Arriva l’estate e la luce del sole risveglia la nostra memoria

di Marilena Ramus

sunset2Millenni prima di Cristo, gli Uomini vivevano in simbiosi con la Natura ed hanno imparato a scoprirla e a conoscerla. Con concetti concreti come freddo, caldo, alba e tramonto si orientavano nello spazio; sono i nostri punti cardinali: nord, sud, est, ovest.
L’osservazione quotidiana ha svelato loro il movimento dei corpi celesti e fenomeni come le eclissi. Hanno scoperto lo scorrere del tempo: il ciclo giornaliero, più o meno lungo,
misurato poi con le prime meridiane; il ciclo lunare, con le varie fasi, dalla Luna nuova alla Luna piena e ritorno alla Luna
nuova, incidendo tacche su un bastone hanno saputo quanto durava il viaggio della Luna nel cielo, ed ecco la nascita del calendario.
Associando tutto ciò al ciclo della vegetazione, hanno identificato le stagioni e anche i quattro giorni particolari che segnano l’inizio di ognuna: i due equinozi – a marzo e a
settembre – il solstizio d’inverno e il solstizio d’estate.
Il 21 giugno è il giorno del solstizio d’estate, primo giorno di una nuova stagione. La parola “solstizio” deriva dal latino “sol”, “sole”, e “sistere”, “fermarsi”. Ed è una data fatidica cioè il giorno più lungo dell’anno. Il sole raggiunge il punto più alto a nord ed è al culmine della sua potenza. Poi comincia a decrescere sorgendo sempre più a sud: dal 21 giugno, in
modo impercettibile, le giornate cominciano ad accorciarsi.
Dopo il semestre ascendente che si termina il 21 giugno, si entra nel semestre del sole discendente, che si conclude il 22 dicembre – solstizio d’inverno – con la notte più lunga dell’anno. Dal 21 al 24 giugno, per tre giorni, il sole sorge e tramonta sempre nello stesso punto, come se si fermasse. Poi dal 24 giugno, ricomincia a muoversi nel cielo e sorge pian piano sempre più a sud. In epoche pre-cristiane il cambio di direzione del sole
rappresentava un momento particolare e magico. Le popolazioni antiche erano convinte che il sole si fermasse e tale fenomeno era, per gli Antichi, molto inquietante. Credevano
che sotto questo fenomeno ci fosse una magia potentissima. Ecco perché già nei tempi più remoti, i simboli solari sono presenti dappertutto e il culto solare importantissimo in tutte le culture antiche. All’origine, il 24 giugno si festeggiava il solstizio d’estate: si
celebrava SOL, il Re del Solstizio d’Estate. Il solstizio d’estate è lo specchio di quello invernale, che accade fino al 25 dicembre, anch’esso accompagnato da riti al Sole, nella speranza che ritorni a riscaldare la terra e a portare vita. Nell’Antichità greco-romana, i solstizi, venivano chiamati “Porte”. “Porta degli Uomini” a giugno, “Porta degli Dei”
a dicembre, ed erano il confine tra il mondo degli uomini e quello degli dei. Il dio Giano è l’iniziatore, l’asse del mondo, colui che conduce alle due porte solstiziali. Dio bifronte,
con due volti, uno giovane e l’altro barbuto, è la divinità del principio e della fine, delle porte e dei confini.
Attraverso tali porte, il sole dava inizio alle due metà – ascendente e discendente – del suo percorso annuale: a giugno il corso materiale della creazione, a dicembre quello
del regno divino e soprannaturale.

La festa di San Giovanni
A guardia delle porte solstiziali il dio Giano è stato sostituito da San Giovanni Battista per il solstizio d’estate (24 giugno), e San Giovanni Evangelista per il solstizio invernale (27 dicembre). Johannes in latino e la somiglianza fonetica fra Janus (Giano) e Joannes (Giovanni) è evidente, la scelta della Chiesa non è stata casuale. Il nome della festa è legato alla religione cristiana: la Chiesa l’ha chiamata così perché, secondo il suo calendario
liturgico si celebra San Giovanni Battista. In realtà, il culto di San Giovanni Battista si è innestato in un substrato culturale molto più antico. La Chiesa ha cancellato il culto arcaico, e l’ha “riscritto” in termini cristiani, così ha cristianizzato le feste dei
culti già esistenti, per esempio nella nostra zona, quelli celtici.
L’antica festa del solstizio Dal Nord Europa fino alle coste del Mediterraneo e anche
in Nord Africa, da tempi antichissimi, la notte che va dalla mezzanotte del 23 giugno, fino alle prime luci dell’alba, è considerata speciale, carica di magie, prodigi e meraviglie.
La notte in cui il mondo naturale e quello soprannaturale si compenetrano e allora, cose ritenute impossibili diventano possibili, con riti risalenti agli antichi culti solari. E’ la notte per eccellenza, la più corta dell’anno con particolari festività piene di mistero e di magia, è l’apoteosi della luce sulla Terra, la festa della rigenerazione e della fecondità.

