come rifiuto, costosissimo, devastante e pericoloso la TAV Torino – Lione.
Per rimanere nell’ambito trasportistico, prendiamo la BREBEMI, la famigerata autostrada Brescia-Bergamo-Milano, fortemente voluta dalla Regione Lombardia, a dispetto delle previsioni di traffico: nel 2015 la media giornaliera è stata di 30-35.000 veicoli in ambo le direzioni, per un’autostrada che è costata 2,4 miliardi di euro, che ha distrutto 900 ettari di suolo fertile e che è stata pensata con una capacità di 120.000 veicoli al giorno. La Brebemi è nata inutile, non lo è diventata. È nata “rifiuto”.
Il concetto si può estendere al campo energetico. Aldilà del discorso dell’enorme giro di denaro che ha accompagnato in questi anni la realizzazione di parchi eolici, soprattutto nel Meridione. Quante pale eoliche sono state realizzate solo perché finanziate con denaro pubblico, ma che in una logica di puro libero mercato non avrebbero mai visto la luce essendo sostanzialmente improduttive?
Gli esempi, l’elenco, potrebbe continuare. E non mi nascondo che ciò che si può applicare alle opere pubbliche, si potrebbe estendere a tutte le “cose” che ci circondano. L’opera pubblica inutile ha l’aggravante certamente di essere realizzata con spreco di pubblico denaro. Ciò non avviene per un prodotto di un’impresa privata, ma la comunità comunque subisce un danno per lo sperpero di risorse non rinnovabili. Un discorso che ci conduce indubbiamente lontano, sulla strada di quanto sia ingiusta, sbagliata, la società in cui viviamo.

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte edizione Novembre, sezione Scelte Ecosostenibili

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