Il matrimonio fra sole e luna
La festa cade nel solstizio d’estate, tempo di mietitura, con chiaro riferimento alla simbologia del fuoco e alle sue funzioni purificatrici e propiziatrici. In questa festa, secondo un’antica credenza, il SOLE (fuoco) si ferma per sposarsi con la LUNA (acqua). Ciò carica di energia il nostro pianeta, riversando i poteri positivi del fuoco (luce e calore) provenienti dal Sole, nell’acqua in cui penetra, con energie derivanti dalla Luna e tutto ciò si svolge nel buio della notte, che simboleggia la parte oscura umana. In età precristiana, questo periodo era considerato sacro.
Tutto nasce dai ritmi immutabili, scanditi dai fenomeni astronomici. Da qui i riti e gli usi dei falò e della rugiada, presenti fino ad oggi nella tradizione contadina e popolare.
Si accendevano grandi falò e si raccoglieva la rugiada all’alba.
La notte fra il 23 e il 24 giugno è considerata magica perché il mondo naturale e quello soprannaturale si compenetrano e in quel momento accadono “cose strane”. Non ci credete? Perfino Shakespeare le ha descritte nel suo “Sogno di una notte di mezza estate”… Nel segno del sole, anche la notte doveva essere tutto un brillare e quindi i contadini si posizionavano principalmente su dossi o in cima alle colline e montagne,
preparavano grosse cataste di legna e accendevano grandi fuochi. Accendere il fuoco per portare la luce nella notte. I falò erano accompagnati da grida, canti e balli, si facevano
lunghe processioni con le torce accese. Perché? Il rogo, il falò, nella mentalità popolare, doveva servire per sostenere il sole affinché conservasse la sua forza, ma serviva anche a rallentare idealmente la sua discesa e bruciare il “troppo pieno” di sole che, durante l’estate, avrebbe potuto distruggere i raccolti, ma anche ottenere la protezione del sole espellendo tutto ciò che può essere dannoso. I falò accesi la notte di San Giovanni erano considerati anche purificatori, per questo vi si gettavano dentro cose vecchie, ruote di fascine, perché il fumo che ne scaturiva tenesse lontani gli spiriti maligni. La gente si riuniva attorno al falò, famiglia, amici, vicini tutti insieme e c’era tanta allegria e la condivisione del pane. Si saltava il fuoco per essere sicuri di non dover soffrire il mal di reni per tutto l’anno. Si gettavano nel fuoco erbe particolari, come la verbena per allontanare la malasorte. La mattina del 24 giugno le persone giravano tre volte intorno
alla cenere lasciata dal falò e se la passavano sui capelli o sul corpo per scacciare tutti i mali. Anche questi riti erano organizzati per ottenere la benevolenza del sole e propiziarsi
la buona sorte.

L’acqua di San Giovanni
“L’acqua di San Giovanni guarisce tutti i mali”. Un’usanza contadina consisteva nel raccogliere la rugiada stillata in questa notte dei miracoli, perchè si era convinti che facesse crescere i capelli, curasse la pelle, allontanasse le malattie e favorisse la fecondità. In certi posti c’era l’abitudine di usarla sul momento, in altri di raccoglierla stendendo un panno sull’erba e strizzandolo poi il mattino successivo.
Per confezionarla, il 23 giugno, di notte, bisognava raccogliere foglie e fiori di iperico, di lavanda, menta, ruta e rosmarino, si mettevano a bagno in un bacile colmo d’acqua di fonte che si lasciava per tutta la notte fuori casa, esposto così all’influsso della luna. La mattina successiva, le donne prendevano quest’acqua e si lavavano per aumentare la propria bellezza, migliorare e fortificare la pelle e preservarsi da malattie e malasorte. La prima acqua attinta la mattina del 24 manteneva la vista buona. Volete dare una chance alle credenze dei nostri antenati? Provate! Tentar non nuoce.

Le erbe magiche di San Giovanni
La notte di San Giovanni è anche la notte delle Donne della Medicina che la Chiesa ha chiamato “streghe”. In certe tradizioni rivivono figure di folletti, maligni o dispettosi.
Si riteneva che in quella notte “le donne della medicina” si riunissero e scorrazzassero per la campagna, alla ricerca di erbe spontanee. Le più note da raccogliere nella notte di San Giovanni erano l’iperico, detto anche erba di San Giovanni, l’artemisia, dedicata a Diana-Artemide, il ribes rosso, il gelsomino e anche lavanda, menta, biancospino, ruta e rosmarino, aglio, cipolla, giglio di San Giovanni… Si preparavano bei mazzi “porta fortuna” da tenere in casa o da regalare, per tenere lontani gli spiriti maligni. In certe zone
si raccoglievano 24 spighe di grano, conservate tutto l’anno, come amuleto contro le sventure. Ogni regione aveva le sue erbe si San Giovanni, sono alcune tra le erbe più comuni e che fioriscono in quel periodo. Gli Antichi pensavano che, in questa notte magica, tutte le piante e le erbe fossero esaltate dagli influssi astrali, perciò acquisivano forza e sacralità e tutte le loro proprietà erano aumentate, raggiungendo la massima concentrazione di oli essenziali, quindi in grado di scacciare ogni malattia e servivano comunque sempre contro i sortilegi, il malocchio, la malasorte e contro il diavolo. Fatte seccare al sole, si utilizzavano durante l’anno per preparare pozioni magiche e per confezionare incantesimi.

nocino2-1_072

Albero di noce e nocino
Alla notte di San Giovanni era associato l’albero di noce ed i suoi frutti. Una credenza secolare è che in questo periodo solstiziale le così dette “streghe” si riunissero nella notte tra il 23 ed il 24 giugno attorno ad un antichissimo albero di noce.
Con i frutti di questi alberi “magici”, raccolti ancora verdi e bagnati di rugiada, proprio nella notte di San Giovanni, si preparava il nocino, liquore ottenuto dalla macerazione delle noci ancora verdi e immature nell’acquavite. Era considerato terapeutico. L’utilizzo del mallo di noce come ingrediente per medicinali e liquori risale a tempi antichissimi: il culto del noce come “albero delle Donne della Medicina” era di origine druidica, infatti i Britanni si preparavano pozioni ritenute magiche utilizzando noci acerbe…

Articolo di Vivere Sostenibile Alto Piemonte, numero 4 (Giugno), sezione “Agri-cultura, Orti e Giardini”

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...